Stefano Misesti
APPRENDIMENTO, CULTURA, FUMETTO, IRONIA, LINGUAGGIO

我说中文!

«Per me parla cinese!» è un’espressione paradigmatica della cultura italiana, legata alla difficoltà di destreggiarsi con una lingua percepita come ostica sia dal punto di vista della pronuncia che della grafia. C’è da chiedersi se il detto continui oggi a conservare il suo senso in relazione alla crescita di importanza economica, politica e culturale della Cina di fronte al resto del mondo e al conseguente aumento del numero di studenti che, anche in Italia, si cimentano con il cinese.

Pensando a chi studia questa lingua, la divulgazione del cinese sta assumendo prospettive molto interessanti dal punto di vista dell’apprendimento, con app per smartphone come Hello Chinese o ChineseSkill, carte da studio (stile flash card) come quelle di Chineasy  e, in generale, moltissima letteratura didattica.

In Italia uno degli approcci più curiosi – anche se del tutto idiosincratico e senza pretese di completezza – è quello del libro Il Cinese a Fumetti (2017) dell’illustratore Stefano Misesti, che da diversi anni vive fra l’Italia e Taiwan e ha deciso di dar forma, prima sul web e poi su carta, a una serie di sorprendenti lezioni dedicate ad apprendere il cinese tradizionale.

Ogni lezione si concentra su una o più parole cinesi, approfondendone il senso sia grazie al disegno di forme che rendono più “leggibile” l’ideogramma che all’analisi di suoni – onomatopee o forme apparentemente irrelate prese dall’italiano – che costruiscono relazioni inaspettate. È dunque soprattutto l’ironia a diventare motore per la memorizzazione delle parole e la crescita dei curiosità per una lingua e una cultura piene di fascino.

[ Illustrazione tratta dal blog di Stefano Misesti  – nota: l’espressione cinese del titolo è “wǒ shuō zhōng wén!”, vale a dire “io parlo cinese!”]

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CAMBIAMENTO, CITTÀ, CULTURA, INDUSTRIA, MOBILITÀ, SOCIETÀ

Ecco come le strisce pedonali sono state (quasi) inventate dall’industria automobilistica

Il codice della strada italiano, così come quello di molte altre nazioni, prevede che chi attraversa fuori dalle strisce pedonali sia punito con una sanzione. In contesto americano, esiste addirittura una parola pensata per stigmatizzare questo comportamento: jaywalking, dove il termine jay sta a indicare chi è “campagnolo” e dunque, si suppone, sprovveduto rispetto alle norme di viabilità cittadina.

Il concetto di jaywalking aggiunge al dettato della legge un livello di riprovazione “morale”che assoggetta la libertà di passeggiare per strada alla regola imposta dal traffico automobilistico. Ma non è sempre stato così: la disamina storica di un articolo di «Vox» permette di risalire alle origini di un radicale cambiamento nella relazione fra città e cittadini.

Fino agli anni ’20 del Novecento, negli USA la segnaletica stradale rivolta ai pedoni era, pur presente, considerata poco più che un suggerimento di buona condotta. Ma con la progressiva diffusione del numero di automobili in circolazione, il tasso di incidenti mortali salì drammaticamente, arrivando a raddoppiare tra il 1917 e il 1923, anno in cui negli USA si registrarono oltre 16000 decessi causati dal traffico urbano.

A fronte di questi dati, nel 1923 il comune di Cincinnati propose di limitare la velocità delle automobili nei centri cittadini a 37km/h. La proposta comunale terrorizzò l’industria automobilistica, che passò al contrattacco con una campagna volta a creare complicità con i proprietari di automobili. La campagna riuscì nell’intento, decretando il fallimento del tentativo di regolamentazione proposto da Cincinnati.

A questo punto produttori, venditori ed entusiasti dell’automobile pensarono bene di coalizzarsi per far valere il proprio punto di vista sul piano legale, fino a giungere nel 1928 a propiziare l’approvazione – controfirmata dall’allora Presidente americano Herbert Hoover – di un’ordinanza municipale atta a regolamentare (ed eventualmente sanzionare) il flusso dei pedoni. L’ordinanza, basata sulla disciplina imposta ai pedoni da semafori e strisce pedonali, si diffuse in tutti gli USA e fu successivamente imitata da altre nazioni.

