ANTROPOLOGIA, CAMBIAMENTO, ECONOMIA, IRONIA, LAVORO, METAFORE, SOCIETÀ

Chi ha paura della barba manageriale?

È probabile siano in molti ad aver notato sul volto di Sergey Brin, co-fondatore di Google, lo spuntare di una barba; quasi certo è che Stephen Mihn, collaboratore del «New York Times», sia il solo ad aver pensato di tratteggiare un’analisi manageriale ispirata a questa emergenza pilifera.

Assecondando il punto di vista di Mihn, la storia degli intrecci fra capitale e irsutismo facciale può essere riassunta da un’opposizione binaria: quando a primeggiare è l’idiosincratica affermazione imprenditoriale del singolo, le barbe germogliano; nei periodi in cui il mercato impone la lingua spersonalizzata e inglobante delle corporation, sono invece schiuma e rasoio a dettar legge.

Per gran parte dell’età moderna, i rappresentanti di spicco del mondo economico – tanto in Europa quanto negli USA – hanno dato prova di avere a cuore un volto ben rasato. Attorno alla prima metà dell’800, questo trend è stato ulteriormente rafforzato dalle scelte estetiche dell’élite intellettuale socialista: le barbe di Marx ed Engels si sono rapidamente imposte come simbolo della lotta al capitalismo, spingendo chi stava dall’altra parte della barricata, terrorizzato, ad ancor più frequenti visite al barbiere di fiducia.

I moti nazionali del 1848 in Europa, così come la guerra civile in terra americana, segnarono un’inversione di rotta, associando i peli facciali all’affermazione di un patriottico e borghese senso di mascolinità. In seguito a questo rivolgimento sociale, la barba diventa tratto essenziale della classe capitalista. Titanici uomini d’impresa come Andrew Carnegie o Henry Clay Frick – peraltro passato alla storia come “peggior amministratore delegato di sempre” – fecero della loro barba larger than life un amuleto di individualismo e dominio sul mercato.

Le cose cambiarono di nuovo a fine ‘800: la ribellione della forza lavoro mondiale generò leader operai contraddistinti da lunghe, spettinate barbe. Il vello facciale tornò a spaventare il capitalismo, che non poté fare a meno di riprendere a rasarsi con cura (in suo aiuto giunse, nel 1901, il primo rasoio di sicurezza Gillette). Negli corso del Novecento barba e baffi sparirono, lasciando campo al dominio del liscio, inespressivo volto del dirigente delle grandi multinazionali.

Negli anni 2000, la barba appare priva di particolari connotazioni ideologiche e non spaventa più nessuno. Ecco perché sembra così adatta – al netto della moda hipster, secondo molti ormai in calo – per il volto del capitalismo geek rappresentato da Sergey Brin.

[ illustrazione: Robert Taylor, Dictionary of Beards,  2010 ]

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ANTROPOLOGIA, ECONOMIA, LAVORO, MANAGEMENT, MARKETING

Il teorema del caffè: domanda e offerta in tempi di crisi

Qualche anno fa in internet era molto popolare un video sulle differenze culturali realizzato da Bruno Bozzetto e intitolato “caffè”. Il divertente clip metteva in luce, a fronte della semplice richiesta di caffè di un generico cittadino europeo, le miriadi di sfaccettature che un italiano è in grado di ideare per soddisfare il suo bisogno di caffeina. Fra un “macchiato caldo ristretto” e un “americano decaffeinato in tazza grande (con acqua a parte)” esiste un universo di possibilità che solo la nostra nazione è in grado di esplorare, comprendere e apprezzare. Pensando forse a questo clip – nonché alla celeberrima scena di Totò e Peppino in Totò e la banda degli onesti (1956), il consulente e docente universitario Paolo Iacci pubblica oggi un piccolo libro che si intitola Il teorema del caffè. Il paradosso che regola l’impresa (2014).

