APPRENDIMENTO, LETTERATURA, MANAGEMENT

Sulla rivalutazione funzionalista della letteratura

Alcuni recenti studi hanno messo in luce un nuovo, pragmatico interesse per la letteratura. Leggere romanzi costituirebbe un aiuto allo sviluppo di skill relazionali e competenze manageriali soft. Perché dunque non inserire nella lista delle letture, fra gli ultimi best seller del marketing, un bel “classico”?

Questa riscoperta merita di essere esaminata con calma e senza farsi prendere da facili entusiasmi, soprattutto in tempi di crisi editoriali e di continui cali della lettura (non scordiamo che un italiano su due non legge neppure un libro all’anno e che per “lettore forte” si intende chi arriva appena a dodici, uno al mese). È quello che fa il ««New Yorker», notando come il punto chiave della rivalutazione funzionalista della letteratura sia riconducibile a una categoria fondamentale dell’etica lavorativa di stampo americano: i risultati. È infatti solo nel momento in cui la letteratura viene riconosciuta in grado di portare a un risultato misurabile – cioè allo sviluppo delle sopra dette skill relazionali – che essa viene ammessa nell’empireo del pragmatismo organizzativo.

Nessuna rivincita dell’umanesimo, quindi. Al contrario, un monito a vigilare perché l’asettico mondo delle “competenze” e delle “skill” non riduca l’esperienza della lettura a mera acquisizione di risultati misurabili. La letteratura è un ricchissimo strumento per la vita e dunque anche per il lavoro, a patto di non trattarla come un corso di aggiornamento su Excel.

[ illustrazione: foto di André Kertész dal volume On Reading, 1971 ]

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BIGDATA, LAVORO, TECNOLOGIA

Usi e abusi del personal tracking

Il movimento del “quantified self”, fondato nel 2007 dai guru di «Wired» Gary Wolf e Kevin Kelly, lavora sulle opportunità conoscitive offerte dalla raccolta di dati personali. Secondo le parole dello stesso Wolf, i personal traker praticano in modo del tutto nuovo l’antica massima greca del “conosci te stesso”:

«Instead of interrogating their inner worlds through talking and writing, they are using numbers. They are constructing a quantified self».

Secondo un articolo dello studioso di tecnologie Nicholas Carr, il personal tracking a 360°, cioè applicato alle più svariate attività della vita quotidiana (dai ritmi di sonno e veglia ai regimi dietetici), sarebbe in realtà un fenomeno molto limitato e appannaggio di un ristretto numero di fanatici del dato. Per il restante 90% delle persone, andare al di là dell’orologio sportivo che misura passi e calorie è semplicemente troppo.

A suscitare interesse – e inquietudine – è oggi l’adozione del traking da parte delle aziende. Queste ultime stanno iniziando a far indossare ai propri addetti device in grado di raccogliere dati riguardo ad azioni, interazioni con il contesto, conversazioni con i colleghi. Come Carr osserva, questa concentrazione sulla misurazione della performance ricorda molto da vicino l’approccio dello scientific management di Taylor, riletto tuttavia alla luce della knowledge economy. La prospettiva della raccolta di dati – e la conseguente tensione verso un’ottimizzazione del lavoro – si sposta dalle concrete azioni un tempo svolte in fabbrica alle astratte occupazioni oggi agite dai lavoratori della conoscenza.

[ illustrazione: dettaglio da Power House Mechanic di Lewis Hine, 1920 ]

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APPRENDIMENTO, DIVULGAZIONE, METAFORE, RAPPRESENTAZIONE

Il padre dell’infografica

Fritz Kahn (1888-1968), medico, scrittore e studioso tedesco, viene celebrato da un volume che riconosce il suo ruolo pionieristico rispetto alla rappresentazione che chiamiamo “infografica”. La sua importanza è paragonabile a quella del coevo Otto Neurath (1882-1945),  padre del celebre sistema di pittogrammi “Isotype”.

