APPRENDIMENTO, CINEMA, COLLABORAZIONE, DIVULGAZIONE, JAZZ, METAFORE, STORIE

Ecco perché Whiplash non parla di apprendimento (anche se è un film da Oscar)

Whiplash (2014), lungometraggio del ventinovenne Damien Chazelle, è candidato per la cerimonia degli Oscar 2015 a ben cinque premi, fra cui miglior film e miglior attore non-protagonista. Il film narra l’apprendistato di un giovane batterista jazz (interpretato dal giovane Miles Teller), il cui percorso di studi è guidato da un insegnante (un intenso J.K. Simmons) i cui metodi, basati sulla violenza verbale e fisica, sono alquanto discutibili.

Il film è una tesa e inquietante messa in scena di un rapporto maestro-dicepolo basato sull’abuso di potere e sulla manipolazione. Gli attori sorreggono perfettamente la sceneggiatura e J.K. Simmons in particolare si produce in una performance superba, decisamente degna di un Oscar.

Whiplash gioca su un piano morale controverso e, come dichiarato in un’intervista dallo stesso Chazelle, pone lo spettatore di fronte a un dilemma: il fine giustifica i mezzi? Nel porsi questo domanda bisogna fare attenzione a non cadere in inganno. Whiplash non parla, come a tutta prima potrebbe sembrare, di apprendimento. Né di motivazione propriamente intesa. Come notato, il film è incentrato su un abuso di potere che non può in nessun modo essere inteso come una lezione sull’efficacia di un insegnamento condotto, con stampo militaresco, in maniera punitiva e violenta.

Sono in molti a essersi scagliati contro il messaggio potenzialmente controverso del film. In particolare, gli appassionati di jazz hanno trovato indebito l’utilizzo di un aneddoto loro particolarmente caro, cioè quello sull’episodio in cui il sassofonista Charlie Parker imparò qualcosa di decisivo per il suo apprendimento. Nella versione cinematografica, l’episodio è raccontato in questi termini: quando Parker era, appena sedicenne, agli inizi del suo apprendistato musicale, gli capitò di suonare in jam session con l’orchestra del grande pianista Count Basie. Quando salì sul palco, il suo assolo fu immediatamente bloccato dal batterista Joe Jones, che gli scaraventò addosso, mancando di poco di colpirlo alla testa, un piatto della batteria. In seguito a questo episodio – narra nel film il dittatoriale maestro di musica – Parker fuggì dal palco e si rinchiuse in casa a studiare per evitare di incorrere di nuovo in simili punizioni sul palco. Fu così che, lavorando duramente su se stesso, Parker divenne poi “bird”, cioè il più grande sassofonista di tutti i tempi. Come ogni appassionato di jazz sa bene – e come notano le riviste «Slate» e, con particolare acrimonia, «New Yorker» – , non andò proprio così.

L’episodio è piuttosto noto, raccontato da diversi libri dedicati a Charlie Parker fra i quali il più recente è l’ottimo Fulmini a Kansas City (2014) di Stanley Crouch. Il batterista Joe Jones non tirò il piatto addosso a Parker per colpirlo, ma lo gettò a terra a mo’ di gong, come a dire: “il tuo tempo sul palco è scaduto, pivello”. Questo gesto, una consuetudine delle jam session della band di Basie, bollava ironicamente la performance di un musicista suggerendogli di tornare a far pratica. Parker se ne andò dal palco in effetti sconsolato, ma dal quel momento prese per lui avvio uno studio della musica molto attento alla dimensione relazionale, sorretta dal positivo rapporto con maestri, mentori e compagni di jam session. L’aneddoto non racconta dunque né di un gesto violento e punitivo né di un supposto valore perfezionista di una pratica solitaria (quella su cui si concentra il protagonista di Whiplash). Trasferisce al contrario un gesto tutt’al più ironico e, soprattutto, il senso di un apprendimento autentico perché relazionale. Questa è la lezione più preziosa offerta dal jazz a chiunque si confronti con l’imparare. Una lezione che un film pur ottimo come Whiplash manca totalmente di cogliere.