Se è vero che, in una società caratterizzata da un grado di sviluppo maturo e “sofisticato”, i bisogni tendono a divenire sempre più personalizzati ed elevati (ovviamente in relazione alle disponibilità economiche di ciascuno), questo fenomeno è soggetto in tempi di crisi a un ulteriore sviluppo. Secondo il “teorema” elaborato da Iacci, quanto ha luogo è una ulteriore crescita, pur in scarsità di risorse, delle richieste di originalità, innovazione e individualizzazione. In aggiunta a ciò, l’effetto della concorrenza – e del reciproco ritrovarsi in una situazione in cui vige l’ormai classico “fare di più con meno” – alza ulteriormente la posta in gioco, generando un’offerta ancora più ricca ed esclusiva. Il paradosso del “teorema del caffè” ci dice quindi che, lungi dall’accontentarsi di poco, in tempi di crisi i consumatori diventano ancor più selettivi ed esigenti. Non è solo un tema di qualità vs quantità, ma più in generale della ricerca di prodotti e servizi in grado di affermare uno status di “benessere” anche – e forse soprattutto – in tempi di crisi. Le imprese sono obbligate a tener conto del “teorema” e, conclude Iacci, a organizzare anche le proprie risorse interne per farvi fronte.

[ illustrazione: fotogramma dal film Totò e la banda degli onesti di Camillo Mastrocinque, 1956 ]

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ANTROPOLOGIA, COMPLESSITÀ, CONOSCENZA, CREATIVITÀ, INTERNET, IRONIA, SCUOLA, TECNOLOGIA, TEMPO

Perdere tempo su internet, guida all’uso

Kenneth Goldsmith è poeta, agitatore web e profeta della scrittura non creativa. La sua ultima trovata, sperimentata nelle vesti di docente universitario presso la University of Pennsylvania, è un corso dal sorprendente titolo “Wasting Time on the Internet”. L’insegnamento, lungi dal criticare il fenomeno della continua perdita di tempo sul web, lo eleva a fonte di ispirazione per la produzione di testi letterari.

Nella storia della cultura, le provocazioni offrono quasi sempre un doppio livello di lettura. C’è quello più superficiale, cui spesso si fermano i media di massa. Secondo quest’ottica, Goldsmith fa scalpore perché nobilita qualcosa di cui tutti si lamentano quotidianamente, scovando – proprio come faceva Baudelaire a metà ‘800 – il bello nell’effimero. C’è poi un senso più elevato, che si spoglia di valenze ironiche e riflette su mutamenti antropologici profondi. A ben vedere, Goldsmith non ci parla tanto di distrazione e passività (che del resto non sono certo invenzione di internet), ma della crisi di un modello di pensiero – quello della “cultura occidentale” – che continua a non riuscire a fare i conti con il susseguirsi dei mutamenti tecnologici.

La questione non è dunque demonizzare internet, ma sviluppare competenze che portino a saperlo usare con maggiore consapevolezza, nella vita personale e in quella lavorativa. E ben venga dunque un corso che aiuta i giovani universitari – una delle fasce di età che vivono il web con più immediatezza – a esplorare le potenzialità creative di un medium tanto ricco quanto spesso inestricabile. Questo è quanto è davvero in gioco; il resto è mero sensazionalismo da prima pagina.

[ illustrazione: il meme di internet noto come Nyan Cat ]

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ANTROPOLOGIA, BIGDATA, CULTURA, DIVULGAZIONE, PERCEZIONE

SMALL data

Un articolo del «Guardian» mette in luce quanto il comune uso dei dati sia distorto da cattive interpretazioni. Prendendo in considerazione statistiche su temi quali religione, diritto di voto, immigrazione, disoccupazione, maternità in età minore, l’inchiesta mostra come dal confronto fra nazioni diverse emerga una altrettanto differente tendenza a sopravvalutare o sottovalutare alcuni dati. La media fra le varie stime corrette o scorrette dà modo di calcolare, secondo l’interpretazione del quotidiano inglese, un peculiare “indice di accuratezza e ignoranza” nazionale. Su 14 stati presi in esame, la Svezia si posiziona al primo posto come nazione più accurata. L’Inghilterra, ovviamente presa di mira dal «Guardian», non se la cava male, situandosi in quinta posizione. E l’Italia? Manco a dirlo, finisce al 14° posto, conquistando il podio di nazione più ignorante. In poche parole, noi italiani saremmo i peggiori nel far uso di dati, finendo vittima di pregiudizi che, nel nostro particolare caso, soffrirebbero di un costante orientamento a una visione più nera e funesta di quella offerta dai dati “corretti”. Niente di nuovo, verrebbe da dire.