La nuova legge fu accompagnata negli ultimi anni ’20 e nei primi ’30 da una propaganda volta a ridicolizzare – e dunque a rendere “vergognoso” – il comportamento dei pedoni indisciplinati e distratti. Celebre fu una parata cittadina svolta a New York in questi anni, in cui un clown intento a vagare per strada era ripetutamente redarguito dal paraurti di una Ford Modello T. Il termine jaywalking nacque in questo periodo e segnò una rivoluzione culturale in cui la libertà del cittadino fu assoggettata in apparenza alla sicurezza stradale e di fatto al potere dell’industria automobilistica.

[ illustrazione: particolare dalla fotografia di Robert Doisneau La Meute, Place de la Concorde – 1969 ]

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COMPLESSITÀ, COMUNICAZIONE, CULTURA, LINGUAGGIO, METAFORE

Lost in translation: che cosa perdiamo nel passaggio da una lingua all’altra?

Tradurre significa, secondo l’etimologia latina del verbo, trasferire, spostare o ricollocare. Quando traduciamo un testo, trasportiamo un significato – che solitamente riteniamo astratto – da una lingua all’altra. L’operazione non è facile: chiunque vi si cimenti seriamente presto o tardi scopre che, come si suol dire, “tradurre è tradire”. Questo accade perché nessun concetto può essere del tutto astratto dalle parole usate per esprimerlo all’interno di una certa lingua. Chi traduce deve mettere in conto il fatto di poter perdere per strada qualcosa che è spesso ineffabile perché ha a che fare con i tratti idiosincratici di una cultura e con gli elementi estetici di uno specifico linguaggio.

Su questi temi riflette, attraverso la sensibilità dell’illustratrice americana Ella Frances Sanders, il libro Lost in Translation
(2014). Il volume è un peculiare vocabolario che affianca a ogni parola selezionata, espressa nel suo linguaggio originario, una sua duplice parafrasi: alcune righe di testo che la descrivono per sommi capi (in inglese) e una illustrazione che la rappresenta. La selezione è ben curata e ricca di spunti di riflessione sui paradossi della traduzione. Partendo dall’italiano: siamo sicuri che sia semplice trasferire in un’altra lingua l’idea espressa dal verbo “commuovere”? Oppure, pensando alla lingua tedesca, come tradurre in una parola il concetto di “kummerspeck”, che indica il processo per cui si assume peso mangiando eccessivamente a causa di un trauma emotivo? O ancora: come rendere appieno l’idea indiana, recentemente popolarizzata dagli studiosi dell’innovazione frugale, di “jugaad”? Questi e molti altri esempi animano le pagine di Lost in Translation, testo che si lascia sfogliare con piacere accrescendo nel lettore la consapevolezza dell’incommensurabilità fra lingue e culture, nonché il piacere della scoperta e del confronto con il diverso.

[ illustrazione: immagina tratta dal libro di Ella Frances Sanders Lost in Translation (2014) ]

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ARTE, CAMBIAMENTO, CULTURA, INNOVAZIONE, MARKETING, MUSICA, SOCIETÀ, STORIE

Alex Steinweiss, l’uomo delle copertine

L’arte delle copertine di disco, provvidenzialmente rinvigorita dal revival vinilistico dell’ultimo decennio, ha una data di origine: 1938. Questo fu l’anno in cui l’allora ventiduenne grafico newyorkese Alex Steinweiss (1917-2011) venne assunto dalla Columbia Records.

Per il marketing della musica, si trattò di una vera e propria rivoluzione: la celeberrima sinfonia n. 3 di Ludwig van Beethoven, apparentemente un disco non certo bisognoso di particolare promozione, beneficiò di un incremento delle vendite di quasi il 900% dovuto alla versione con copertina illustrata da Steinweiss.

Ma che aspetto avevano le copertine prima del 1938? Fino a quel momento, tutti i dischi – allora in formato 78 giri – erano accompagnati da una spartana custodia che ne indicava esclusivamente titolo e autore. Steinweiss, annoiato da un design di così basso profilo – e ispirato dai manifesti modernisti tedeschi e francesi – propose ai dirigenti della Columbia di poter mettere alla prova la sua creatività. Per nostra fortuna, questa opportunità gli venne di buon grado concessa: Steinweiss divenne in breve direttore artistico dell’etichetta discografica e nel corso della sua carriera realizzò oltre 250.000 copertine.