[ illustrazione: fotogramma dal film Whiplash di Damien Chazelle – 2014 ]

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ANTROPOLOGIA, BIGDATA, CULTURA, DIVULGAZIONE, PERCEZIONE

SMALL data

Un articolo del «Guardian» mette in luce quanto il comune uso dei dati sia distorto da cattive interpretazioni. Prendendo in considerazione statistiche su temi quali religione, diritto di voto, immigrazione, disoccupazione, maternità in età minore, l’inchiesta mostra come dal confronto fra nazioni diverse emerga una altrettanto differente tendenza a sopravvalutare o sottovalutare alcuni dati. La media fra le varie stime corrette o scorrette dà modo di calcolare, secondo l’interpretazione del quotidiano inglese, un peculiare “indice di accuratezza e ignoranza” nazionale. Su 14 stati presi in esame, la Svezia si posiziona al primo posto come nazione più accurata. L’Inghilterra, ovviamente presa di mira dal «Guardian», non se la cava male, situandosi in quinta posizione. E l’Italia? Manco a dirlo, finisce al 14° posto, conquistando il podio di nazione più ignorante. In poche parole, noi italiani saremmo i peggiori nel far uso di dati, finendo vittima di pregiudizi che, nel nostro particolare caso, soffrirebbero di un costante orientamento a una visione più nera e funesta di quella offerta dai dati “corretti”. Niente di nuovo, verrebbe da dire.

Ma che dire di una statistica che pretende di essere comprensiva e risulta arbitrariamente basata su sole quattordici nazioni? Sono forse – da una prospettiva strettamente eurocentrica – le più importanti del mondo? E dove sono allora Cina e Russia? E come – e perché, e da chi – sono state scelte le categorie di osservazione? È curioso che un’indagine volta a mettere in discussione i pregiudizi culturali legati all’interpretazione di dati resti così platealmente – e inconsapevolmente – vittima di una cieca fiducia in dati altrettanto pregiudizievolmente selezionati e commentati. Per una volta, forse, essere finiti in coda a una classifica non dovrebbe farci preoccupare troppo.

[ illustrazione: fotogramma dal clip Qualcuno Vota 5Stelle de Il Terzo Segreto di Satira – trasmesso da LA7 ]

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APPRENDIMENTO, CULTURA, DEMOCRAZIA, DIVULGAZIONE, JAZZ, MUSICA, POLITICA, SCUOLA, STORIA

La musica jazz come insegnamento di democrazia, in azienda e a scuola

«Il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia».
Wynton Marsalis

Per quanto non mi senta di condividere l’attitudine generalmente conservatrice – e spesso reazionaria – di Wynton Marsalis nei confronti della cultura jazz, affermare che quest’ultima è una grande scuola di democrazia è sacrosanto. Provando a lasciare in secondo piano il fatto che il jazz si è storicamente affermato come simbolo di democrazia in quanto musica popolare afro-americana – come mi insegna l’amico Michael Gold, col quale ho piacevolmente improvvisato un dialogo nel libro Trading Fours. Il jazz e l’organizzazione che apprende (2012) – , credo che l’equazione jazz = democrazia sia valida anche al di fuori del contesto geografico tradizionalmente più legato a questa musica, in ragione dell’universalità delle dinamiche di attenzione, ascolto, interplay e improvvisazione che animano qualsiasi performance jazzistica, che essa abbia luogo a New Orleans, a Pechino o a Roma.

È per questo che, alla luce dell’esperimento di apprendimento organizzativo Jazz for Business che da alcuni anni conduco in Trivioquadrivio con Ferdinando Faraò e altri musicisti, non posso che restare affascinato da una nuova lezione di democrazia e apprendimento legata al jazz, guarda caso proveniente dagli USA, che meriterebbe di essere esportata. Parlo di The Jazz & Democracy Project, curriculum di studi integrativo messo a punto dall’educatore americano Wesley J. Watkins, IV, in arte “Dr. Wes”.

