ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, CREATIVITÀ, SCRITTURA, TECNOLOGIA

E se anche battere sui tasti aiutasse la creatività?

Negli ultimi mesi il dibattito sui benefici dello scrivere a mano è stato animato da diverse ricerche provenienti dal settore delle neuroscienze. Come riportato anche qui, scrivere con carta e penna pare abilitare lo sviluppo cognitivo e amplificare la capacità di apprendere.

Lo studioso americano Clive Thompson, autore del best-seller tecnofilo Smarter Than You Think (2013), prova a confrontare scrittura a mano e a computer, in cerca di qualche pregio da attribuire anche alla seconda modalità di produzione di testo. Quanto Thompson mette in luce in un articolo su «Medium» è che, se la scrittura a penna vince a mani basse quanto si tratta di memorizzare e assorbire conoscenze, la tastiera del computer regna sovrana se si parla di produrre nuovi contenuti.

Il punto non è semplicemente battere sui tasti, ma saperlo fare ad alta velocità. Diversi studi dimostrerebbero che esiste una stretta connessione tra capacità di ragionamento e velocità nel mettere nero su bianco quanto pensato. In buona sostanza, pensare “veloci” serve a poco se non si è in grado di scrivere altrettanto rapidamente. E in questo una scrittura a tastiera ben impostata sembrerebbe battere lo scrivere a mano.

Confrontare le posizioni di Thompson con quelle dei sostenitori di carta e penna fornisce una riprova del fatto che, con qualche teoria cognitiva alla mano, è possibile dimostrare tutto e il contrario di tutto. Evitando qui di parteggiare per l’una o per l’altra fazione (si lascia al lettore prendere posizione), è il caso di notare che, tanto per la scrittura a mano quanto per quella a tastiera, si tratta di utilizzare al meglio gli strumenti a propria disposizione, rendendoli estensione del proprio corpo e dunque veicoli di istanze creative e comunicative. A questo proposito, si dice che il trombonista jazz J.J. Johnson fosse solito ripetere ai suoi allievi:

«Qualsiasi idea che non sei grado di tirar fuori dal tuo strumento non ha nessun valore in questa musica».

Raffrontare un mezzo per antonomasia “creativo” come lo strumento musicale con oggetti quotidiani come la penna e la tastiera potrebbe sembrare fuorviante, ma a ben vedere aiuta a realizzare che la questione centrale per qualsiasi strumento è acquisire una perizia tecnica adeguata ai messaggi che si intende veicolare. Pochi fra noi hanno velleità da trombonisti, ma siccome tutti pretendiamo ogni giorno di esprimerci battendo sui tasti di una tastiera, forse è il caso di dedicare qualche sforzo al cercare di farlo meglio.

Compito a casa: imparare a scrivere senza guardare la tastiera. E, se avanza tempo per un vezzo retrò, frequentare un corso di calligrafia.

[ illustrazione: fotogramma dal film Populaire (2012) di Régis Roinsard ]

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JAZZ, LETTERATURA, METAFORE, MUSICA, SCRITTURA

Ritratti in jazz: il Murakami che non ti aspetti

Chi conosce Murakami Haruki sa che nei suoi libri sono disseminate tracce di una riconoscibile passione musicale. In particolare, l’amore per il jazz – in maniera simile a quello per il podismo raccontato in L’arte di correre (2007) – ha accompagnato momenti importanti della vita dello scrittore giapponese (che ha anche gestito un jazz club per diversi anni), e questo si coglie leggendo i suoi romanzi, a partire dal “beatlesiano” Norwegian wood (1987).

Recentemente pubblicato in Italia da Einaudi, Ritratti in jazz (2013) costituisce un’ottima introduzione al Murakami jazzofilo. A partire da due serie di illustrazioni di  Makoto Wada, composte da ritratti di musicisti jazz di varie epoche e stili, Murakami si diverte a mettere sul piatto del giradischi un album per ciascuno dei jazzisti ritratti da Makoto, lasciando che sia la musica a guidare il moto della penna sulla carta (o, se si preferisce, il battito delle dita sulla tastiera). Il risultato è un piccolo “manuale del jazz” sui generis, buono tanto per neofiti quanto per ascoltatori esperti, nel quale la dimensione affettiva prevale su qualsiasi pretesa filologica.