Gli amanti dei vinili devono a Steinweiss anche un’altra innovazione: nel 1947, anno di nascita del disco a 33 giri, Steinweiss inventò le buste di carta che contengono i vinili, completando così un formato di packaging che oggi, a quasi settant’anni dalla sua introduzione, continua a dimostrarsi ineguagliabilmente bello ed efficace.

[ illustrazione: copertina di Alex Steinweiss per il disco Bing: A Musical Autobiography di Bing Crosby, 1954 ]

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ANTROPOLOGIA, BIGDATA, CULTURA, DIVULGAZIONE, PERCEZIONE

SMALL data

Un articolo del «Guardian» mette in luce quanto il comune uso dei dati sia distorto da cattive interpretazioni. Prendendo in considerazione statistiche su temi quali religione, diritto di voto, immigrazione, disoccupazione, maternità in età minore, l’inchiesta mostra come dal confronto fra nazioni diverse emerga una altrettanto differente tendenza a sopravvalutare o sottovalutare alcuni dati. La media fra le varie stime corrette o scorrette dà modo di calcolare, secondo l’interpretazione del quotidiano inglese, un peculiare “indice di accuratezza e ignoranza” nazionale. Su 14 stati presi in esame, la Svezia si posiziona al primo posto come nazione più accurata. L’Inghilterra, ovviamente presa di mira dal «Guardian», non se la cava male, situandosi in quinta posizione. E l’Italia? Manco a dirlo, finisce al 14° posto, conquistando il podio di nazione più ignorante. In poche parole, noi italiani saremmo i peggiori nel far uso di dati, finendo vittima di pregiudizi che, nel nostro particolare caso, soffrirebbero di un costante orientamento a una visione più nera e funesta di quella offerta dai dati “corretti”. Niente di nuovo, verrebbe da dire.

Ma che dire di una statistica che pretende di essere comprensiva e risulta arbitrariamente basata su sole quattordici nazioni? Sono forse – da una prospettiva strettamente eurocentrica – le più importanti del mondo? E dove sono allora Cina e Russia? E come – e perché, e da chi – sono state scelte le categorie di osservazione? È curioso che un’indagine volta a mettere in discussione i pregiudizi culturali legati all’interpretazione di dati resti così platealmente – e inconsapevolmente – vittima di una cieca fiducia in dati altrettanto pregiudizievolmente selezionati e commentati. Per una volta, forse, essere finiti in coda a una classifica non dovrebbe farci preoccupare troppo.

[ illustrazione: fotogramma dal clip Qualcuno Vota 5Stelle de Il Terzo Segreto di Satira – trasmesso da LA7 ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, CAMBIAMENTO, COMPLESSITÀ, COMUNICAZIONE, CULTURA, ECONOMIA, INTERNET, MARKETING, TECNOLOGIA

Schiavi di internet. Ovvero: del trionfo dell’individualismo digitale

One cannot live outside the machine for more perhaps than half an hour.
Virginia Woolf, The Waves

Homo Interneticus, opera del newyorkese Lee Siegel, è la più precisa, pungente e spietata critica mai scritta riguardo la dimensione sociale di internet. Oltre che – ovviamente secondo l’opinabilissima opinione del sottoscritto – uno dei migliori testi contemporanei dedicati al rapporto fra uomo e tecnologia.

Alla metà degli anni ’90 ha avuto luogo, invisibile agli occhi dei più, una rivoluzione culturale che soltanto oggi si mostra in tutta evidenza come come l’inevitabile sviluppo – virato in chiave tecnologica – del ripiegamento dell’individuo su se stesso figlio dell’invenzione novecentesca della psicoanalisi. Senza Freud, niente internet. Per lo meno non nella forma in cui si è imposta, vale a dire come primo ambiente sociale della storia pensato a uso e consumo dell’individuo isolato e narcisista.

Come è possibile che sia così, se è vero che internet è per antonomasia luogo di apertura, incontro, opportunità? La possibilità stessa che ci si ponga una simile, ingenua domanda è la più schiacciante prova della riuscita di una strategia persuasiva che merita di essere analizzata.