Ma che dire di una statistica che pretende di essere comprensiva e risulta arbitrariamente basata su sole quattordici nazioni? Sono forse – da una prospettiva strettamente eurocentrica – le più importanti del mondo? E dove sono allora Cina e Russia? E come – e perché, e da chi – sono state scelte le categorie di osservazione? È curioso che un’indagine volta a mettere in discussione i pregiudizi culturali legati all’interpretazione di dati resti così platealmente – e inconsapevolmente – vittima di una cieca fiducia in dati altrettanto pregiudizievolmente selezionati e commentati. Per una volta, forse, essere finiti in coda a una classifica non dovrebbe farci preoccupare troppo.

[ illustrazione: fotogramma dal clip Qualcuno Vota 5Stelle de Il Terzo Segreto di Satira – trasmesso da LA7 ]

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ANTROPOLOGIA, CAMBIAMENTO, COLLABORAZIONE, COMUNICAZIONE, LAVORO, MOBILITÀ, PERCEZIONE, SOCIETÀ, TECNOLOGIA

Cosa perdiamo quando guadagniamo tempo grazie alla tecnologia?

Con Diario d’antepace (1950) lo scrittore svizzero Max Frisch ha composto un’eterogenea raccolta di note di viaggio, abbozzi letterari, pensieri sulla natura umana. Molte osservazioni contenute nel libro riguardano il ruolo assunto dalla tecnica nel mutare la nostra percezione delle distanze spaziali e temporali. Pensando all’oggi, è senz’altro facile allinearsi al coro di quanti sostengono che i più moderni mezzi di comunicazione connettono “annullando le distanze”. È d’altro canto innegabile che tutti noi facciamo quotidiana esperienza della fredda e impersonale relazione instaurata, tanto in ambito lavorativo quanto personale, da strumenti come le e-mail. Più di sessant’anni fa, Frisch riconosceva con profonda lungimiranza questo fenomeno, notando come:

«Non sappiamo più prendere sul serio delle persone quando non le abbiamo più a portata dei nostri occhi».

In tema di tecnica e annullamento delle distanze, uno dei passaggi più acuti del testo di Frisch è dedicato alle indesiderate conseguenze dell’innovazione legata ai mezzi di traporto e, nello specifico, al treno. In tempi in cui un viaggio Roma-Milano necessita ormai meno di tre ore, è  il caso di chiedersi se guadagnando tempo perdiamo forse qualcosa:

«Esattamente cent’anni or sono, la prima ferrovia attraversava il nostro paese: trenta chilometri all’ora. È chiaro che non ci si poteva fermare lì. Il segno che abbiamo superato il nostro ritmo è nel disappunto che proviamo ogni volta che una macchina ci sorpassa; è vero che noi stessi corriamo a tale velocità che la mia percezione della realtà non ce la fa più a tenerle dietro; ma nella speranza di raggiungere un’esperienza perduta, acceleriamo ancora. È la promessa diabolica che ci attira sempre più verso il vuoto. Neanche un aereo a reazione raggiungerà il nostro cuore. Esiste, sembra, una misura umana che non possiamo modificare, ma solo perdere. Che l’abbiamo perduta, è fuor di dubbio; il problema è ora questo: possiamo riacquistarla e come?».