Lo scopo di Dr. Wes è quello di arricchire lo studio della storia grazie a quello della musica, costruendo un percorso – dedicato a ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori – in grado di trasferire agli studenti i valori civili e democratici incarnati dalla musica jazz. The Jazz & Democracy Project non prevede nessun prerequisito musicale e sviluppa negli studenti capacità di pensiero critico e competenze di fruizione dell’opera d’arte (non solo musicale) spesso del tutto assenti dai percorsi di studio ufficiali. Rende inoltre possibile – e questa è la sua caratteristica fondante – un’esperienza diretta di una forma di democrazia vissuta a livello individuale, di gruppo e di struttura sociale.

[ illustrazione: performance del progetto Iswhat?! di Napoleon Maddox, featuring Archie Shepp, Hamid Drake, Oliver Lake, Joe Fonda, Cochemea Gastelum – fotografia di Dario Villa, 2007 ]

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APPRENDIMENTO, CULTURA, DEMOCRAZIA, DIVULGAZIONE, LAVORO, POLITICA, SCUOLA, SOCIETÀ

Piero Calamandrei: la scuola e le radici della democrazia

Piero Calamandrei (1889-1956) è stato scrittore e giurista di chiara fama, tra i fondatori del Partito d’Azione e da sempre antifascista e parte attiva della Resistenza. Il volume del 2008 Per la scuola raccoglie tre testi (due discorsi pubblici e un articolo) risalenti al periodo 1946-1950 e dedicati al tema dell’istruzione pubblica.

Per Calamandrei l’istituzione scolastica, pubblica e laica, è l’organo centrale della democrazia, l’unico in grado di garantire la costruzione di una classe dirigente basata sul merito e sulla mobilità sociale. Rileggere gli scritti di Calamandrei e confontarne le tesi con la politica scolastica italiana degli ultimi 50 anni significa comprendere retrospettivamente le ragioni di un fallimento nazionale che è civile, sociale ed economico. Leggere e fare leggere le sue pagine dovrebbe essere una prerogativa di chiunque si occupi di apprendimento ed educazione, a ogni livello. Un buon punto di partenza per recuperare il pensiero di Calamandrei è questo splendida metafora:

«Quando io penso a questo concetto della classe dirigente aperta in continuo rinnovamento, che deriva dall’affluire dal basso di questi elementi migliori, cui la scuola deve dare la possibilità di affiorare, mi viene in mente (se c’è qui qualche collega botanico mi corregga se dico degli errori) una certa pianticella che vive negli stagni e che ha le sue radici immerse al fondo, che si chiama la vallisneria e che nella stagione invernale non si vede perché è giù nella melma. Ma quando viene la primavera, quando attraverso le acque queste radici che sono in fondo si accorgono che è tornata la primavera, da ognuna di queste pianticelle comincia a svolgersi uno stelo a spirale, che pian piano si snoda, si allunga finché arriva alla superficie dello stagno: e insieme con essa altre cento pianticelle e anche esse in cerca del sole. E quando arriva su, ognuna, appena sente l’aria, fiorisce, ed in pochi giorni la superficie dello stagno, che era cupa e buia, appare coperta da tutta una fioritura, come un prato. Anche nella società avviene, dovrà avvenire qualche cosa di simile. Da tutta la bassura della sorte umana originaria, dall’incultura originaria dovrà ciascuno poter lanciare su, snodare il suo piccolo stelo per arrivare a prendere la sua parte di sole. A questo deve servire la democrazia, permettere ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità. Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perché solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali».

[ illustrazione: Robert Doisneau, L’information scolaire, 1956 ]

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DIVULGAZIONE, IRONIA, MUSICA, SCRITTURA, STORIE

Scrivere di musica è come ballare di architettura

Sarah O’Holla scrive di dischi, ma non come potrebbe farlo un giornalista musicale. Ne scrive come qualcuno cui è capitato in sorte di condividere una significativa parte del proprio spazio domestico con una collezione di 1500 vinili. Il blog di Sarah, che nella vita fa la bibliotecaria, si chiama “My Husband’s Stupid Record Collection”.