Si può ben dire che Murakami, scrivendo di jazz, improvvisi. Le sue note mostrano una passione di lunga data, sorretta da una profonda conoscenza di questo genere musicale. La padronanza dell’argomento gli permette di divagare senza troppe remore, per esempio iniziando a scrivere di un musicista e finendo per tessere le lodi di un altro. Il giornalismo musicale è un mestiere arduo – come non citare, anche in questa occasione, la massima “scrivere di musica è come ballare di architettura? – e Murakami mostra di non avere particolare cura di adeguarsi ai suoi canoni.

Poiché l’approccio è smaccatamente autobiografico, la scrittura può prendersi libertà che a un giornalista non sarebbero concesse. Diventa dunque ancor più piacevole confrontarsi con il ricco lavoro sul tessuto narrativo – e in particolare sull’aggettivazione e le metafore – svolto da Murakami. Nelle sue brevi schede il contrabbasso di Scott LaFaro è “fresco come la primavera e profondo come un bosco”, il suono del pianista Thelonious Monk “sembra scalfire un duro pezzo di ghiaccio”, la voce del sax tenore di Johnny Griffin suona “dura come un nigiri ben compresso”. Ogni pagina di Ritratti in jazz è fresca, coinvolgente e capace di far crescere in chiunque l’amore per quella magnifica musica che risponde al nome di jazz.

[ illustrazione: Thelonious Monk in un disegno di Wada Makoto ]

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INNOVAZIONE, MARKETING, PERCEZIONE, SCRITTURA, STORIE, TECNOLOGIA

La macchina da scrivere, questa sconosciuta

Nella storia delle innovazioni, l’incomprensione occupa un posto importante. Quel che a noi può oggi suscitare un discorso sull’antico, un’archeologia non priva di implicazioni sentimentali, doveva originariamente apparire come oggetto di mistero, per non dire di repulsione. Provate a immaginare di essere uno scrittore, attivo nel 1868: come reagireste di fronte alle promessa che uno strano incrocio tra un fonografo e un pianoforte possa sostituire penna e inchiostro? Con tutta probabilità, non in modo troppo accogliente.

L’imprenditore statunitense Christopher Latham Sholes (1819-1890) dovette fronteggiare questo tipo di perplessità quando presentò il suo brevetto nel giugno del 1868. Quanto è certo è che nulla della prima type-writer sembrava pensato per accattivarsi la possibile clientela. Basti pensare al sistema di tasti QWERTY, notoriamente nato per rallentare – non per velocizzare – la velocità di scrittura per evitare inceppamenti del meccanismo. La tastiera, con spirito spartano, era inoltre priva di tasti per lo 0 e l’1. Secondo il progetto, per produrre questi numeri era più che sufficiente poter disporre delle lettere O e I maiuscole (per inciso, le minuscole non erano date).

Se per Sholes e per gli sviluppatori che lavorarono al suo fianco gli inizi non furono facili (tanto che la macchina da scrivere finì presto per costringerli a contrarre debiti), la perseveranza nello sviluppo del prototipo e nell’azione di marketing li portò finalmente nel 1874 a un contratto di partnership che generò l’immissione nel mercato della Remington 1, venduta al salato costo di 125$ dell’epoca. Nella storia seguente, Sholes si è potuto prendere più di una rivincita nei confronti degli scettici scrittori della sua epoca. Le tastiere QWERTY, a oggi onnipresenti nella nostra galassia di device digitali, sono qui per ricordarcelo.