La rilevanza di Kahn va oltre il tema dell’infografica, toccando quello più generale della conoscenza e dell’apprendimento. Con un approccio che suona come un aggiornamento di quello praticato da Vesalio nel XVI secolo, Kahn ha saputo costruire un sistema metaforico coerente in grado di supportare lo studio del corpo umano con rappresentazioni che coinvolgono, invitano a immaginare e a identificare connessioni.

Se l’iconografia rinascimentale impiegata da Vesalio risulta oggi piacevolmente “post-industriale”, quella di Kahn è industriale in tutto e per tutto, con il corpo come luogo di lavoro e ogni singolo organo governato da specifici macchinari e pannelli di controllo cui lavorano minuscoli operatori. In questo modo, processi fisiologici inaccessibili e spesso difficilmente comprensibili diventavano perfettamente intelligibili grazie a una metafora tecnica estremamente familiare per il pubblico cui Kahn si rivolgeva.

[ illustrazione: particolare da Der Mensch als Industriepalast di Fritz Kahn, 1926 ]

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APPRENDIMENTO, CULTURA, TECNOLOGIA

“Nativi digitali”: ma siamo sicuri?

I mass media ci raccontano che i “nativi digitali” (la cui identificazione solitamente coincide con le generazioni Y e Z) hanno una naturale disposizione all’uso del computer. Se il fatto che siano venuti al mondo contestualmente alla diffusione di massa del personal computer è indubitabile, molto più discutibili sono i motivi per cui i “nativi digitali” dovrebbero essere in grado di usare questi strumenti con particolare maestria. A ben vedere, tutto sembra mostrare il contrario. Citando un articolo del “disinformatico” Paolo Attivissimo:

«Una recente indagine dell’Università di Milano-Bicocca sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde indica che due su tre non sanno come funziona Wikipedia, non sanno riconoscere una pagina di login fasulla guardandone l’URL (e non chiamatelo URL, se non volete che vi guardino basiti) e non hanno idea di come si reggano in piedi economicamente i siti commerciali più popolari».

Queste generazioni sono “nate con il computer” ed è proprio per questo motivo, per quanto controintuitivo possa sembrare, che ne hanno così poca padronanza tecnica. Non è una colpa ma un fatto piuttosto logico, riscontrabile anche su altre tecnologie in raffronto a diverse generazioni. Per fare una verifica basterebbe provare a chiedere a un individuo della generazione X se sa come funzionano l’interruttore che dà luce alla sua stanza e il motore della propria automobile. In media la risposta sarebbe negativa, anche se si tratta di strumenti di uso altrettanto quotidiano.

Il tema in gioco è quello della pervasività, immediatezza – e dunque trasparenza – di una tecnologia. La familiarità e quotidianità di uno strumento coincide con il suo essere dato per scontato e diventare “invisibile”. Questo significa, almeno in teoria, che molto più tempo e impegno possono essere dedicati a questioni di contenuto e non di metodo. Il lato negativo della questione riguarda la consapevolezza e padronanza con cui ci volgiamo a questi  strumenti e chiama in causa la relazione tra tecnica e libertà: dipendiamo quotidianamente dall’uso di strumenti che diventano sempre più indispensabili e, al tempo stesso, sempre meno comprensibili e controllabili.

[ illustrazione: il Commodore 64, il personal computer più venduto di sempre ]

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CITTÀ, COMPLESSITÀ, CULTURA, ECONOMIA

La manhattanizzazione di Londra

Un articolo del New York Times descrive un fenomeno preoccupante: la fuga dalla città di Londra. Si tratta di un esodo paradossale, soprattutto se letto alla luce di un dato tangibile: nel corso del 2012, ben 133 miliardi di sterline sono stati investiti in proprietà immobiliari cittadine. La maggior parte di questo denaro non proviene tuttavia da cittadini inglesi, ma da facoltosi investitori stranieri. Ecco svelato il paradosso: i nuovi ricchi, in gran parte stranieri, stanno costringendo la classe media cittadina – ma anche i “vecchi ricchi” – ad abbandonare la città.

