APPRENDIMENTO, CINEMA, COMPLESSITÀ, CONOSCENZA, IMMAGINI, PERCEZIONE, TECNOLOGIA, VIDEOGIOCHI

In difesa del cinema, metafora di visione e comprensione

Il regista Davide Ferrario riflette su La Lettura de «Il Corriere della Sera» riguardo al tema della visione. «Non sappiamo più guardare», afferma il regista di Dopo mezzanotte (2004), imputando questa degradazione percettiva alla progressiva diffusione di schermi sempre più piccoli, che producono una visione limitata, focalizzata e privata. Dei 140° di cui è capace il campo visivo dei nostri occhi, tendiamo a usarne solo un terzo, privilegiando una focalizzazione di dettaglio che lascia in uno sfocato secondo piano il contesto.

Citando le sperimentazioni del Cinemascope, Ferrario ricorda che il cinema nasce come esperienza visiva totale e comunitaria. Al contrario, il piano visuale offerto dai monitor somiglia più a una lente o a un mirino che non a una finestra sul mondo. Se pare fin troppo facile prendersela con videogame e selfie (contro cui lo stesso Ferrario non manca di puntare il dito), è proprio dall’analisi critica di questi strumenti che emerge il tema centrale della questione. A ben vedere, il problema non è tanto quello di una diminuita o depotenziata percezione (al contrario, l’occhio degli smartphone rappresenta per certi versi un acuimento del nostro sguardo), quanto dello smarrimento del rapporto fra visione e comprensione.

Com-prendere significa abbracciare e accogliere. Per potersi disporre a queste attività, c’è bisogno di disponibilità e tempo. Si tratta dunque della profondità dello sguardo ancor più che della sua ampiezza. Il principale difetto dei monitor è quello di presentare – per di più a grande velocità – immagini piatte e compresse. Se il Cinemascope si basava sull’immersione e sulla tridimensionalità, quanto visto su un monitor non va mai oltre la superficie levigata dello schermo. Lo sguardo tende ad aderire a questa superficie scivolando via veloce, senza portarsi via nulla. Ciò che è più grave, questa logica è ormai talmente interiorizzata da essere applicata non solo alla visione di filmati su Youtube, ma anche a tour cittadini, visite al museo e, per tornare all’inizio del discorso, visioni di film.

Il linguaggio cinematografico – per lo meno quello che non si arrende ai cliché del piccolo schermo imposti dai sempre più popolari serial – continua fortunatamente a rappresentare una preziosa risorsa di “allenamento” alla relazione fra visione e comprensione. Il primo passo è quello di andare al cinema a vedere un buon film: i benefici di questa attività si faranno evidenti in ogni ambito della vita in cui ciò che conta è riuscire ad andare oltre la superficie.

[ illustrazione: fotogramma dal film Persona di Ingmar Bergman, 1966 ]

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APPRENDIMENTO, CAMBIAMENTO, IRONIA, LAVORO, SCUOLA, TECNOLOGIA

Apprendimento a distanza: ecco perché non è proprio una novità

Da qualche tempo si parla moltissimo di MOOC, Massive Open Online Courses, cioè corsi para-universitari on-line cui chiunque può accedere gratuitamente. Le più note istituzioni a offrirli sono le americane Khan Academy e Coursera, la seconda delle quali ospita anche alcuni corsi sperimentali delle università italiane Sapienza e Bocconi.

I MOOC sono una delle più aggiornate declinazioni dell’apprendimento via web (o, per usare un altro acronimo, della FAD, Formazione A Distanza). Il giornalista americano Thomas Friedman ha descritto i MOOC come una “rivoluzione nell’educazione universitaria”, mentre il guru della disruptive innovation Clayton Christensen è giunto a predire che causeranno l’imminente bancarotta delle università tradizionali. Che l’istruzione universitaria si trovi in uno stato di inadeguatezza tale da motivare una sua ristrutturazione è fuor di dubbio. Pensare che sia possibile attuarla abbandonando le aule e affidandosi al solo apprendimento a distanza è non solo demagogico e velleitario ma, molto più semplicemente, sbagliato. Un simile discorso vale, mutatis mutandis, per la formazione post-universitaria e lavorativa.