[ illustrazione: particolare dal brevetto per la prima macchina da scrivere Sholes, 1868 ]

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ANTROPOLOGIA, CAMBIAMENTO, LETTERATURA, SCRITTURA, SOCIETÀ, TECNOLOGIA

La generazione informatica: dominio della tecnica e vuoto esistenziale

«L’aspetto di Anders Behring Breivik, e anche delle sue vittime a Utoøya, è quello degli informatici».

Con questa osservazione Giuseppe Genna si accinge a costruire, nelle pagine conclusive del suo ultimo La vita umana sul pianeta Terra (2014), un vertiginoso parallelismo che può forse aiutare a darsi ragione del senso di svuotamento (culturale, civile, umano) di cui le gesta del serial killer norvegese Breivik si sono fatte simbolo. L’uccisore somiglia alle sue vittime, per via di una comune appartenenza a una generazione dallo sguardo opaco e dall’aspetto ittico che si muove in ambienti dal sembiante subacqueo, proprio come – nella descrizione di Genna – il corpo cavo della milanese e ligrestiana torre Galfa, rapidamente occupata e sgomberata a metà 2012. La caratteristica fondante di questa generazione è un’antitesi, è la distrazione concentrata:

«Si aggirano, giovani e meno giovani, in una distrazione concentrata, come gli informatici, fissando i touchscreen dei loro device. La trasformazione che incarnano è ciclopica. Ovunque è come loro».

Informatici più per destino che per professione, immersi in un progetto tecnologico cui appartengono senza poterlo determinare. Progetto che progressivamente distanzia e de-umanizza, che controlla conferendo apparenze di libertà che non corrispondono a reali possibilità ma a pre-programmate opzioni:

«Il loro progressismo ambiguo, il marchio di fabbrica a cui sono devoti e il modo in cui scambiano la devozione per un gesto di libertà personale e di appartenenza collettiva».

Sperando di non forzare troppo la riflessione di Genna, nelle sue pagine pare di scorgere una descrizione della mutazione antropologica che sta determinando il presente, un identikit fin troppo preciso della nuova classe dirigente, la cui egemonia sembra ineluttabile:

«Gli informatici sono qualcosa più che informatici: informano letteralmente, sono coloro che stanno dando la forma al mondo».

[ illustrazione: fotogramma dal film di John Badham Wargames, 1983 ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, CAMBIAMENTO, CREATIVITÀ, EPISTEMOLOGIA, SCRITTURA, TECNOLOGIA

Scrivere a mano serve ancora a qualcosa?

Un recente articolo del «New York Times» raccoglie e commenta le più aggiornate opinioni della neuroscienza riguardo lo scrivere a mano. Se il decadimento dello studio della calligrafia nelle scuole è un dato di fatto – che trova un ironico contraltare nella nuova “alfabetizzazione manuale” imposta alle dita di ragazzi e adolescenti da smartphone e tablet – , quel che soprattutto conta chiedersi è se scrivere a mano e a computer siano attività equivalenti rispetto alle capacità di ragionamento e apprendimento.

Partiamo dai più piccoli: quando un bambino scrive usando una penna, produce parole più velocemente che con una tastiera. Non solo, afferma la neuroscienza: è anche in grado di recepire più idee. Passando alle aule universitarie, chi prende appunti su carta è uno studente più produttivo rispetto a chi lo fa con un computer. Si badi: nonostante quanto l’intuito potrebbe suggerire, la posizione di svantaggio del computer non ha molto a che fare con le distrazioni offerte da una connessione a internet. Ciò di cui il battere sui tasti pare privo è la relazione con un processo di riflessione e manipolazione concettuale che solo lo scrivere a mano è in grado di innescare.

Pensare con carta e penna attiva aree del cervello legate all’apprendimento che restano “spente” quando lavoriamo con un computer; aiuta a memorizzare, a organizzarsi, a sviluppare senso del controllo. La materializzazione del pensiero resa possibile dallo scrivere a mano rappresenta dunque una risorsa fondamentale e a oggi insuperata per lo sviluppo cognitivo e per la capacità di apprendere.