Prima mossa: la santissima trinità web dell’accesso – libertà, democrazia, scelta – nasconde sotto la sua pelle digitale una solida spina dorsale, quella del sistema economico che ci governa “h24”. Quando internet offre informazione, velocità ed efficienza sta in realtà vendendo sempre e solo una cosa: convenienza economica. Tanto su Ebay, quanto su Wikipedia o Youporn. E riesce a far credere che non sia così, facendoci sentire parte della grande, anonima e accogliente comunità del web.

Seconda mossa: nell’era di internet la veste del business si fa cool e creativa (si pensi a profeti tecnologici pseudo-culturali come Apple o «Wired»), imponendosi come riferimento per i “bohème culturali” di tutto il mondo. Altro che lavoratori della conoscenza; noi produttori/consumatori del web 2.0 siamo pronti a tutto pur di ottenere un like, avendo forse non del tutto compreso ma di certo introiettato un’idea: imparare a vendere noi stessi, in ogni momento della nostra vita, è tutto ciò che conta per stare bene on-line.

Come valutare le conseguenze di queste due mosse? A fine 2006 «Time» pubblica il suo annuale numero dedicato alla “persona dell’anno”. In copertina, lo schermo stilizzato di un computer con una sola parola: “YOU” ( il computer è un Mac e l’interfaccia sullo schermo è quella di Youtube). Ecco, nel sua più efficace rappresentazione, la rivoluzione culturale in chiave economico-individualista realizzata da internet.

Il super-individuo figlio di internet è un prolifico confezionatore di prodotti destinati al mercato dei suoi interlocutori on-line. Il contenuto non ha nessuna importanza: in internet non conta veicolare un messaggio, ma esprimersi. Per questo rendiamo performance la nostra privacy, in cerca di popolarità digitale a buon mercato. Il diktat del web è semplice, e basta aprire Youtube-Facebook-Twitter per rendersene conto: il segreto è eccellere nella medietà. Risultare come chiunque altro più di quanto chiunque altro sia in grado di fare. In italiano non suona troppo bene, quindi lo riporto nell’inglese scioglilingua di Siegel: «sound more like everyone else than everyone else is able to sound like everyone else». Questo è quanto.

[ illustrazione: particolare dalla locandina promozionale italiana del film The Social Network di David Fincher, 2010 ]

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APPRENDIMENTO, CAMBIAMENTO, CONOSCENZA, CULTURA, LETTERATURA, LIBRI, PAROLE, TECNOLOGIA

Un romanzo per riflettere  sul futuro della lettura

Da qualche tempo a questa parte, la narrativa americana sta dando prova di un’inclinazione al dar forma a diffuse forme di scetticismo e timore nei confronti nei nuovi media. Primo esempio di questo filone letterario è stato The Circle (2013) di Dave Eggers, sulla cui critica all’invasione della privacy operata dai social media abbiamo già detto qui qualche tempo fa. È ora il turno dell’esordiente Alena Graedon, il cui The Word Exchange (2014) è un thriller che trova i suoi principali riferimenti letterari in Fahrenheit 451 (1953) di Ray Bradbury e nel Platone del Fedro (dialogo contenente la celebre condanna della scrittura).

Nel futuro prossimo immaginato da Graedon, gli smartphone si sono evoluti in uno strumento dal nome Meme (esplicito rimando all’omonimo concetto di “idea autopropagantesi” messo a punto da Richard Dawkins nel 1976). Invadente intermediario rispetto all’intera vita sociale, il Meme assume un ruolo centrale rispetto alle interazioni con il linguaggio. La sua applicazione “Word Exchange” è un dizionario in grado di rispondere – ovviamente a pagamento – alle esigenze linguistiche di utenti sempre più distratti e sempre meno alfabetizzati. Antagonista allo strapotere del Word Exchange è il North American Dictionary of the English Language, unico dizionario cartaceo ancora esistente al mondo. Quando l’editor responsabile della nuova edizione del dizionario scompare misteriosamente, sua figlia Anana si mette immediatamente sulle sue tracce, restando coinvolta in una densa trama di avvenimenti che sarebbe qui scorretto rivelare al futuro lettore.