Per riflettere sull’insostituibilità dell’imparare in presenza – di cui è da sempre alleato quel fantastico strumento di “apprendimento a distanza” che si chiama libro – è utile confrontarsi con un articolo dello studioso di tecnologie Nicholas Carr. Dall’ironico testo emerge come l’idea di una rivoluzione educativa legata agli strumenti della formazione a distanza sia un miraggio di cui l’entusiasmo per le nuove tecnologie ci porta ciclicamente a essere vittime.

L’indagine può partire dal 1878 e dalla nascita del fonografo: un entusiastico articolo del «New York Times» vide nell’opportunità di registrare e riascoltare lezioni la prefigurazione di una scuola “interamente condotta da macchine”. Le registrazioni audio sono certo diventate un prezioso ausilio per percorsi di apprendimento di vario tipo (basti pensare allo studio delle lingue straniere), ma per fortuna nessuna macchina parlante ha mai sostituito gli insegnanti in carne e ossa. Passando al 1885, il docente di Yale William Rainey Harper si fece propugnatore di un insegnamento “per posta” che avrebbe sostituito le normali scuole e università. In questo caso, l’insegnamento per corrispondenza ha avuto nel corso degli anni un discreto successo, ma nessun diploma di questo tipo può essere minimamente comparato nei suoi esiti a quello di una vera università.

Nel 1913 Thomas Edison dichiarò che il cinema avrebbe “completamente cambiato l’istruzione nell’arco di 10 anni”. Così non è stato: il più concreto esperimento volto in questa direzione, quello dei “cinegiornali”, si è avvicinato molto più alla propaganda che non all’educazione. Un simile discorso vale per la radio (nel 1927 l’Università dello Iowa immaginò che essa avrebbe reso la scuola completamente diversa) e per la televisione, da cui tra gli anni ’50 e ’60 ci si aspettava una rivoluzione in chiave educativa che non ha mai realmente avuto luogo (su questo tema utile ricordare le riflessioni di Neil Postman e Carlo Freccero).

Nel 1984, anno di lancio del Macintosh, lo studioso del MIT Seymour Papert affermò che i computer avrebbero fatto “esplodere” la scuola. Per comprendere come non sia stato così, è sufficiente guardare agli alterni risultati delle lavagne interattive multimediali (LIM) nelle nostre scuole. Poco ha aggiunto lo sviluppo di quanto oggi si etichetta come web 1.0, prefigurato in un articolo del «Times» di fine anni ’90 come la killer application in ambito educativo, sia per le università che per le imprese. Internet non ci ha certo resi più bravi ad apprendere: la stessa Wikipedia funziona il più delle volte come un semplice sostituto dei “bigini” che erano in voga prima dell’era di internet, con un tema di attendibilità dei contenuti spesso controverso. Su questa linea si iscrivono anche i più recenti sviluppi del web 2.0, che conducono direttamente ai MOOC.

In somma: dal 1878 a oggi (e forse si potrebbe andare ancora più a ritroso di quanto fatto da Carr), le innovazioni improntate alla formazione a distanza sono state innumerevoli, in molti casi accompagnate da buoni successi economici per i loro sostenitori. Per quanto riguarda la messa in luce di un riconoscibile valore legato all’apprendimento, gli esempi passati in rassegna mostrano di essere tutt’altro che rivoluzionari.

[ illustrazione: l’inventore americano Hugo Gernsback indossa un paio di “television eyeglasses”, 1963 ]

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ANTROPOLOGIA, COMPLESSITÀ, CONOSCENZA, CREATIVITÀ, INTERNET, IRONIA, SCUOLA, TECNOLOGIA, TEMPO

Perdere tempo su internet, guida all’uso

Kenneth Goldsmith è poeta, agitatore web e profeta della scrittura non creativa. La sua ultima trovata, sperimentata nelle vesti di docente universitario presso la University of Pennsylvania, è un corso dal sorprendente titolo “Wasting Time on the Internet”. L’insegnamento, lungi dal criticare il fenomeno della continua perdita di tempo sul web, lo eleva a fonte di ispirazione per la produzione di testi letterari.