[ illustrazione: foglio dal manoscritto di Elsa Morante per L’isola di Arturo, edito nel 1957 ]

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APPRENDIMENTO, ARTE, CREATIVITÀ, SCRITTURA

Per una scrittura non creativa

Kenneth Goldsmith, poeta e studioso americano, è autore di Uncreative Writing (2011), saggio che analizza la frammentazione della scrittura nell’era digitale. Per comprendere come il web ha cambiato il nostro modo di scrivere, Goldsmith suggerisce un parallelo: così come la nascita della fotografia ha mutato per sempre il ruolo della pittura, l’avvento di internet ha influito profondamente, forse in maniera irreversibile, sullo statuto della scrittura.

Il nuovo ruolo del lettore come “curatore”; le pratiche di manipolazione e re-visione del testo all’interno di molteplici canali; la sovversione delle norme di copyright e la disgregazione dell’autorialità: tutto questo rende urgente una riconsiderazione delle pratiche di scrittura. Alle ormai abusate pratiche di “scrittura creativa”, Goldsmith oppone una dichiarata non-creatività del testo che prende le mosse da un’attenta riflessione sul ruolo della tecnologia e si ispira ai protagonisti delle avanguardie artistiche più importanti del Novecento, dal situazionismo fino ad Andy Warhol, profeta anticreativo in tutta la sua opera.

Uno dei passaggi centrali del lavoro di Goldsmith chiama in causa un autore-faro del pensiero novecentesco sui rapporti tra cultura e tecnologia, Walter Benjamin. In Strada a senso unico (1928) lo studioso tedesco costruisce una metafora che esplica con chiarezza l’utilità della trascrizione di un testo, una delle pratiche cardine della scrittura non creativa. Trascrivere è un lavoro non solo sulla scrittura ma dentro di essa, che permette di comprendere su se stessi qualcosa che resta inaccessibile alla sola pratica della lettura:

«La forza di una strada è diversa a seconda che uno la percorra a piedi o la sorvoli in aeroplano. Così anche la forza di un testo è diversa a seconda che uno lo legga o lo trascriva. Chi vola vede soltanto come la strada si snoda nel paesaggio, ai suoi occhi essa procede secondo le medesime leggi del terreno circostante. Solo chi percorre la strada ne avverte il dominio, e come da quella stessa contrada che per il pilota d’aeroplano è semplicemente una distanza di terreno essa, con ognuna delle sue svolte, faccia balzar fuori sfondi, belvedere, radure e vedute allo stesso modo che il comando dell’ufficiale fa uscire i soldati dai ranghi. Così, solo il testo ricopiato comanda all’anima di chi gli si dedica, mentre il semplice lettore non conoscerà mai le nuove vedute del suo spirito quali il testo, questa strada tracciata nella sempre più fitta boscaglia interiore, riesce ad aprire: perché il lettore obbedisce al moto del suo io nel libero spazio aereo delle fantasticherie, e invece il copista lo assoggetta a un comando».

[ illustrazione: Gustave Caillebotte, Portrait de E.-J. Fontaine, Libraire – 1885 ]

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DIVULGAZIONE, IRONIA, MUSICA, SCRITTURA, STORIE

Scrivere di musica è come ballare di architettura

Sarah O’Holla scrive di dischi, ma non come potrebbe farlo un giornalista musicale. Ne scrive come qualcuno cui è capitato in sorte di condividere una significativa parte del proprio spazio domestico con una collezione di 1500 vinili. Il blog di Sarah, che nella vita fa la bibliotecaria, si chiama “My Husband’s Stupid Record Collection”.

Un giorno, mentre ascolta musica con amici, Sarah si rende conto di non conoscere che una piccola parte della collezione di dischi del marito (anch’egli, del resto, ha dedicato a molti di essi non più di un passaggio sul giradischi). Decide allora di dare inizio a un progetto: ascoltare tutti i dischi, in rigoroso ordine alfabetico, e pubblicare per ognuno una recensione on-line. A oggi Sarah è arrivata alla lettera B.