Fuggire da Londra diventa per molti l’unica soluzione praticabile, per la difficoltà nel trovare un alloggio e a causa del costo della vita (levitato in proporzione agli standard imposti dagli abitanti più ricchi). A ciò si aggiunge anche una questione meno evidente ma prospetticamente più preoccupante, cioè quella relativa alla tassazione dei nuovi ricchi. Se questi ultimi non hanno residenza in Gran Bretagna, di fatto non vengono tassati; questo significa che i fondi per i servizi pubblici cittadini saranno sempre meno, pur a fronte di una popolazione cresciuta del 14% circa negli ultimi dieci anni. Per le giovani generazioni e per l’istruzione le notizie non sono buone: difficilmente sorgeranno nuove scuole e le classi di quelle esistenti dovranno accogliere sempre più studenti.

Londra sembra seguire, con sue proprie modalità, il processo di “manhattanizzazione” di cui è vittima New York. Se per la città americana è chiaro che l’operato del sindaco deve principalmente confrontarsi con questo tema, mantenere viva la cultura autoctona appare una priorità anche per Londra.

[ illustrazione: Untitled di Dieter Roth ]

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LAVORO, LETTERATURA, SOCIETÀ

Il paternalismo organizzativo secondo Goffredo Parise

Nel romanzo di Goffredo Parise Il padrone (1964), grottesco bozzetto del paternalismo organizzativo, i due termini più ricorrenti sono “possesso” e “morale”. Sull’irrisolto rapporto tra essi si costruisce il percorso di assimilazione del protagonista all’identità aziendale, fondamentalmente corrispondente, come il titolo del libro chiaramente indica, con quella del padrone.

Il percorso del giovane protagonista, punteggiato da personaggi con nomi da fumetto, malattie di origine nervosa e punizioni corporali, è di allontanamento dalla realtà e progressiva spersonalizzazione. La forza simbolica dell’ideologia aziendale è talmente prepotente da scardinare in un battibaleno il pur concreto passato del protagonista, fatto di famiglia, affetti e ricordi che vengono sostituiti in toto dall’astrazione organizzativa. In uno dei passaggi centrali del testo, il quasi mistico inabissarsi nell’uniformità aziendale viene descritto da queste parole del protagonista:

«C’è in questa sensazione di spersonalizzazione e di anonimia qualche cosa di naturale e di religioso, la stessa inconsapevole ebbrezza che devono provare le formiche quando si aggirano frenetiche in lunghe file, una di andata e una di ritorno, dalla tana al luogo del cibo. Mi sento come una di quelle formiche e proprio come una formica sarei tentato di salutare tutti, di riconoscermi negli altri, e così vorrei che gli altri facessero con me. Credo che anche le religioni accomunino in questo modo gli uomini ma non c’è paragone tra la religiosità che respira nelle chiese e quella che sprigiona invece dai grandi agglomerati urbani, soprattutto dalle ditte, dalle officine e, in generale, dai luoghi dove si lavora. Perché la prima è una religiosità che si rivolge sempre alla morte, cioè a qualcosa di immobile e anche astratto, la seconda invece appartiene alla vita e alla realtà».

[ illustrazione: ritratto di Alfried Krupp, Arnold Newman – 1963 ]

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ANTROPOLOGIA, CONCETTI, LAVORO, SOCIETÀ

Il senso del lavoro e il rischio di diventare ciò che si fa

«An unquenchable passion for work might be a panic-stricken way of concealing the fear of a lack of passion for life itself. If you are what you do, what are you when you stop doing it and you still are? There are people who don’t find this a problem, who have not entirely or even at all identified existence with what they do and how they make a living, but they are evidently a great problem to those – the majority –who do».