Un giorno, mentre ascolta musica con amici, Sarah si rende conto di non conoscere che una piccola parte della collezione di dischi del marito (anch’egli, del resto, ha dedicato a molti di essi non più di un passaggio sul giradischi). Decide allora di dare inizio a un progetto: ascoltare tutti i dischi, in rigoroso ordine alfabetico, e pubblicare per ognuno una recensione on-line. A oggi Sarah è arrivata alla lettera B.

Ogni recensione parte dalla copertina, dalla qualità tattile dell’oggetto vinile e del suo formato, fronte e retro (ben difficile che un CD possa suscitare simili stimoli estetici). Poi si passa alla musica, con note che seguono la successione dei brani, lato A e lato B. L’approccio analitico non pregiudica la natura emozionale dei commenti, che ai suoni associano sensazioni, metafore, luoghi e situazioni. Il tutto con un piglio piacevolmente naif.

C’è chi ama il blog, apprezzandone lo stile eterodosso e la spontaneità; c’è chi, esattamente per gli stessi motivi, lo detesta. Che piaccia o meno, il lavoro si Sarah rappresenta uno dei più freschi esperimenti di scrittura musicale oggi in circolazione, capace di tenersi alla larga dai luoghi comuni e di coltivare un prezioso spirito anti-intellettualistico.

[ illustrazione: immagine di copertina del disco Endtroducing di Dj Shadow, 1996 ]

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APPRENDIMENTO, CONCETTI, DIVULGAZIONE, MANAGEMENT, TEORIE

Tanta pratica porta alla perfezione? Una critica alla teoria delle “10.000 ore”

In anni caratterizzati da un “boom” di teorie provenienti dal campo delle neuroscienze, quella delle “10.000” ore continua a essere una delle più gettonate. Resa celebre dall’americano Malcolm Gladwell nel suo Fuoriclasse (2009), la teoria ha origine nel 2003, anno in cui gli esperimenti di laboratorio condotti da tre psicologi (K. Anders Ericsson, Ralf Th. Krampe e Clemens Tesch-Romer) giungono a una conclusione: per diventare “esperti” in un qualsiasi campo, sono necessarie almeno 10.000 ore di pratica, cioè tre ore al giorno per dieci anni. Nei seguenti dieci anni la teoria è stata applicata, ottenendo un generale e quasi incondizionato plauso, agli ambiti più diversi: dalla scrittura allo sport, dalla musica al management.

In Focus (2013), ultimo saggio del “padre” dell’intelligenza emotiva Daniel Goleman, la tesi delle 10.000 ore viene finalmente affrontata con un certo distacco critico. Anzitutto, nota Goleman, quel che più conta del tempo speso a esercitarsi non è la quantità ma la qualità. Osservazione sensata, ma certo più degna della saggezza popolare che di uno psicologo di fama internazionale. Va da sé che, in presenza di un errore reiterato, 10.000 ore di pratica diventano praticamente inutili. Il molto tempo dedicato all’esercizio è dunque una condizione necessaria ma non sufficiente per giungere alla maestria.

Una seconda osservazione di Goleman tocca un aspetto meno scontato, quello cioè del senso di soddisfazione cui una certa quantità di pratica solitamente conduce. Dopo circa 50 ore di esercizio – lo 0,5% delle famose 10.000 ore – si tende a sentirsi “bravi abbastanza” e ad abbassare la propria soglia di concentrazione. È questo il momento più critico di qualsiasi processo di apprendimento: se si continua a far pratica accompagnati dal relax e dall’autocompiacimento, difficilmente si raggiungeranno grandi risultati, anche nell’ipotesi di andare avanti per 10.000 ore. Solo obbligandosi a un’attenzione vigile e a una continua rimessa in discussione dei propri errori – in altri termini: non smettendo mai di sentirsi principianti e non sentendosi mai troppo tranquilli né soddisfatti – si potrà aspirare a diventare “esperti”.