The Word Exchange è un romanzo reso contemporaneo dal modo in cui risponde all’attuale “revival della lettura analogica” (mai espressione fu più insensata, tanto sul piano formale che su quello concettuale). Fa questo in modo intelligente, giocando con vezzi che denunciano un sincero amore per la cultura bibliografica (la successione dei capitoli che procede in ordine alfabetico; l’uso abbondante – ma non alla David Foster Wallace – delle note) e, soprattutto, costruendo una scrittura godibile, ricca e ricercata. Graedon mostra di avere a cuore il futuro della lettura e più in generale dell’alfabetizzazione, fornendo con il suo romanzo un contributo importante al dibattito, presente e a venire, a riguardo. Difficile, nonostante la sua riflessione suoni a tratti reazionaria, non concordare con la lettura del presente offerta dal libro:

«Why do you think people stopped reading? We read to connect with other minds. But why read when you’re busy writing, describing the fine-grained flotsam of your own life. Compulsively recording every morsel you eat, that you’re cold, or, I don’t know, heartbroken by a football game. An endless stream flowing to an audience of everyone and no one. Who can bother with the past when it’s hard enough keeping up with the present? But we do need the past. And things that last longer than a day».

[ illustrazione: Federico Faruffini, La Lettrice, 1864]

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CONCETTI, CULTURA, INNOVAZIONE, PAROLE, SOCIETÀ

Le origini anti-industriali del biologico

L’aggettivo “biologico”, entrato da una ventina d’anni a questa parte nel linguaggio del marketing alimentare, indica – in realtà in maniera impropria, in quanto ogni processo agricolo è ovviamente biologico – una modalità di coltivazione che evita di impiegare energia proveniente da processi industriali, preferendo reimpiegare la materia sotto forma organica. Più corretto sarebbe dunque parlare di “organico”, così come fanno l’inglese e altre lingue.

Come nota Michael Pollan nel suo best-seller Il dilemma dell’onnivoro (2006), il primo utilizzo di “organico” risale a un contesto lontano da quello alimentare. Nel’Ottocento l’aggettivo era utilizzato dagli studiosi inglesi che criticavano la frammentazione sociale portata dalla rivoluzione industriale, raffrontandola a una precedente società “organica” (o più semplicemente naturale) nella quale vigevano forti legami affettivi e cooperativi.

L’utilizzo del termine in ambito alimentare risale agli anni ’40, con la fondazione della rivista americana «Organic Gardening and Farming». La testata rimase a lungo poco nota finché non le venne dedicato, nel 1969, un articolo dal «Whole Earth Catalog», la bibbia della controcultura ideata da Stewart Brand. La tiratura della rivista passò in soli due anni da quattrocentomila a settecentomila copie, ponendo le basi del futuro successo di un aggettivo che oggi campeggia, in maniera più o meno veritiera, su tutti i più appetibili prodotti di ogni supermercato del mondo.

[ illustrazione: particolare da una copertina di «Organic Gardening» del 2013 ]

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APPRENDIMENTO, CULTURA, DEMOCRAZIA, DIVULGAZIONE, JAZZ, MUSICA, POLITICA, SCUOLA, STORIA

La musica jazz come insegnamento di democrazia, in azienda e a scuola

«Il jazz è un’arte collettiva e un modo di vivere che allena alla democrazia».
Wynton Marsalis

Per quanto non mi senta di condividere l’attitudine generalmente conservatrice – e spesso reazionaria – di Wynton Marsalis nei confronti della cultura jazz, affermare che quest’ultima è una grande scuola di democrazia è sacrosanto. Provando a lasciare in secondo piano il fatto che il jazz si è storicamente affermato come simbolo di democrazia in quanto musica popolare afro-americana – come mi insegna l’amico Michael Gold, col quale ho piacevolmente improvvisato un dialogo nel libro Trading Fours. Il jazz e l’organizzazione che apprende (2012) – , credo che l’equazione jazz = democrazia sia valida anche al di fuori del contesto geografico tradizionalmente più legato a questa musica, in ragione dell’universalità delle dinamiche di attenzione, ascolto, interplay e improvvisazione che animano qualsiasi performance jazzistica, che essa abbia luogo a New Orleans, a Pechino o a Roma.