Nella storia della cultura, le provocazioni offrono quasi sempre un doppio livello di lettura. C’è quello più superficiale, cui spesso si fermano i media di massa. Secondo quest’ottica, Goldsmith fa scalpore perché nobilita qualcosa di cui tutti si lamentano quotidianamente, scovando – proprio come faceva Baudelaire a metà ‘800 – il bello nell’effimero. C’è poi un senso più elevato, che si spoglia di valenze ironiche e riflette su mutamenti antropologici profondi. A ben vedere, Goldsmith non ci parla tanto di distrazione e passività (che del resto non sono certo invenzione di internet), ma della crisi di un modello di pensiero – quello della “cultura occidentale” – che continua a non riuscire a fare i conti con il susseguirsi dei mutamenti tecnologici.

La questione non è dunque demonizzare internet, ma sviluppare competenze che portino a saperlo usare con maggiore consapevolezza, nella vita personale e in quella lavorativa. E ben venga dunque un corso che aiuta i giovani universitari – una delle fasce di età che vivono il web con più immediatezza – a esplorare le potenzialità creative di un medium tanto ricco quanto spesso inestricabile. Questo è quanto è davvero in gioco; il resto è mero sensazionalismo da prima pagina.

[ illustrazione: il meme di internet noto come Nyan Cat ]

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ANTROPOLOGIA, CAMBIAMENTO, COLLABORAZIONE, COMUNICAZIONE, LAVORO, MOBILITÀ, PERCEZIONE, SOCIETÀ, TECNOLOGIA

Cosa perdiamo quando guadagniamo tempo grazie alla tecnologia?

Con Diario d’antepace (1950) lo scrittore svizzero Max Frisch ha composto un’eterogenea raccolta di note di viaggio, abbozzi letterari, pensieri sulla natura umana. Molte osservazioni contenute nel libro riguardano il ruolo assunto dalla tecnica nel mutare la nostra percezione delle distanze spaziali e temporali. Pensando all’oggi, è senz’altro facile allinearsi al coro di quanti sostengono che i più moderni mezzi di comunicazione connettono “annullando le distanze”. È d’altro canto innegabile che tutti noi facciamo quotidiana esperienza della fredda e impersonale relazione instaurata, tanto in ambito lavorativo quanto personale, da strumenti come le e-mail. Più di sessant’anni fa, Frisch riconosceva con profonda lungimiranza questo fenomeno, notando come:

«Non sappiamo più prendere sul serio delle persone quando non le abbiamo più a portata dei nostri occhi».

In tema di tecnica e annullamento delle distanze, uno dei passaggi più acuti del testo di Frisch è dedicato alle indesiderate conseguenze dell’innovazione legata ai mezzi di traporto e, nello specifico, al treno. In tempi in cui un viaggio Roma-Milano necessita ormai meno di tre ore, è  il caso di chiedersi se guadagnando tempo perdiamo forse qualcosa:

«Esattamente cent’anni or sono, la prima ferrovia attraversava il nostro paese: trenta chilometri all’ora. È chiaro che non ci si poteva fermare lì. Il segno che abbiamo superato il nostro ritmo è nel disappunto che proviamo ogni volta che una macchina ci sorpassa; è vero che noi stessi corriamo a tale velocità che la mia percezione della realtà non ce la fa più a tenerle dietro; ma nella speranza di raggiungere un’esperienza perduta, acceleriamo ancora. È la promessa diabolica che ci attira sempre più verso il vuoto. Neanche un aereo a reazione raggiungerà il nostro cuore. Esiste, sembra, una misura umana che non possiamo modificare, ma solo perdere. Che l’abbiamo perduta, è fuor di dubbio; il problema è ora questo: possiamo riacquistarla e come?».