[ illustrazione: particolare da Il treno di Fortunato Depero, 1926 ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, COMPLESSITÀ, CONOSCENZA, ECONOMIA, PERCEZIONE, RAPPRESENTAZIONE, SCIENZA, TECNOLOGIA

Uomo, lavoro, mercato (secondo Friedrich Dürrenmatt)

Lo scrittore svizzero Friedrich Dürrenmatt (1921-1990), noto soprattutto per romanzi e racconti che hanno ridefinito la categoria del “poliziesco” (su tutti, La promessa), ha animato la sua opera teatrale e narrativa con brevi e profonde riflessioni sulla natura umana. La raccolta Le scintille del pensiero (2003) raccoglie, in forma di libera antologia tematica, il pensiero dell’autore svizzero così come emerso da una produzione letteraria che ha attraversato gli anni più significativi del secolo scorso.

Alla voce “pensare”, l’antologia presenta la trascrizione di una conferenza del 1956 nella quale Dürrenmatt fornisce, nello spazio di appena due pagine, una lettura della contemporaneità che spazia dalla dimensione politica a quella economica, passando attraverso il tema della scienza e della tecnica. Nota Dürrenmatt:

«La crisi del mondo in cui viviamo non è tanto una crisi di conoscenza, quanto una crisi di realizzazione delle conoscenze […]. L’uomo di oggi conosce il mondo in cui vive molto meno di quanto si supponga».

La percezione di una conoscenza come pluralità frammentata e difficilmente sintetizzabile rimanda all’egemonia di saperi sempre più specialistici detenuti da “esperti” e non più comprensibili all’interno di una visione unitaria. D’altro canto, questa frammentazione dell’umano sapere sfocia in una psicopatologia del consumo che è per Dürrenmatt relazionabile, secondo un punto di vista comune a molti grandi pensatori del Novecento, alla trasformazione in rappresentazione e mercato di ogni relazione sociale:

«[L’uomo] avverte che l’immagine del mondo che si è venuta a creare è comprensibile solo agli scienziati, e cade preda di quei prodotti di serie che sono le visioni di moda e le ideologie più correnti, gettate continuamente sul mercato, smerciate a ogni angolo di strada».

[ illustrazione: Andreas Gursky, 99 Cent I, 2001 ]

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ANTROPOLOGIA, COLLABORAZIONE, COMUNICAZIONE, LAVORO, MANAGEMENT, NEGOZIATO

Il malinteso, ovvero della possibilità del confronto

Il malinteso (2003) dell’antropologo Franco La Cecla è un testo che dovrebbe essere studiato da chiunque nutra un sincero interesse per il tema del confronto e del negoziato. La Cecla ci dona una ricca antropologia dell’incontro, di cui il malinteso costituisce il vero, insostituibile presupposto.

Il malinteso è l’emergenza di un’alterità che permette il riconoscimento di un’identità. È un territorio di frontiera nel quale il misunderstanding aiuta a concedere il tempo dovuto a un processo di understanding. L’avvicinamento è fisico, concreto, umano. Per questo La Cecla ridimensiona il ruolo normalmente attribuito alla comunicazione: quest’ultima è solo un surrogato del malinteso, è un “imperialismo” che impone un’uguaglianza solo apparente che appiattisce le originarie differenze di identità. In tema di comunicazione, particolarmente critica è la considerazione del fenomeno internet (La Cecla scrive nel 2003, quindi in era pre-Facebook), colpevole di anestetizzare le coscienze e far smarrire il fertile senso di ambiguità e irresolubilità che solo un incontro in presenza, faccia a faccia, è in grado di generare.

Ulteriore pregio di un libro pressoché perfetto è il rimando al nesso tra fraintendimento e improvvisazione:

«L’incontro è qualcosa di improvviso, un apparire dell’altro nella sua inaspettatezza, nella sorpresa, nell’inconciliabilità del suo essere come non me lo aspetto e come non me lo posso inventare».