[ illustrazione: fotogramma dal film Karate Kid di John G. Avildsen, 1984 ]

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DIVULGAZIONE, MUSICA, SCIENZA, STORIE, TECNOLOGIA

Una storia d’amore galattica

Nell’agosto del 1977 la NASA ha lanciato nello spazio le due sonde Voyager I e II, indirizzate su una rotta che le ha fatte transitare per Giove, Saturno, Urano e, raggiunto nel 1989, Nettuno. Le due sonde sono in seguito entrate nello spazio interstellare e continuano a essere in funzione. In particolare, il Voyager I è oggi l’oggetto costruito dall’uomo più lontano dalla Terra, a una distanza stimata a marzo 2014 di circa 19 miliardi di chilometri dal Sole.

Ciascuna delle due sonde porta con sé un messaggio rivolto dalla Terra (per la precisione dalla NASA) a forme di vita di altri pianeti. Il messaggio è stato confezionato utilizzando la tecnologia reputata più affidabile e duratura, cioè un’incisione fonografica. Il cosiddetto “golden record” è un disco di rame placcato d’oro inciso a 16 e 2/3 giri al minuto che contiene 118 fotografie, 90 minuti di musica (fra cui la Quinta Sinfonia di Beethoven, Johnny B. Goode di Chuck Berry e non, nonostante le intenzioni iniziali e per problemi di diritti, Here Comes the Sun dei Beatles), saluti incisi in 55 lingue (compresa quella delle balene), un saggio audio con suono di molteplici attività umane, il saluto dell’allora Segretario Generale delle Nazioni Unite e infine l’encefalogramma di una giovane donna.

Il team che realizzò l’incisione fu guidato da Carl Sagan (1934-1996), astronomo e divulgatore scientifico già noto per aver messo a punto la placca visiva apposta sulle sonde Pioneer (lanciate nel 1972 e 1973). Quando fu deciso di inserire nel “golden record” la registrazione di un encefalogramma umano, si decise che la persona scelta avrebbe dovuto ripercorrere nella propria mente un itinerario storico di persone, avvenimenti e idee da tramandare. Venne preparato un copione e si decise che a “interpretarlo” sarebbe stata, il 3 giugno del 1977, Ann Druyan, direttore creativo del progetto e membro più giovane del team. La notte del primo giugno Sagan e Druyan si sentirono per telefono e qualcosa di inaspettato accadde. I due, fino a quel momento semplicemente colleghi e poco più che conoscenti, si dichiararono il loro amore e decisero di sposarsi. La promessa mise in discussione le vite sentimentali di entrambi (e in particolare portò Sagan al divorzio) ma venne realizzata e mantenuta viva fino alla scomparsa di Sagan.

La registrazione del 3 giugno 1977, a oggi nello spazio interstellare, contiene dunque l’encefalogramma di una giovane donna apparentemente impegnata a leggere contenuti culturali e filosofici, ma segretamente concentrata sul suo neonato amore.

[ illustrazione: installazione del “golden record” a bordo della sonda Voyager I, 1977 ]

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CAMBIAMENTO, DIVULGAZIONE, FOTOGRAFIA, MARKETING, TECNOLOGIA

Il fenomeno HistoryInPics e la forza della fotografia sul web

Il recente fenomeno di History in Pictures è a suo modo, oltre che un interessante esempio di imprenditorialità 2.0, una riprova della forza della fotografia riletta, piaccia o non piaccia, ai tempi di Twitter.

La storia è semplice: nel luglio 2013 due ragazzi americani (17 e 19 anni, uno australiano, l’altro americano) esperti di social media lanciano un account Twitter. L’account pubblica foto vintage – di ogni genere, ma anzitutto “belle” – accompagnate da semplici didascalie che offrono un minimo di contestualizzazione (il nome del fotografo è spesso opzionale). A oggi, l’account conta più di un milione di follower e produce dati impressionanti: un tweet viene in media ritwittato più di 1600 volte e aggiunto ai preferiti oltre 1800.