[ illustrazione: particolare da Il treno di Fortunato Depero, 1926 ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, COMPLESSITÀ, CONOSCENZA, ECONOMIA, PERCEZIONE, RAPPRESENTAZIONE, SCIENZA, TECNOLOGIA

Uomo, lavoro, mercato (secondo Friedrich Dürrenmatt)

Lo scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990), noto soprattutto per romanzi e racconti che hanno ridefinito la categoria del “poliziesco” (su tutti, La promessa), ha animato la sua opera teatrale e narrativa con brevi e profonde riflessioni sulla natura umana. La raccolta Le scintille del pensiero (2003) raccoglie, in forma di libera antologia tematica, il pensiero dell’autore svizzero così come emerso da una produzione letteraria che ha attraversato gli anni più significativi del secolo scorso.

Alla voce “pensare”, l’antologia presenta la trascrizione di una conferenza del 1956 nella quale Dürrenmatt fornisce, nello spazio di appena due pagine, una lettura della contemporaneità che spazia dalla dimensione politica a quella economica, passando attraverso il tema della scienza e della tecnica. Nota Dürrenmatt:

«La crisi del mondo in cui viviamo non è tanto una crisi di conoscenza, quanto una crisi di realizzazione delle conoscenze […]. L’uomo di oggi conosce il mondo in cui vive molto meno di quanto si supponga».

La percezione di una conoscenza come pluralità frammentata e difficilmente sintetizzabile rimanda all’egemonia di saperi sempre più specialistici detenuti da “esperti” e non più comprensibili all’interno di una visione unitaria. D’altro canto, questa frammentazione dell’umano sapere sfocia in una psicopatologia del consumo che è per Dürrenmatt relazionabile, secondo un punto di vista comune a molti grandi pensatori del Novecento, alla trasformazione in rappresentazione e mercato di ogni relazione sociale:

«[L’uomo] avverte che l’immagine del mondo che si è venuta a creare è comprensibile solo agli scienziati, e cade preda di quei prodotti di serie che sono le visioni di moda e le ideologie più correnti, gettate continuamente sul mercato, smerciate a ogni angolo di strada».

[ illustrazione: Andreas Gursky, 99 Cent I, 2001 ]

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APPRENDIMENTO, CONOSCENZA, INTERNET, LAVORO, MEDIA, METAFORE, SCUOLA, TECNOLOGIA, UFFICI

Ecco come le distrazioni digitali ci mettono sotto scacco, a scuola e al lavoro

Sebbene il neo-luddismo vanti una solida tradizione di pensiero e azione, riconducibile – a seconda delle preferenze – tanto al Martin Heidegger di La questione della tecnica (1953) quanto a Unabomber, chi si azzarda oggi a criticare l’influenza di web, computer e smartphone raramente è preso sul serio. Viene anzi zittito da un coro inneggiante alle “magnifiche sorti e progressive” offerte dalla più recente tecnologia. Si è dunque colti da una certa curiosità nel leggere l’articolo pubblicato da Clay Shirky su «Medium», dove lo studioso americano – noto come autore di Surplus cognitivo (2010), testo che ha contribuito a legittimare internet come amplificatore di apprendimento – si scaglia contro l’invasività dei device digitali. Se anche i cyber-ottimisti iniziano a simpatizzare per il neo-luddismo, qualcosa sta forse cambiando.

Come docente universitario, Shirky afferma di aver registrato nel corso degli anni un fenomeno ormai comune a qualsiasi livello scolastico e in ambito di formazione degli adulti: il tasso di disattenzione è direttamente proporzionale alla presenza in classe di device digitali. La soluzione di Shirky? Un inaspettato diktat, peculiare soprattutto per chi come lui insegni teoria e pratica dei nuovi media: computer e smartphone rigorosamente spenti. Al suono di “lids down”, attenzione, vivacità, partecipazione e discussione hanno magicamente fatto ritorno in aula.