C’è qualcosa di rischioso nel ricercare il malinteso, un azzardo appartenente alla stessa categoria di esplorazione che è propria dell’improvvisazione. Muoversi nel terreno non scritto dell’improvvisazione significa – parafrasando qui le parole di Keith Johnstone, pioniere del teatro improvvisativo – camminare all’indietro come un gambero, tenendo sott’occhio le personali esperienze e conoscenze del passato e inoltrandosi verso un futuro che si dispiega, in un processo di negoziazione col diverso, senza che possa essere sotto controllo. Questa disponibilità all’azzardo, nonché all’ulteriore inciampo, mostra come il confronto – insieme al malinteso che lo genera – appartenga al dominio dell’improvvisazione e sia regolato dalle medesime regole di attenzione al contesto e continuo riadattamento di sé.

[ illustrazione: fotografia dalla copertina del disco Wish you Were Here dei Pink Floyd, 1975 – design di  Storm Thorgerson ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, CAMBIAMENTO, COMPLESSITÀ, COMUNICAZIONE, CULTURA, ECONOMIA, INTERNET, MARKETING, TECNOLOGIA

Schiavi di internet. Ovvero: del trionfo dell’individualismo digitale

One cannot live outside the machine for more perhaps than half an hour.
Virginia Woolf, The Waves

Against The Machine: Being Human in the Era of the Electronic Mob, opera del newyorkese Lee Siegel, è la più precisa, pungente e spietata critica mai scritta riguardo la dimensione sociale di internet. Oltre che – ovviamente secondo l’opinabilissima opinione del sottoscritto – uno dei migliori testi contemporanei dedicati al rapporto fra uomo e tecnologia. L’unico mio problema con questo libro, pubblicato nel 2008, è l’averlo letto solo oggi.

Alla metà degli anni ’90 ha avuto luogo, invisibile agli occhi dei più, una rivoluzione culturale che soltanto oggi si mostra in tutta evidenza come come l’inevitabile sviluppo – virato in chiave tecnologica – del ripiegamento dell’individuo su se stesso figlio dell’invenzione novecentesca della psicoanalisi. Senza Freud, niente internet. Per lo meno non nella forma in cui si è imposta, vale a dire come primo ambiente sociale della storia pensato a uso e consumo dell’individuo isolato e narcisista.

Come è possibile che sia così, se è vero che internet è per antonomasia luogo di apertura, incontro, opportunità? La possibilità stessa che ci si ponga una simile, ingenua domanda è la più schiacciante prova della riuscita di una strategia persuasiva che merita di essere analizzata.

Prima mossa: la santissima trinità web dell’accesso – libertà, democrazia, scelta – nasconde sotto la sua pelle digitale una solida spina dorsale, quella del sistema economico che ci governa h24. Quando internet offre informazione, velocità ed efficienza sta in realtà vendendo sempre e solo una cosa: convenienza economica. Tanto su Ebay, quanto su Wikipedia o Youporn. E riesce a far credere che non sia così, facendoci sentire parte della grande, anonima e accogliente comunità del web.

Seconda mossa: nell’era di internet la veste del business si fa cool e creativa (si pensi a profeti tecnologici pseudo-culturali come Apple o «Wired»), imponendosi come riferimento per i “bohème culturali” di tutto il mondo. Altro che lavoratori della conoscenza; noi produttori/consumatori del web 2.0 siamo pronti a tutto pur di ottenere un like, avendo forse non del tutto compreso ma di certo introiettato un’idea: imparare a vendere noi stessi, in ogni momento della nostra vita, è tutto ciò che conta per stare bene on-line.

Come valutare le conseguenze di queste due mosse? A fine 2006 «Time» pubblica il suo annuale numero dedicato alla “persona dell’anno”. In copertina, lo schermo stilizzato di un computer con una sola parola: “YOU” ( il computer è un Mac e l’interfaccia sullo schermo è quella di Youtube). Ecco, nel sua più efficace rappresentazione, la rivoluzione culturale in chiave economico-individualista realizzata da internet.