La sorprendente capacità di generare “click” dei due giovani imprenditori è già diventata un caso business osservato con attenzione da più parti. L’uso “spregiudicato” di materiale fotografico coperto da copyright ha a sua volta aperto un fronte polemico non indifferente. In relazione a tutto questo, c’è da chiedersi quanto sia centrale per il successo dell’iniziativa l’uso della fotografia – a ben vedere un certo uso di essa, del tutto coerente con lo spirito vintage e nostalgico che caratterizza molti aspetti della nostra epoca.

Le foto di History in Pictures sono belle, curiose e spesso incorporano un certo grado di valore storico. Tutto questo, impacchettato in una fruizione cui l’utente medio dedica qualche secondo, rappresenta un surrogato del potere attrattivo che una fotografia è in grado di esercitare, anche all’interno di un medium “sbrigativo” come Twitter. Se la fotografia se la cava bene – in termini informativi e conoscitivi – perfino fra un tweet e l’altro, quanto potrebbe funzionare se le se dedicasse un po’ più di attenzione?

[ illustrazione: la foto usata per il profilo Twitter @historyinpics, cioè il ritratto di Abramo Lincoln realizzato da Alexander Gardner l’8 novembre 1863 ]

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DIVULGAZIONE, FOTOGRAFIA, STORIE

La fotografia di Vivian Maier (o: dell’arte privata)

Quello di Vivian Maier (1926-2009) è il caso fotografico degli ultimi anni. Vissuta principalmente a Chicago, dedicò oltre quarant’anni della sua vita alla cura dei bambini, lavorando come tata e governante. Nel corso della sua esistenza schiva e riservata scattò circa 100.000 fotografie, in gran parte mai sviluppate e soprattutto mai mostrate ad anima viva prima che un giovane collezionista, in seguito alla morte della fotografa, ne facesse la scoperta. Da quel momento in poi, il “caso” di Vivian Maier, street photographer d’eccezione, ha fatto il giro del mondo in molte mostre e ha prodotto due raccolte di sue fotografie, Vivian Maier: Street Photographer (2011) e Vivian Maier: Self-portraits (2013).

Riflettendo su Vivian Maier vale la pena di soffermarsi, più che sull’ennesimo caso di fama postuma in campo artistico, sull’opportunità di accostare alla sua fotografia l’aggettivo “privata”. “Privata” delle fotografie di Vivian Maier è stata, fino alla morte di quest’ultima, la società. E tuttavia “privata” è stata anzitutto, per tutto il corso della vita della fotografa, la realizzazione e fruizione delle sue immagini. Questa ambivalenza porta a porsi domande sullo scopo dell’arte, tra espressione personale e condivisione. Questo pare un tema di grande interesse in questo momento per il mondo dell’arte: come esempio si possono citare vari artisti (su tutti l’italo-americano Marino Auriti) recentemente protagonisti della 55a Biennale di Venezia curata da Massimiliano Gioni.

Le fotografie di Vivian Maier – in particolare i suoi autoritratti, di più recente pubblicazione – pongono in continuazione all’osservatore un quesito: è giusto che io sia di fronte a questa immagine?

[ illustrazione: autoritratto di Vivian Maier ]

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CITTÀ, DIVULGAZIONE, GEOGRAFIA, INTERNET, MUSICA, SOCIETÀ, STORIE

Fra oblio e successo: la storia di Sixto Rodriguez

Ad ascoltare oggi Cold Fact (1970) di Sixto Rodriguez si ha l’impressione di trovarsi di fronte a uno dei classici del folk-psichedelico americano anni ’60-70. Questa percezione non trova tuttavia riscontro nelle storie della musica rock, per un semplice motivo: le vendite del disco segnarono un disastroso flop, ripetuto con il secondo album (Coming from Reality, 1971). In seguito a questi due exploit negativi, Rodriguez venne licenziato dalla sua etichetta discografica e condusse, per i 40 anni seguenti circa, una vita riservata e modesta, lavorando principalmente come manovale (ma senza negarsi una laurea in filosofia e un discreto impegno a livello politico) nella nativa Detroit.