A essere qui chiamato in causa non è soltanto il multitasking, con le sue ormai note conseguenze nefaste. C’è in gioco altro, espresso da Shirky tramite due metafore. La prima è quella del fumo passivo: un computer aperto o uno smartphone luminoso agiscono come disturbatori anche nei confronti di chi viene a essi esposto indirettamente, generando una propagazione virale – e autolegittimante – della disattenzione. La seconda metafora è quella della concorrenza: in un’aula infestata da apparecchi elettronici, chi lavora sull’apprendimento dei suoi interlocutori si trova a dover fronteggiare l’assalto di hardware e software che sembrano pensati appositamente per costituire una coesa armata della disattenzione.

Con riferimento a un’immagine popolarizzata dallo psicologo Jonathan Haidt nel libro Felicità: un’ipotesi (2008), Shirky rivolge un monito a chiunque si occupi di apprendimento. Quando siamo in aula spesso pensiamo di poterci rivolgere unicamente alla razionalità dei nostri interlocutori, resa in metafora da Haidt come una guida o un conducente (rider). In realtà, il conducente controlla le redini di un animale piuttosto corpulento e lento: un elefante, cioè la parte emotiva del cervello. Senza una paritaria attenzione per queste due componenti, risulta difficile che qualcuno sia davvero coinvolto in un processo di apprendimento. Se le app hanno imparato molto velocemente a rivolgersi all’elefante, l’educazione e l’apprendimento di giovani e adulti non possono continuare a parlare solo alla guida.

[ illustrazione: immagine tratta dal film Computer Chess (2013) di Andrew Bujalski ]

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CAMBIAMENTO, CONCETTI, ECONOMIA, INTERNET, MARKETING, SOCIETÀ, TECNOLOGIA

Sharing is caring? L’illusoria economia della web-condivisione

Fra i critici dell’ideologia dell’accesso propagandata dal web, un posto di particolare spicco è occupato dal giovane studioso bielorusso Evgeny Morozov. Nel suo contributo comparso il 05.10.14 sul supplemento domenicale de «Il Corriere della Sera» (e originariamente pubblicato su «The Guardian»), Morozov si concentra sul fenomeno dello “sharing” – rigorosamente a pagamento – di beni o servizi tramite app per smartphone. Il caso più chiacchierato – per via delle proteste dei tassisti – è senz’altro quello dei di Uber, ma anche il car sharing in generale o, per considerare un diverso ambito, il bed & breakfast di Airbnb costituiscono a loro volta chiari esempi del progressivo affermarsi di un nuovo meccanismo economico.

Un futuro in cui porre un QR code su un qualsiasi oggetto costituirà la premessa per il suo noleggio pare essere estremamente vicino. Saremo tutti micro-imprenditori di una ricca e democratica economia della condivisione. Chi avrà qualcosa potrà immediatamente trasformarlo in opportunità di affitto e guadagno; viceversa chi non lo avrà potrà comunque usufruirne senza restare vittima delle trappole della società borghese, rinunciando allo status del possesso e imparando a vivere in maniera più sostenibile. Contribuiremo tutti a risolvere il problema degli eccessi di consumo, sopravvivendo felicemente con meno risorse. Ecco, questa è la prospettiva di “decrescita felice via web” che probabilmente ci attende, almeno stando a quanto prefigurato dai sostenutori della sharing economy, la cui voce principale è oggi quella del sito-portabandiera Peers.org.

Che cosa ne pensa Evgeny Morozov? In poche parole, tutto il male possibile:

«Il problema maggiore delle visioni ottimistiche diffuse da organizzazioni come Peers.org è che esse si limitano a razionalizzare le patologie dell’attuale sistema economico e le presentano come scelte consapevoli da parte del pubblico. È bello poter scegliere tra affittare e possedere, ma è una scelta che molti non arrivano a fare».

