ESTETICA, ORIENTE

La bellezza oscura

E se l’egemonia culturale planetaria provenisse da oriente invece che da occidente? O quanto meno: quale mondo vivremmo oggi se l’oriente fosse stato in grado di mantenere le proprie culture più indipendenti da quelle occidentali? Sono domande tanto speculative quanto attuali e nello specifico a porsele è Jun’ichirō Tanizaki, autore noto per romanzi come La chiave e Neve sottile, nel suo saggio del 1962 Libro d’ombra. Dal testo emerge l’ambivalenza di una rivendicazione carica di orgoglio e disillusione: che parli di riscaldamento, illuminazione o allestimento dei bagni, Tanizaki mette in discussione l’egemonia occidentale e le risponde mettendo in luce un diverso modello valoriale, estetico e pratico.

Citando lo scrittore Saitō Ryokuu, in un passaggio del suo testo Tanizaki si sofferma sull’espressione “l’eleganza è fredda”, che descrive enigmaticamente la relazione orientale con il piacere estetico. Attorno a questa stessa espressione, reinterpretandola da par suo, nel 1982 Goffredo Parise costruisce il suo reportage romanzato sulla terra del sol levante, intitolato L’eleganza è frigida. Il testo di Parise descrive, quasi a confermare i timori di Tanizaki, un Giappone per lo più occidentalizzato –  senz’altro molto diverso dalla Cina autentica e rurale narrata dallo stesso Parise in Cara Cina nel 1966 – in cui la tradizione emerge come eccezione o curiosità orientata a uno sguardo turistico. Colpiscono in particolare alcuni passaggi sulla lucentezza e pulizia di automobili tirate a lucido, in netto contrasto con l’enfasi data da Tanizaki a ciò che definisce nare o “lustro delle mani”, cioè la patina che si deposita sulle cose con il loro uso nel corso del tempo. Alla brillantezza ricercata dall’occidente, Tanizaki oppone una bellezza oscura e offuscata, di cui diventa simbolo il toko no ma, nicchia domestica che valorizza piccoli oggetti (quadri, calligrammi o fiori) tramite una messa basata su un’ombrosa e sfumata nobiltà.

Seppur costantemente esposto a un rischio di smarrimento, vi è un senso estetico orientale – nello specifico giapponese – che attraversa le epoche e giunge a noi grazie all’espressione, difficile da tradurre letteralmente, wabi-sabi. Come esposto da Leonard Koren nel suo testo Wabi-sabi per artisti, designer, poeti e filosofi, questo concetto indica la valorizzazione dell’imperfetto, del diveniente e dell’incompleto. La bellezza del wabi-sabi sta in ciò che cambia, nel delicato e nell’effimero. Per questo, tornando a una delle riflessioni di Parise, per un giapponese una giornata piovosa può essere bellissima, per ragioni puramente estetiche molto lontane dai canoni occidentali di bellezza. La scoperta del concetto di wabi-sabi può aiutare anche un occidentale a scoprire che esiste, proprio come Tanizaki ha inteso suggerire, un diverso modo di guardare il mondo.

[ Illustrazione: Tohaku Hasegawa, Schermo con pini (Shōrin-zu byōbu 松林図 屏風), circa 1595 ]

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ARTE, CREATIVITÀ, DIARI, LETTERATURA

David Sedaris e l’arte del diario

David Sedaris è uno scrittore particolarmente legato al racconto della propria esperienza personale e familiare. Libri come Me parlare bello un giorno (2005), di cui si ricorda soprattutto la “lotta” con la lingua francese, o Calypso (2018), dal nome immaginario di una tartaruga il cui rapporto con l’autore diviene centrale, sono raccolte piene di ironia, spesso crude ma sempre oneste e brillanti. Ciò che colpisce di Sedaris è la capacità di condividere con il lettore una visione del mondo personale e autentica, regalando al tempo stesso risate – Sedaris è uno dei pochi scrittori capaci di risultare incredibilmente comici semplicemente raccontando il quotidiano – e profondi spunti di pensiero critico.