Il super-individuo figlio di internet è un prolifico confezionatore di prodotti destinati al mercato dei suoi interlocutori on-line. Il contenuto non ha nessuna importanza: in internet non conta veicolare un messaggio, ma esprimersi. Per questo rendiamo performance la nostra privacy, in cerca di popolarità digitale a buon mercato. Il diktat del web è semplice, e basta aprire Youtube-Facebook-Twitter per rendersene conto: il segreto è eccellere nella medietà. Risultare come chiunque altro più di quanto chiunque altro sia in grado di fare. In italiano non suona troppo bene, quindi lo riporto nell’inglese scioglilingua di Siegel: «sound more like everyone else than everyone else is able to sound like everyone else». Questo è quanto.

Certo, un articolo come questo pubblicato in un blog ha qualcosa di contraddittorio, ma tant’è, potete sempre mettermi un like.

[ illustrazione: particolare dalla locandina promozionale italiana del film The Social Network di David Fincher, 2010 ]

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ANTROPOLOGIA, ARCHITETTURA, CAMBIAMENTO, CITTÀ, LAVORO, MANAGEMENT, SOCIETÀ, TECNOLOGIA, UFFICI

Un libro, anzi due, per capire il lavoro d’ufficio

Nikil Saval, editor della rivista americana «n+1», esordisce con un testo che nasce da una lunga ricerca sugli ambienti del lavoro impiegatizio. Si tratta di Cubed (2014), ricognizione multidisciplinare – design, management, riferimenti a letteratura e cinema – che aiuta a comprendere perché il lavoro d’ufficio, con i suoi spazi e la sua capacità di generare culture e comportamenti, è in grado di incidere così tanto sulla società nel suo insieme.

Saval apre il suo lavoro rendendo omaggio a un riferimento classico, quel White Collar (1951) di Charles Wright Mills (1916-1962) che è considerato uno dei capostipiti della sociologia organizzativa. A ben vedere – come nota la collaboratrice del «New Yorker» Jill Lepore in una recensione che merita una lettura a sé – l’approccio di Saval è, più che sociologico, storico. Quanto il libro dispone agli occhi del lettore è un ideale diorama che potrebbe intitolarsi “l’ufficio attraverso il tempo”.

Con una prevedibile focalizzazione sulla storia del lavoro in America, Saval prende le mosse dalle “counting house” di metà ‘800, ambienti che oggi sorprendono per la loro dimensione angusta e per la grande prossimità tra datori di lavoro e impiegati. Prossimità destinata a sparire in nome dell’astrazione delle gerarchie organizzative, facilitata dall’estensione verticale dei grattacieli che dagli anni ’50 hanno iniziato a cambiare la fisionomia delle grandi città americane. Pensando a New York, vengono subito in mente la “black box” del Seagram Building o l’AT&T Building progettato dall’architetto “postmodernista” Philip Johnson.

Nel frattempo, l’interno degli spazi di lavoro incontra un’evoluzione inaspettata. Alla fine degli anni ’50, gli studi di ergonomia condotti dall’inventore americano Robert Propst (1921-2000) generano il prodotto di maggior successo di Herman Miller, il cosiddetto “Action Office”, spazio modulare pensato per l’ottimizzazione delle attività individuali. La semplificazione e banalizzazione dell’Action Office ha in seguito dato vita, concretizzando l’incubo isolazionista prefigurato da alcune sequenze di Playtime di Jacques Tati (1967), a quanto è oggi universalmente noto come cubicolo.

Il salto temporale successivo coincide con le prospettive sulla smaterializzazione e delocalizzazione del lavoro offerte dalle nuove tecnologie, rispetto alle quali il piglio storiografico è evidentemente meno praticabile di quello che procede per ipotesi. In sintesi, “l’ufficio attraverso il tempo” presentato da Saval offre una istruttiva e coinvolgente genealogia di spazi abitati quotidianamente ma spesso vissuti senza sufficiente consapevolezza.