L’economia dello sharing può forse aiutare un buon numero di persone a trovare più sopportabili le conseguenze dell’attuale crisi finanziaria, ma non fa nulla per incidere sulle sue cause. A ben vedere, come notato dallo stesso Morozov qualche tempo fa in un pezzo per il «Financial Times», la sharing economy altro non è che “liberismo sotto steroidi”. Attraverso l’illusoria promessa di un sistema di scambio economico più democratico e solidale – e con la seducente opportunità di noleggiare lusso e comfort a buon mercato – lo sharing anestetizza i “normospendenti” nascondendo ai loro occhi il crescente aumento di disparità economiche. Rispetto alle dinamiche di trasparenza e opacità degli scambi economici, internet sta assumendo un ruolo che Morozov non esita a definire politico. È esattamente su questo fronte che una crescita di consapevolezza collettiva si fa di giorno in giorno sempre più necessaria.

[ illustrazione: Weegee, Children on Fire Escape, 1938 ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, CAMBIAMENTO, COMPLESSITÀ, COMUNICAZIONE, CULTURA, ECONOMIA, INTERNET, MARKETING, TECNOLOGIA

Schiavi di internet. Ovvero: del trionfo dell’individualismo digitale

One cannot live outside the machine for more perhaps than half an hour.
Virginia Woolf, The Waves

Against The Machine: Being Human in the Era of the Electronic Mob, opera del newyorkese Lee Siegel, è la più precisa, pungente e spietata critica mai scritta riguardo la dimensione sociale di internet. Oltre che – ovviamente secondo l’opinabilissima opinione del sottoscritto – uno dei migliori testi contemporanei dedicati al rapporto fra uomo e tecnologia. L’unico mio problema con questo libro, pubblicato nel 2008, è l’averlo letto solo oggi.

Alla metà degli anni ’90 ha avuto luogo, invisibile agli occhi dei più, una rivoluzione culturale che soltanto oggi si mostra in tutta evidenza come come l’inevitabile sviluppo – virato in chiave tecnologica – del ripiegamento dell’individuo su se stesso figlio dell’invenzione novecentesca della psicoanalisi. Senza Freud, niente internet. Per lo meno non nella forma in cui si è imposta, vale a dire come primo ambiente sociale della storia pensato a uso e consumo dell’individuo isolato e narcisista.

Come è possibile che sia così, se è vero che internet è per antonomasia luogo di apertura, incontro, opportunità? La possibilità stessa che ci si ponga una simile, ingenua domanda è la più schiacciante prova della riuscita di una strategia persuasiva che merita di essere analizzata.

Prima mossa: la santissima trinità web dell’accesso – libertà, democrazia, scelta – nasconde sotto la sua pelle digitale una solida spina dorsale, quella del sistema economico che ci governa h24. Quando internet offre informazione, velocità ed efficienza sta in realtà vendendo sempre e solo una cosa: convenienza economica. Tanto su Ebay, quanto su Wikipedia o Youporn. E riesce a far credere che non sia così, facendoci sentire parte della grande, anonima e accogliente comunità del web.

Seconda mossa: nell’era di internet la veste del business si fa cool e creativa (si pensi a profeti tecnologici pseudo-culturali come Apple o «Wired»), imponendosi come riferimento per i “bohème culturali” di tutto il mondo. Altro che lavoratori della conoscenza; noi produttori/consumatori del web 2.0 siamo pronti a tutto pur di ottenere un like, avendo forse non del tutto compreso ma di certo introiettato un’idea: imparare a vendere noi stessi, in ogni momento della nostra vita, è tutto ciò che conta per stare bene on-line.

Come valutare le conseguenze di queste due mosse? A fine 2006 «Time» pubblica il suo annuale numero dedicato alla “persona dell’anno”. In copertina, lo schermo stilizzato di un computer con una sola parola: “YOU” ( il computer è un Mac e l’interfaccia sullo schermo è quella di Youtube). Ecco, nel sua più efficace rappresentazione, la rivoluzione culturale in chiave economico-individualista realizzata da internet.

Il super-individuo figlio di internet è un prolifico confezionatore di prodotti destinati al mercato dei suoi interlocutori on-line. Il contenuto non ha nessuna importanza: in internet non conta veicolare un messaggio, ma esprimersi. Per questo rendiamo performance la nostra privacy, in cerca di popolarità digitale a buon mercato. Il diktat del web è semplice, e basta aprire Youtube-Facebook-Twitter per rendersene conto: il segreto è eccellere nella medietà. Risultare come chiunque altro più di quanto chiunque altro sia in grado di fare. In italiano non suona troppo bene, quindi lo riporto nell’inglese scioglilingua di Siegel: «sound more like everyone else than everyone else is able to sound like everyone else». Questo è quanto.