Così recita un articolo della scrittrice inglese Jenny Diski significativamente intitolato “Learning how to live”. La massima secondo cui “si diventa ciò che si fa” sembra implicare che quando si termina di “fare” – cioè di lavorare – si smetta anche di essere. Il far niente incute paura perché ci fa sentire colpevoli. Per questo si stigmatizza chi, come i bambini, si occupa con piacere di attività non necessariamente produttive. Oppure si guarda dall’alto in basso chiunque svolga un lavoro “culturale”, dunque non un “vero lavoro”. Salvo poi finire per invidiare, a proposito di parole fra virgolette, chiunque abbia un’occupazione “creativa”:

«Creative work sits uneasily in the fantasy life between dread leisure and the slog of the virtuous, hardworking life. It’s seen as a method of doing something while doing nothing, one that stops you flying away in terror».

In cerca di un più sano rapporto con il lavoro e il post-lavoro può essere salutare, con rimando al testo Stone Age Economics (1974) dell’antropologo Marshall Sahlins, riflettere sulla vita di società “primordiali” nelle quali il lavoro era più direttamente legato a un risultato al quale seguiva, ben prima dell’inizio di una nuova attività, il godimento di quanto ottenuto. Nota Diski:

«Once people had done the few days’ hard work of felling a tree and carving out a canoe, there were large amounts of free time to lie about daydreaming, exploring, telling stories: doing “culture” or just skiving. You’d fish in the canoe you’d made, and by preserving and sharing the catch with others, who also shared theirs with you, you could then take a few days off before you needed to get any more. Decent members of those communities did what they needed to do and then when they didn’t need to do it, they stopped».

[ illustrazione: Emiliano Ponzi ]

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APPRENDIMENTO, ARTE, DIVULGAZIONE, METAFORE, PAROLE, RAPPRESENTAZIONE, SCIENZA

Vesalio e il corpo come metafora

Molto del comune e “figurato” modo di volgersi al corpo umano, per esempio pensando a vene e arterie come a tubature o allo scheletro come alla struttura di un’abitazione, risale a un grande lavoro linguistico compiuto nel XVI secolo dal fiammingo Andrea Vesalio (1514-1564, all’anagrafe Andreas van Wesel).

La sfida che Vesalio decise di affrontare fu quella di riportare su carta – nello specifico, sui manuali dedicati agli studenti di medicina – l’esperienza diretta dell’anatomia che solo in sala chirurgica era possibile vivere. Il principale ostacolo a questo obiettivo era l’astrazione, non solo sotto forma di un uso inadeguato del linguaggio ma anche quanto all’incapacità della rappresentazione a due dimensioni di rendere la ricchezza di movimento e forma implicata dall’esperienza reale.

Con il suo De Humani Corporis Fabrica, pubblicato per la prima volta nel 1543, Vesalio riuscì a far fronte a queste difficoltà, stabilendo al tempo stesso un nuovo standard in grado di superare il suo principale riferimento, cioè il lavoro compiuto dal medico romano Galeno ben tredici secoli prima. Quanto alle illustrazioni, Vesalio si affidò alle splendide incisioni di Jan van Calcar (1499–1546), pittore fiammingo formatosi con Tiziano. Quanto al linguaggio, ricorse alla metafora, usandola come vero e proprio strumento di apprendimento. Riuscì così a parlare agli studenti di medicina in modo nuovo, costruendo un repertorio di analogie che ha a tutti gli effetti rivoluzionato il modo di guardare all’anatomia grazie a un patrimonio di metafore che, come nota un bell’articolo del Public Domain Review, oggi suona molto “post-industriale” e dunque estremamente contemporaneo.

[ illustrazione: particolare da una tavola del De Humani Corporis Fabrica di Andrea Vesalio, 1543 – silografia di Jan van Calcar ]

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APPRENDIMENTO, EPISTEMOLOGIA, SCIENZA, TEORIE

Ecco perché la scienza gode di cattiva salute

Un recente numero dell’«Economist» ha aperto un’accesa discussione sull’approccio alla scoperta scientifica. Quel che si mette in discussione è uno dei suoi capisaldi, cioè la verifica della bontà di un esperimento tramite la sua ripetizione. In questo ambito “replicabilità” è tradizionalmente inteso come sinonimo di “oggettività”, dunque mettere in discussione questo presupposto significa minare l’intera impalcatura del metodo scientifico. È quello che ha di recente fatto un test condotto dalla farmaceutica americana Amgen: cercando di replicare 53 studi sulla ricerca contro il cancro considerati fondamentali, ha ottenuto successo in soli sei casi. Il che significa che i restanti 47 studi si sono rivelati fallaci.