Nel corso degli anni ’70 e ’80 tuttavia accadde, in tutt’altra localizzazione geografica, qualcosa di sorprendente: la musica di Rodriguez ricevette, per una fortunata e difficilmente ricostruibile serie di eventi, un’accoglienza addirittura entusiastica in Sud Africa. La gioventù sudafricana trovò nelle musiche e nei testi di Rodriguez una perfetta colonna sonora per la lotta contro l’establishment politico e l’apartheid. Cold Fact divenne un classico e rese la figura di Rodriguez mitologica, a completa insaputa del diretto interessato.

In tempi precedenti all’avvento di internet e in assenza di informazioni aggiornate su Rodriguez, le più diverse leggende sulla sua vita e – addirittura – morte trovarono ampia diffusione e incrementarono l’alone di mistero che circondava il personaggio. Questo è lo stato di cose che perdurò grosso modo fino alla fine degli anni ’90, quando due musicologi sudafricani si misero sulle tracce del musicista di Detroit per scoprire – complice un sito internet costruito ad hoc – che egli era ancora vivo e vegeto e, lungi dall’essere la celebrità che immaginavano, pressoché sconosciuto negli USA. Da allora iniziò un percorso di recupero della musica di Rodriguez, ricostruito nel documentario Searching For Sugar Man (2012) di Malik Bendjelloul. Oggi la musica di Rodriguez, ristampata e distribuita in tutto il mondo, riceve un generale plauso e il musicista ha ripreso – o meglio, iniziato – a girare il mondo in tour.

A prima vista, e in particolare assecondando il punto di vista del documentario di Bendjelloul – che pone enfasi soprattutto sullo sfruttamento economico della musica di Rodriguez a scapito di quest’ultimo e a vantaggio di diverse etichette discografiche – , questa sembrerebbe una storia di riconquistato e meritato successo. A guardarla più da vicino, la prospettiva può cambiare: la vicenda di Rodriguez è forse non molto diversa da quella di altri musicisti folk dell’epoca – viene subito in mente anche quella, immaginaria, del protagonista di Inside Llewyn Davis (2013) di Joel ed Ethan Coen – salvo il fatto che la sua ha un lieto fine.

La storia della musica – e, verrebbe da generalizzare, quella delle innovazioni – è piena di esempi di personaggi il cui successo non è probabilmente stato quello che avrebbero meritato. Su tutti, celebre è il caso di Solomon Linda, per lo più ignoto autore non retribuito del brano Mbube, destinato a essere poi diffuso – e a diventare fonte di celebrità e ricchezza per i successivi performer – come The Lion Sleeps Tonight (di questa storia ha scritto Nick Hornby nel suo Rock, pop, jazz & altro. Scritti sulla musica del 2002). In secondo luogo, il tema contestuale non può essere sottovalutato. La Detroit industriale degli anni ’60-70 non era certo la culturalmente animata New York degli stessi anni. Quindi, al di là dei giudizi di merito soggettivi, Rodriguez non può in nessun modo essere paragonato – come il documentario a tratti fa – con personaggi come Bob Dylan. Infine, il successo localizzato in Sud Africa si spiega in relazione alla scarsità di offerta presente all’epoca su questo territorio e, al di là della “romanticizzazione” agita dal documentario, all’azione decisamente efficace delle etichette sudafricane. Ed è proprio questo successo “di nicchia” ad aver condotto, in anni in cui internet ha permesso un facile dialogo tra locale e globale, alla notorietà di questi giorni.

[ illustrazione: Commodore Record Shop, August 1947, fotografia di William P. Gottlieb ]

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