Certo, un articolo come questo pubblicato in un blog ha qualcosa di contraddittorio, ma tant’è, potete sempre mettermi un like.

[ illustrazione: particolare dalla locandina promozionale italiana del film The Social Network di David Fincher, 2010 ]

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APPRENDIMENTO, CAMBIAMENTO, CONOSCENZA, CULTURA, LETTERATURA, LIBRI, PAROLE, TECNOLOGIA

Un romanzo per riflettere  sul futuro della lettura

Da qualche tempo a questa parte, la narrativa americana sta dando prova di un’inclinazione al dar forma a diffuse forme di scetticismo e timore nei confronti nei nuovi media. Primo esempio di questo filone letterario è stato The Circle (2013) di Dave Eggers, sulla cui critica all’invasione della privacy operata dai social media abbiamo già detto qui qualche tempo fa. È ora il turno dell’esordiente Alena Graedon, il cui The Word Exchange (2014) è un thriller che trova i suoi principali riferimenti letterari in Fahrenheit 451 (1953) di Ray Bradbury e nel Platone del Fedro (dialogo contenente la celebre condanna della scrittura).

Nel futuro prossimo immaginato da Graedon, gli smartphone si sono evoluti in uno strumento dal nome Meme (esplicito rimando all’omonimo concetto di “idea autopropagantesi” messo a punto da Richard Dawkins nel 1976). Invadente intermediario rispetto all’intera vita sociale, il Meme assume un ruolo centrale rispetto alle interazioni con il linguaggio. La sua applicazione “Word Exchange” è un dizionario in grado di rispondere – ovviamente a pagamento – alle esigenze linguistiche di utenti sempre più distratti e sempre meno alfabetizzati. Antagonista allo strapotere del Word Exchange è il North American Dictionary of the English Language, unico dizionario cartaceo ancora esistente al mondo. Quando l’editor responsabile della nuova edizione del dizionario scompare misteriosamente, sua figlia Anana si mette immediatamente sulle sue tracce, restando coinvolta in una densa trama di avvenimenti che sarebbe qui scorretto rivelare al futuro lettore.

The Word Exchange è un romanzo reso contemporaneo dal modo in cui risponde all’attuale “revival della lettura analogica” (mai espressione fu più insensata, tanto sul piano formale che su quello concettuale). Fa questo in modo intelligente, giocando con vezzi che denunciano un sincero amore per la cultura bibliografica (la successione dei capitoli che procede in ordine alfabetico; l’uso abbondante – ma non alla David Foster Wallace – delle note) e, soprattutto, costruendo una scrittura godibile, ricca e ricercata. Graedon mostra di avere a cuore il futuro della lettura e più in generale dell’alfabetizzazione, fornendo con il suo romanzo un contributo importante al dibattito, presente e a venire, a riguardo. Difficile, nonostante la sua riflessione suoni a tratti reazionaria, non concordare con la lettura del presente offerta dal libro:

«Why do you think people stopped reading? We read to connect with other minds. But why read when you’re busy writing, describing the fine-grained flotsam of your own life. Compulsively recording every morsel you eat, that you’re cold, or, I don’t know, heartbroken by a football game. An endless stream flowing to an audience of everyone and no one. Who can bother with the past when it’s hard enough keeping up with the present? But we do need the past. And things that last longer than a day».