Chi conosce Sedaris – e magari ha partecipato dal vivo a incontri con l’autore – sa che alla base della sua opera c’è un’attività diaristica che  lo accompagna dal 1977, momento in cui – all’età di 21 anni – ha iniziato a mettere nero su bianco le sue esperienze. Questo patrimonio di annotazioni – spesso diretta ispirazione per la sua produzione letteraria – è reso disponibile alla lettura grazie alla raccolta Ragazzi che giornata! Diari 1977-2002 (2017), che contiene le memorie prodotte dallo scrittore nell’arco di venticinque anni. All’interno vi si trova il percorso di una persona e la sua crescita: ci sono momenti di difficoltà e di smarrimento, così come lampi di consapevolezza e lettura critica del proprio percorso. L’autenticità è la costante del testo, che dà il meglio di sé quando letto – come suggerisce lo stesso Sedaris nell’introduzione – spulciando qua e là scoprendo frammenti di quotidiano sempre sorprendenti:

17 ottobre 1978 – Odell

Oggi le mie scarpe pesano il doppio. E sono verdi. Sono tutto verde, per via dell’ossido di cromo che uso per lucidare la giada di John. Ho il verde anche nelle orecchie. E nel moccio. John ha un blocco di giada lungo cinque metri per uno e mezzo, che inizialmente fu acquistato dal generale argentino Perón per farci scolpire una statua della moglie Eva. A sentire John costa 100.000 dollari. Meno i 14 che mi ha dato oggi per lucidarne qualche fettina.

I diari di Sedaris risultano affascinanti anche per il loro contenitore, vale a dire la forma fisica – rigorosamente analogica – che le raccolte di note (in media da due a quattro volumi all’anno) sono andate assumendo nel corso del tempo. Fin dall’inizio Sedaris ha preso l’abitudine di usare la copertina di ogni diario come spazio per spunti visivi che vanno bel oltre il decorativo (del resto Sedaris è diplomato all’Art Institute of Chicago e la sua prima ambizione è stata proprio quella di diventare un artista). Consapevole del valore estetico di questi artefatti, l’artista Jeffrey Jenkins, amico di lunga data dell’autore, ha compilato una raccolta completa delle copertine dei diari che, in questo caso, dal 1977 arriva fino al 2016. Il volume si intitola David Sedaris Diaries: A Visual compendium e riproduce con grande cura ogni copertina (vedi quella inserita qui sopra).

Dopo i primi anni di diaristica, basati su quaderni esistenti personalizzati con la tecnica del collage, dal 1985 Sedaris ha introdotto un formato basato sulla raccolta e rilegatura di fogli simili al formato A4, cui aggiungere una copertina rigida da connotare visivamente con quanto l’autore trovava intorno a sé nel periodo della scrittura. La creatività spazia tra fotografie, disegni e opere – del partner Hugh Hamrick o di altri artisti – , ritagli di giornali, quadri trovati al mercato delle pulci, copertine di dischi. La raccolta conduce il lettore in una passeggiata in equilibrio fra immagini trovate e cercate, la cui costante è un curioso e saldo senso estetico. Per chi già ami David Sedaris o voglia iniziare a conoscerlo, l’esplorazione parallela dei contenuti dei diari con Ragazzi che giornata! Diari 1977-2002 e delle loro copertine con  David Sedaris Diaries: A Visual compendium offrirà un’esperienza a tutto tondo capace di intrecciare arte visiva e letteratura.

[ Illustrazione: No.79 – Girl with Yellow Background (flea market) – June 1 – June 27, 1998 – Da: David Sedaris Diaries: A Visual compendium, 2017 ]

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CINEMA, COMFORT, CONSAPEVOLEZZA, PERCEZIONE, SOCIETÀ

Praticare la scomodità

Due amici che parlano a cena: che cosa c’è di più normale e familiare? Perché farne un film, totalmente incentrato sulle discussioni e su primi piani dei volti, probabilmente destinato a risultare noioso per i più? Queste la domande che forse deve essersi posto il cineasta francese Louis Malle (1932-1995) di fronte alla sceneggiature propostagli dai due attori e registi teatrali Wallace Shawn e André Gregory.