Ogni recensione parte dalla copertina, dalla qualità tattile dell’oggetto vinile e del suo formato, fronte e retro (ben difficile che un CD possa suscitare simili stimoli estetici). Poi si passa alla musica, con note che seguono la successione dei brani, lato A e lato B. L’approccio analitico non pregiudica la natura emozionale dei commenti, che ai suoni associano sensazioni, metafore, luoghi e situazioni. Il tutto con un piglio piacevolmente naif.

C’è chi ama il blog, apprezzandone lo stile eterodosso e la spontaneità; c’è chi, esattamente per gli stessi motivi, lo detesta. Che piaccia o meno, il lavoro si Sarah rappresenta uno dei più freschi esperimenti di scrittura musicale oggi in circolazione, capace di tenersi alla larga dai luoghi comuni e di coltivare un prezioso spirito anti-intellettualistico.

[ illustrazione: immagine di copertina del disco Endtroducing di Dj Shadow, 1996 ]

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CREATIVITÀ, EPISTEMOLOGIA, INTERNET, LETTERATURA, SCRITTURA, TECNOLOGIA, TEMPO

Il “realismo istantaneo” del web

Il romanzo, così come l’abbiamo conosciuto, rischia di sparire. A metterne a repentaglio l’esistenza sarebbe, tanto per cambiare, il web, origine di praticamente ogni male contemporaneo. Siamo di fronte a una concreta minaccia, o si tratta dell’ennesimo bluff giornalistico? Tanto per cominciare, il tema non è esattamente una novità: la crisi del romanzo viene discussa da così tanto tempo – circa cento anni, nota lo scrittore inglese Will Self – da essere diventata un topos culturale. È se è pur vero che il tratto caratteristico dell’epoca contemporanea è l’allergia alla complessità, in tutte le sue manifestazioni estetiche, quanta parte di questo stato di cose è da imputare al famigerato web? È lo stesso Self, in un articolo per «The Guardian», ad analizzare la questione.

Come dedicare tempo di qualità alla lettura? Staccarsi da internet, spegnere la tv, zittire la radio, sfuggire al continuo chiacchiericcio che ci circonda. Disconnettersi è oneroso, ma fattibile. Ma cosa può succedere se, una volta immersi nella lettura, scopriamo che il testo con cui ci stiamo confrontando è frutto di un lavoro che non è riuscito a sfuggire alle distrazioni da noi faticosamente annullate? Quel che differenzia lo scrittore di oggi da chi l’ha preceduto, in epoca pre-internet, è la presenza di un surrogato immaginativo sempre a portata di mano. Sei in difficoltà nel trasformare in parole la sensazione di un’immagine, di un suono, di un gusto? Niente paura: basta cercare sul web, infinito deposito di “realismo istantaneo”, una soluzione pronto uso. Ecco la radicalità del punto di vista di Self: il web minaccia il romanzo non tanto perché distrae i lettori, ma perché impigrisce la fantasia degli scrittori.

[ illustrazione: Mario Schifano, 1970 ]

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ARCHITETTURA, DECISION MAKING, PROGETTO, SCRITTURA

Macropianificatori e microgestori

Come cimentarsi con progetti ad alta complessità? Prendiamo il caso della scrittura: in Sentirsi del mestiere, saggio contenuto nella raccolta Cambiare idea (2009), la scrittrice britannica Zadie Smith descrive due diverse strategie.

La macropianificazione è la condotta di chi ha le idee chiare fin dall’inizio. Adottarla significa saper guardare da lontano alla propria impresa e tratteggiarne anzitutto confini e regole, in modo da potersi poi muovere al suo interno con libertà. L’arredamento di una casa è un buon esempio: i macropianficatori riescono a stabilire per prima cosa quanto spazio e quante stanze hanno a disposizione, per poi concentrarsi sullo spostare, spesso più e più volte, il mobilio.