[ illustrazione: Federico Faruffini, La Lettrice, 1864]

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ANTROPOLOGIA, ARCHITETTURA, CAMBIAMENTO, CITTÀ, LAVORO, MANAGEMENT, SOCIETÀ, TECNOLOGIA, UFFICI

Un libro, anzi due, per capire il lavoro d’ufficio

Nikil Saval, editor della rivista americana «n+1», esordisce con un testo che nasce da una lunga ricerca sugli ambienti del lavoro impiegatizio. Si tratta di Cubed (2014), ricognizione multidisciplinare – design, management, riferimenti a letteratura e cinema – che aiuta a comprendere perché il lavoro d’ufficio, con i suoi spazi e la sua capacità di generare culture e comportamenti, è in grado di incidere così tanto sulla società nel suo insieme.

Saval apre il suo lavoro rendendo omaggio a un riferimento classico, quel White Collar (1951) di Charles Wright Mills (1916-1962) che è considerato uno dei capostipiti della sociologia organizzativa. A ben vedere – come nota la collaboratrice del «New Yorker» Jill Lepore in una recensione che merita una lettura a sé – l’approccio di Saval è, più che sociologico, storico. Quanto il libro dispone agli occhi del lettore è un ideale diorama che potrebbe intitolarsi “l’ufficio attraverso il tempo”.

Con una prevedibile focalizzazione sulla storia del lavoro in America, Saval prende le mosse dalle “counting house” di metà ‘800, ambienti che oggi sorprendono per la loro dimensione angusta e per la grande prossimità tra datori di lavoro e impiegati. Prossimità destinata a sparire in nome dell’astrazione delle gerarchie organizzative, facilitata dall’estensione verticale dei grattacieli che dagli anni ’50 hanno iniziato a cambiare la fisionomia delle grandi città americane. Pensando a New York, vengono subito in mente la “black box” del Seagram Building o l’AT&T Building progettato dall’architetto “postmodernista” Philip Johnson.

Nel frattempo, l’interno degli spazi di lavoro incontra un’evoluzione inaspettata. Alla fine degli anni ’50, gli studi di ergonomia condotti dall’inventore americano Robert Propst (1921-2000) generano il prodotto di maggior successo di Herman Miller, il cosiddetto “Action Office”, spazio modulare pensato per l’ottimizzazione delle attività individuali. La semplificazione e banalizzazione dell’Action Office ha in seguito dato vita, concretizzando l’incubo isolazionista prefigurato da alcune sequenze di Playtime di Jacques Tati (1967), a quanto è oggi universalmente noto come cubicolo.

Il salto temporale successivo coincide con le prospettive sulla smaterializzazione e delocalizzazione del lavoro offerte dalle nuove tecnologie, rispetto alle quali il piglio storiografico è evidentemente meno praticabile di quello che procede per ipotesi. In sintesi, “l’ufficio attraverso il tempo” presentato da Saval offre una istruttiva e coinvolgente genealogia di spazi abitati quotidianamente ma spesso vissuti senza sufficiente consapevolezza.

Un altro testo incentrato sullo studio del lavoro impiegatizio, fonte di particolare orgoglio perché a firma di uno studioso italiano, è Uffici (2011) di Imma Forino. In questo caso l’indagine è più spiccatamente orientata al design degli uffici e dei loro arredi – l’autrice è docente di architettura degli interni al Politecnico di Milano – , senza comunque mancare di offrire spunti manageriali e socio-antropologici. In particolare, il testo ha il merito – oltre che di assumere una prospettiva non esclusivamente americanocentrica – di costruire una linea temporale che viaggia a ritroso fino a epoche non toccate dal lavoro di Saval. Forino parte dallo scriptorium dei monaci medievali e affronta, prima di giungere al Novecento, un percorso che arriva fino alla nascita della burocrazia (letteralmente: potere dello scrittoio) sette-ottocentesca. Di particolare interesse per il lettore italiano sono poi le parti di libro dedicate ai “torracchioni” nazionali (come li chiama il Luciano Bianciardi di La vita agra) e ai raggiungimenti tecnologici dell’Olivetti.

Difficile pensare a una “doppietta di lettura” più adatta a comprendere il mondo degli spazi di lavoro di quella formata da Cubed e Uffici, testi che sorprendono per consonanza e reciproca capacità di integrazione.

[ illustrazione: fotogramma da Playtime di Jacques Tati, 1967 ]

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