È per questo che, alla luce dell’esperimento di apprendimento organizzativo Jazz for Business che da alcuni anni conduco in Trivioquadrivio con Ferdinando Faraò e altri musicisti, non posso che restare affascinato da una nuova lezione di democrazia e apprendimento legata al jazz, guarda caso proveniente dagli USA, che meriterebbe di essere esportata. Parlo di The Jazz & Democracy Project, curriculum di studi integrativo messo a punto dall’educatore americano Wesley J. Watkins, IV, in arte “Dr. Wes”.

Lo scopo di Dr. Wes è quello di arricchire lo studio della storia grazie a quello della musica, costruendo un percorso – dedicato a ragazzi delle scuole elementari, medie e superiori – in grado di trasferire agli studenti i valori civili e democratici incarnati dalla musica jazz. The Jazz & Democracy Project non prevede nessun prerequisito musicale e sviluppa negli studenti capacità di pensiero critico e competenze di fruizione dell’opera d’arte (non solo musicale) spesso del tutto assenti dai percorsi di studio ufficiali. Rende inoltre possibile – e questa è la sua caratteristica fondante – un’esperienza diretta di una forma di democrazia vissuta a livello individuale, di gruppo e di struttura sociale.

[ illustrazione: performance del progetto Iswhat?! di Napoleon Maddox, featuring Archie Shepp, Hamid Drake, Oliver Lake, Joe Fonda, Cochemea Gastelum – fotografia di Dario Villa, 2007 ]

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ANTROPOLOGIA, CULTURA, DEMOCRAZIA, GEOGRAFIA, GIOCO, POLITICA, SOCIETÀ, SPORT

Il gioco del calcio, osservatorio di globalizzazione

Bizzarro confrontarsi con l’idea del calcio come motore di globalizzazione diretto verso gli USA. Bizzarro soprattutto per un europeo, da almeno settant’anni bersaglio di un inverso movimento di colonizzazione culturale. Eppure – nota l’americano Franklin Foer, autore di un testo dall’icastico titolo How Soccer Explains the World – il calcio può essere considerato, nelle mani del sociologo o dell’antropologo culturale, uno strumento per comprendere le dinamiche di globalizzazione.

A proposito degli USA, se è vero che il baseball è in declino e che il rito del calcio sta lentamente iniziando a diffondersi oltreoceano, questo sorprendente – e per molti versi tardivo – fenomeno illustra, oltre al possibile decadimento di una tradizione, le opportunità di indagine offerte dal calcio come cultura. Nota Foer:

«Nel gioco della globalizzazione, lo sport ha una posizione più avanzata di quella di qualsiasi altra economia sul pianeta. Per questo il calcio offre intuizioni, fra le altre cose, sul perché le multinazionali falliscono nell’alleviare la povertà; sul come il fondamentalismo religioso possa essere indebolito; su come i nazionalismi possano emergere in una forma più illuminata».

A differenza di altri sport, il calcio è caratterizzato da una componente sociale che, nel male e nel bene, eleva il suo valore simbolico e identitario. Per quanto riguarda il male, Foer pare non essere ignaro delle celebri parole di Jorge Luis Borges, che affermando «Il calcio è popolare perché la stupidità è popolare» aveva in mente le derive tribali e autoritarie che uno sport di massa porta invariabilmente con sé.

Sul fronte delle positività, riconducibili a una pacifica lotta di classe o all’ascesa sociale, Foer cita il caso di due squadre di calcio di Buenos Aires, Boca Juniors e River Plate, identificate ciascuna da un preciso legame con una classe sociale di riferimento. Oppure il ruolo rivestito dal Barcellona per i catalani nel contrastare ideologicamente il regime franchista. Oppure ancora, la vittoria della Francia nei campionati del mondo del 1998, il cui valore fu anche quello di una celebrazione della nuova multi-culturalità nazionale. Perfino aspetti frivoli quali il taglio di capelli di David Beckham possono rappresentare – nota Foer – un motore di riconoscimento identitario ed emancipazione sociale per molte nazioni prive della libertà di pensiero ed espressione che per un occidentale appare forse scontata.

[ illustrazione: fotografia di Hans Van Der Meer dalla serie European Fields ]

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