Un altro testo incentrato sullo studio del lavoro impiegatizio, fonte di particolare orgoglio perché a firma di uno studioso italiano, è Uffici (2011) di Imma Forino. In questo caso l’indagine è più spiccatamente orientata al design degli uffici e dei loro arredi – l’autrice è docente di architettura degli interni al Politecnico di Milano – , senza comunque mancare di offrire spunti manageriali e socio-antropologici. In particolare, il testo ha il merito – oltre che di assumere una prospettiva non esclusivamente americanocentrica – di costruire una linea temporale che viaggia a ritroso fino a epoche non toccate dal lavoro di Saval. Forino parte dallo scriptorium dei monaci medievali e affronta, prima di giungere al Novecento, un percorso che arriva fino alla nascita della burocrazia (letteralmente: potere dello scrittoio) sette-ottocentesca. Di particolare interesse per il lettore italiano sono poi le parti di libro dedicate ai “torracchioni” nazionali (come li chiama il Luciano Bianciardi di La vita agra) e ai raggiungimenti tecnologici dell’Olivetti.

Difficile pensare a una “doppietta di lettura” più adatta a comprendere il mondo degli spazi di lavoro di quella formata da Cubed e Uffici, testi che sorprendono per consonanza e reciproca capacità di integrazione.

[ illustrazione: fotogramma da Playtime di Jacques Tati, 1967 ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, CREATIVITÀ, SCRITTURA, TECNOLOGIA

E se anche battere sui tasti aiutasse la creatività?

Negli ultimi mesi il dibattito sui benefici dello scrivere a mano è stato animato da diverse ricerche provenienti dal settore delle neuroscienze. Come riportato anche qui, scrivere con carta e penna pare abilitare lo sviluppo cognitivo e amplificare la capacità di apprendere.

Lo studioso americano Clive Thompson, autore del best-seller tecnofilo Smarter Than You Think (2013), prova a confrontare scrittura a mano e a computer, in cerca di qualche pregio da attribuire anche alla seconda modalità di produzione di testo. Quanto Thompson mette in luce in un articolo su «Medium» è che, se la scrittura a penna vince a mani basse quanto si tratta di memorizzare e assorbire conoscenze, la tastiera del computer regna sovrana se si parla di produrre nuovi contenuti.

Il punto non è semplicemente battere sui tasti, ma saperlo fare ad alta velocità. Diversi studi dimostrerebbero che esiste una stretta connessione tra capacità di ragionamento e velocità nel mettere nero su bianco quanto pensato. In buona sostanza, pensare “veloci” serve a poco se non si è in grado di scrivere altrettanto rapidamente. E in questo una scrittura a tastiera ben impostata sembrerebbe battere lo scrivere a mano.

Confrontare le posizioni di Thompson con quelle dei sostenitori di carta e penna fornisce una riprova del fatto che, con qualche teoria cognitiva alla mano, è possibile dimostrare tutto e il contrario di tutto. Evitando qui di parteggiare per l’una o per l’altra fazione (si lascia al lettore prendere posizione), è il caso di notare che, tanto per la scrittura a mano quanto per quella a tastiera, si tratta di utilizzare al meglio gli strumenti a propria disposizione, rendendoli estensione del proprio corpo e dunque veicoli di istanze creative e comunicative. A questo proposito, si dice che il trombonista jazz J.J. Johnson fosse solito ripetere ai suoi allievi:

«Qualsiasi idea che non sei grado di tirar fuori dal tuo strumento non ha nessun valore in questa musica».

Raffrontare un mezzo per antonomasia “creativo” come lo strumento musicale con oggetti quotidiani come la penna e la tastiera potrebbe sembrare fuorviante, ma a ben vedere aiuta a realizzare che la questione centrale per qualsiasi strumento è acquisire una perizia tecnica adeguata ai messaggi che si intende veicolare. Pochi fra noi hanno velleità da trombonisti, ma siccome tutti pretendiamo ogni giorno di esprimerci battendo sui tasti di una tastiera, forse è il caso di dedicare qualche sforzo al cercare di farlo meglio.

Compito a casa: imparare a scrivere senza guardare la tastiera. E, se avanza tempo per un vezzo retrò, frequentare un corso di calligrafia.

[ illustrazione: fotogramma dal film Populaire (2012) di Régis Roinsard ]

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