L’esperimento citato non è che la più manifesta spia di una situazione di difficoltà generalizzata. Secondo l’«Economist» la principale causa di questo fallimento sarebbe da rintracciarsi nel clima estremamente competitivo e forsennato della ricerca scientifica. In termini di produzione di nuovi studi, lo slogan di molti ricercatori è purtroppo diventato “publish or perish” e la conseguente concentrazione su quantità e velocità va evidentemente a scapito della qualità delle pubblicazioni. Insieme a questo problema ne esiste un secondo, altrettanto grave, legato alle modalità di verifica degli studi stessi. È di nuovo un piccolo test, in questo caso condotto da un biologo di Harvard, a mettere in luce il problema. Inviando a 304 riviste scientifiche un paper pieno di errori e mancanze, il suddetto ricercatore è comunque riuscito a vederselo pubblicato da ben 157 testate. È evidente che la fiducia nei confronti di un sistema viziato sia rispetto alle sue modalità di produzione che a quelle di verifica è destinata a calare vertiginosamente. Citando l’Economist:

«Science still commands enormous – if sometimes bemused – respect. But its privileged status is founded on the capacity to be right most of the time and to correct its mistakes when it gets things wrong. And it is not as if the universe is short of genuine mysteries to keep generations of scientists hard at work. The false trails laid down by shoddy research are an unforgivable barrier to understanding».

[ illustrazione: fotogramma da Flesh for Frankenstein di Paul Morrisey, 1973 ]

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APPRENDIMENTO, CAMBIAMENTO, CITTÀ, COLLABORAZIONE, COMPLESSITÀ, CULTURA, STORIE

L’Olanda, le biciclette e il cambiamento culturale

L’Olanda è la nazione con più ciclisti al mondo e, insieme, quella in cui pedalare risulta probabilmente più sicuro. Benché questa ottimale condizione appaia oggi così pervasiva e strutturale da sembrare “naturale”, sarebbe sufficiente tornare indietro nel tempo di circa quarant’anni per trovare una situazione completamente diversa.

In seguito all’eccezionale boom economico manifestatosi tra gli anni ’50 e ’60, un grandissimo numero di automobili invase le strade olandesi, portando con sé molti lavori legati alla realizzazione di strade e infrastrutture adeguate ad accogliere un grande flusso di traffico. Questa direzione di sviluppo penalizzò il ciclismo, che diminuì con un tasso del 6% annuo. Soprattutto, l’Olanda fu funestata da un inopinato numero di incidenti che causarono, nel solo 1971, ben 3300 morti di cui oltre 400 fra minori. Questa terribile situazione generò violente proteste popolari che portarono a cambiare completamente direzione.

In concomitanza con la crisi petrolifera del 1973, il primo ministro olandese Joop den Uyl decretò una svolta nel sistema di trasporti. La nuova politica si mostrò fin da subito nettamente orientata alla mobilità su due ruote, con pedonalizzazione di centri storici e sperimentazioni di percorsi ciclabili completi e sicuri nelle città di Den Haag e Tilburg, luoghi ove il ciclismo crebbe istantaneamente con un tasso di oltre il 60%.

La felice storia del ciclismo in Olanda, ben riassunta da questo video, mostra che è possibile incontrare condizioni culturali così radicate da sembrare “naturali”, anche se di fatto non lo sono. L’attuale viabilità olandese è frutto di una scelta collettiva e di un processo di cambiamento sostenuto con tenacia ed efficacia a fronte di condizioni di partenza decisamente avverse.

[ illustrazione: Jacques Tati alle prese con la sua bici ]

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