Evidentemente, le risposte da lui trovate (o suggerite da Shawn e Gregory) devono essere state molto convincenti e c’è di che essergliene grati, perché con My Dinner with André (1981) Malle ci ha regalato un capolavoro – poco sconosciuto in Italia – che rappresenta un unicum all’interno del pur ampio filone dei film basati su un approccio teatrale, per la sua capacità di costruire una sorta di dialogo platonico cinematografico di grande profondità e valore per chiunque sia interessato a ragionare sul proprio posto nel mondo.

Tratto dalla già citata sceneggiatura scritta a quattro mani da Shawn e Gregory, di per sé un libro eccezionale, il film mette in scena una lunga conversazione dal taglio filosofico che prende le mosse da racconti di esperienze lavorative e personali – in larga parte autobiografiche – dei due attori, lo spirituale André (André Gregory) e il terreno Wally (Wallace Shawn), per costruire a poco a poco una riflessione generale sul senso della vita che non può lasciare indifferenti.

Uno dei passaggi più significativi del film è incentrato sul comfort e sulla critica del ruolo anestetizzante che esso riveste nei confronti della nostra percezione e consapevolezza. A partire da un apparentemente banale commento di Wally sulla piacevolezza di una coperta elettrica nel freddo inverno newyorkese, André costruisce una convincente argomentazione sull’importanza di praticare deliberatamente la scomodità per non rischiare di perdere contatto con ciò che più ci rende umani. Stare troppo comodi indebolisce l’acutezza dei nostri sensi e, alla lunga, ci allontana dalla costitutiva esperienza di essere parte del mondo. Ecco la scena in questione (in lingua inglese).

[ Illustrazione: fotogramma dal film My Dinner with André (1981) di Louis Malle ]

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CAMBIAMENTO, EMPATIA, LETTURA, SOCIETÀ, TECNOLOGIA

Riscoprire l’empatia grazie ai libri

Dopo Proust e il Calamaro del 2008, la studiosa americana Maryanne Wolf torna a occuparsi di cervello e lettura in Lettore, vieni a casa (2018). Il testo affronta un tema che, con un po’ di retorica, può definirsi “scottante”: in che maniera le nuove abitudini di lettura rapida e superficiale indotte dai media digitali stanno cambiando il modo in cui pensiamo e ragioniamo?

Davanti agli occhi di un adulto medio scorre ogni giorno una media di 34 gb di dati (corrispondenti a 100.000 parole). Questa bulimia di dati si accompagna – in ragione del cosiddetto skimming, la lettura veloce con cui processiamo i testi su schermo –  a una soglia di attenzione non superiore ai cinque minuti, circa la metà rispetto a dieci anni fa. L’abbassamento dell’attenzione non riguarda solo ciò che si fa davanti a un computer, ma porta con sé una drastica diminuzione delle capacità critiche: riceviamo nuove informazioni in modo passivo, senza sforzo di rielaborazione e, soprattutto, senza un approccio critico. Questa mancanza di profondità genera un humus assai fertile per le fake news e per tutti gli utilizzi manipolatori di informazioni con cui chi frequenta i social network – ma ormai anche canali informativi istituzionali – è suo malgrado molto familiare.

Leggere su carta e confrontarsi con prose ricche e complesse rappresenta un potentissimo antidoto a tutto questo. Non a caso, Maryanne Wolf parla di un “ritorno a casa” del lettore. Si tratta di rieducare la propria capacità di immergersi in una lettura concentrata e profonda, recuperando quanto stiamo rischiando di perdere trascorrendo la maggior parte del nostro tempo appiccicati a schermi digitali. L’autrice non si limita a “fare teoria”, ma parla in prima persona: dopo essersi resa conto che le sue capacità di lettrice critica si stavano affievolendo a causa della lettura veloce indotta dal web, si è sottoposta a una “rieducazione” di due settimane in compagnia de Il giuoco delle perle di vetro (1943) di Herman Hesse. Il risultato? La sensazione di un cervello di nuovo brillante.