La microgestione è fatta propria da chi, come la stessa Smith, si concentra da subito sul dettaglio, prescindendo da una visione di insieme. Chi adotta questo approccio si focalizza sull’arredamento della singola stanza e non procede alla successiva finché la prima non è completa di tutto il suo mobilio. Ciò che caratterizza i microgestori è la linearità del processo e la stringente relazione causa-effetto tra le scelte compiute. Ogni decisione presa incide radicalmente non solo sulla successiva, ma sullo sviluppo dell’intera struttura. È per questo che, nel caso della scrittura, le prime venti pagine di un testo possono richiedere una gestazione lunghissima.

Smith racconta il caso di un suo romanzo in cui il lavoro sul primo blocco di testo ha richiesto addirittura due anni, con continue riscritture e cambiamenti di prospettiva. Il vantaggio di questo approccio, sostiene Smith, sta nel fatto che una volta superato lo scoglio iniziale il resto procede a velocità spedita e con sicurezza. Dopo due anni passati sulle prime venti pagine, il resto del libro è stato scritto in soli cinque mesi. Un po’ come dire che, una volta stabilito il tono di un da dare a un’abitazione, la costruzione del suo intero arredamento viene di conseguenza.

[ illustrazione: Giovanni Evangelista, arte etiope, circa 1540 ]

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CINEMA, LAVORO, LETTERATURA, SCRITTURA

Lo stile e la ricerca secondo Hemingway e Tarkovskij

«Secondo me, però, quello che talvolta si definisce “stile” spesso non sono altro che le esitazioni di chi si è cimentato con un qualcosa che non era mai stato fatto prima. I nuovi classici non assomigliano mai ai classici dei periodi precedenti. E all’inizio, l’unica cosa che la gente nota, non essendo in grado di accorgersi di nient’altro, sono quelle esitazioni. Così quando si comincia a pensare che le esitazioni siano un nuovo stile, una marea di persone si mette a imitarlo. È davvero una brutta faccenda».

Queste parole di Ernest Hemingway (1899-1961), raccolte nel piccolo libro-intervista con il giornalista americano George Plimpton Il principio dell’iceberg. Intervista sull’arte di scrivere e narrare (1954), affrontano il tema della ricerca di uno stile in scrittura. A detta di Hemingway, le idiosincrasie dello stile altro non sono che gli inciampi cui l’esplorazione del nuovo va incontro. Le tracce di queste esitazioni si cristallizzano sulla superficie della scrittura e vengono riconosciute come stile.

Rispetto a questo ragionamento, relativo alla scrittura ma applicabile anche ad altri contesti, utile è la correlazione con la metafora che dà titolo al libro citato, usata da Hemingway per rendere conto della relazione fra lavoro preparatorio e opera compiuta. Il “principio dell’iceberg” afferma che il lavoro di indagine, ricerca e approfondimento deve restare nascosto in profondità, sotto l’acqua, offrendo ai destinatari dell’opera solo l’essenziale, quel che deve vedersi in superficie. Che è poi il luogo in cui si depositano le esitazioni dello stile.

Vicine alle considerazioni di Hemingway sono quelle espresse da Andrej Tarkovskij (1932-1986) in Scolpire il tempo (1988):

«Nulla ha meno senso della parola “ricerca” applicata all’opera d’arte».

Secondo il grande regista, la ricerca – cioè la parte sommersa dell’iceberg – non deve essere confusa con ciò che emerge, cioè l’opera in sé. Chi mette in primo piano la ricerca – e qui il bersaglio critico di Tarkovskij è proprio tutta l’arte che si definisce “di ricerca” – denuncia un’incapacità nel dar forma a un’opera compiuta e lascia emergere, non senza una certa dose di vanità, quanto dovrebbe restare sommerso.

[ illustrazione: Ernest Hemingway, foto di Earl Theisen, 1952 ]

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