La riconquista più preziosa fra quelle offerte dalla lettura “profonda” riguarda l’empatia, capacità relazionale fondamentale al nostro essere umani che la rapidità e la mancanza di approfondimento del quotidiano ci stanno facendo sempre più pericolosamente smarrire. Una indagine della Stanford University sostiene che dagli anni ’80 ai prima 2000 l’empatia delle generazioni più giovani sia calata del venti per cento. Si tratta di un’evidenza di certo discutibile, che tuttavia trova conferma nel clima sociale e politico dell’occidente “civilizzato”, caratterizzato nei migliori casi da isolazionismo e incomprensione, nei peggiori da razzismo e odio per il diverso. Di nuovo, un possibile antidoto sta nei libri e in particolare nei romanzi, capaci più di ogni altro medium di aiutaci a costruire un confronto consapevole con opinioni, vite e mondi diversi dai nostri.

[ Illustrazione: fotografia di André Kertész dal libri On Reading (1971) ]

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APPRENDIMENTO, CONOSCENZA, SCIENZA, STORIE

Professionisti vs amatori

La parola “amatore” viene solitamente opposta al termine “professionista”, indicando una versione minore, approssimativa e in definitiva non abbastanza “seria” del sapere teorico e pratico di chi viene formalmente associato a una professione. L’istituzionalizzazione del sapere, così centrale per l’idea stessa di professionalità, riveste oggi più che mai un ruolo egemone: forse ancor più dei titoli di studio, oggi le “certificazioni” rappresentano un ubiquo e apparentemente indispensabile lasciapassare per i più svariati ambiti lavorativi (e non solo), diffondendo la pericolosa opinione che la competenza sia ormai percepita come condizione non sufficiente al riconoscimento del saper fare, da dotare necessariamente di una precisa etichettatura (da ottenersi previo versamento di denaro in favore di enti che prosperano grazie a questo business delle certificazioni). Il professionista, strettamente imparentato con l’esperto e lo specialista (di cui si è parlato qui), è una delle figure chiave di un modo di rivolgersi al sapere che è figlio delle logiche di parcellizzazione e burocratizzazione che, dalla rivoluzione inizio-novecentesca dello scientific management in poi, hanno contributo a definire l’identità dell’uomo occidentale.

Coraggiosamente in antitesi rispetto a una weltanschauung tanto pervasiva, il libro The Amateur (2018) dello studioso inglese Andy Merrifield osa proporre una posizione diversa, che rivaluta il ruolo di ogni sapere capace di anteporre l’amare ciò che si fa a ogni tipo di riconoscimento formale. Grazie al libro scopriamo per esempio che lo scienziato inglese Michael Faraday (1791-1867) seppe andare ben oltre le sue umili origini e la sommaria educazione ricevuta in giovane età massimizzando l’utilità del suo primo impiego, a soli 14 anni, come rilegatore di libri. Circondato dalla parola scritta, Faraday costruì autonomamente un percorso di apprendimento ricco e libero che lo portò pagina dopo pagina ad appassionarsi ai più svariati argomenti scientifici. La sua iniziativa lo condusse, con un grande slancio di coraggio, a scrivere a Sir Humphry Davy (1778-1829) – all’epoca direttore del laboratorio di chimica della Royal Institution di Gran Bretagna – per chiedere impiego come assistente del celebre chimico. La sua richiesta venne accolta e nel 1813, a soli 21 anni, Faraday diede avvio a un percorso di ricerca e scoperte che ha pochi eguali nella storia e che vale da monito di incoraggiamento per ogni “amatore” e per chiunque ritenga che, parallelamente alle vie formali, esistano percorsi di apprendimento di certo meno ortodossi ma per questo non meno interessanti.

[ Illustrazione: fotografia di Michael Faraday, Pictorial Press Ltd / Alamy Foto Stock ]

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ARTE, CINEMA, CITTÀ, DECISIONE, PERCEZIONE, VISIONE

Museum Hours: una questione di sguardi

Museum Hours (2012) del regista americano Jem Cohen è un film fondamentale per chiunque sia interessato ad approfondire i misteri della visione. La “trama” è in realtà molto semplice, quasi al punto da apparire sciatta: Johann lavora come guardasala al Kunsthistorisches Museum di Vienna. È qui che incontra per caso Anne, cittadina canadese appena giunta in Austria per far visita alla cugina, ricoverata in ospedale e in coma. Johann aiuta Anne a orientarsi su una mappa di Vienna e successivamente, superando un iniziale senso di sfiducia nei confronti degli estranei, inizia a condurla in brevi esplorazioni della città. Questo è l’inizio di una genuina amicizia interculturale basata su una serie di conversazioni ospitate da un luogo pubblico molto particolare – un museo – e dall’ambiente pubblico per eccellenza, la città.

Gli strumenti di ripresa utilizzati per il film creano una differenza di qualità visiva fra le scene realizzate all’interno del Kunsthistorisches Museum, girate in digitale in HD, e quelle degli esterni viennesi, realizzate con una cinepresa a 16mm. Pur a fronte di questa differenza, lo sguardo che Jem Cohen intende suggerire allo spettatore è di fatto lo stesso, sia nel mondo interno che esterno: un occhio curioso e senza pregiudizi che resta costantemente aperto, in modo immediato e spesso naif, di fronte all’inaspettato.

Commentando alcune opere di Pieter Bruegel Il Vecchio – che svolgono un ruolo importante nel film e, più in generale, nella collezione del Kunsthistorisches Museum  – Cohen costruisce una similitudine fra l’osservazione dei dipinti e quella di alcune scene di strada: «Forse la cosa più incredibile che mi ha colpito stando in quelle stanza è stata il non sapere dove fosse il centro di ognuno dei quadri. È questo l’aspetto con cui mi sono più messo in relazione, perché quando giro in strada il primo piano e lo sfondo tendono a fondersi e lo sguardo dell’osservatore vaga perché non è diretto verso un punto focale» (da un’intervista a CinemaScope).

L’assenza di un punto focale predefinito rappresenta la possibilità di una scelta. Come notato dal grande critico d’arte inglese John Berger (1926-2017) – il cui nome non a caso compare nei ringraziamenti dei titoli di coda del film –

Vediamo solo ciò che guardiamo. Guardare è un atto di scelta. Il risultato di tale atto è che quanto vediamo si pone alla nostra portata. Anche se non necessariamente alla portata della nostra mano.

E ancora: «La relazione fra quello che vediamo e quello che sappiamo non è mai conclusa». Queste frasi riassumono il pensiero di Berger sul ruolo della visione, così come espresso nel suo libro del 1972 Questione di sguardi (e nella serie televisiva a esso legata Ways of Seeing).

Museum Hours accompagna lo spettatore in una immediata e insieme profonda riflessione sul nostro modo di vedere, suggerendo che coltivare uno sguardo curioso sul mondo – rappresentato nel film dal personaggio di Anne, una straniera in un Paese straniero – sia cruciale per apprezzare la bellezza nascosta nell’ordinario.

[ Illustrazione: fotogramma dal film Museum Hours (2012) di Jem Cohen ]

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CONCETTI, ECOLOGIA, NATURA, SCIENZA

IN PELLEGRINAGGIO FRA UMANITÀ E NATURA

Spillover di David Quammen è un libro che solo nel 2020, a otto anni dalla prima pubblicazione, ha raggiunto il suo più grande successo anche se, si può ben dire, per un motivo che nessuno avrebbe auspicato. In maniera simile a quanto accaduto per Il cigno nero di Nassim Taleb, opera salita all’onore delle cronache per la sua capacità di fornire un modello interpretativo di fronte alla crisi finanziaria del 2007-2009, Spillover verrà dai più ricordato come il saggio che ha descritto modalità di diffusione e impatto del COVID-19 prima del suo emergere.

Il libro, ottimo esempio di divulgazione scientifica, chiarifica due nozioni centrali per la comprensione della diffusione dei virus, vale a dire quelle di zoonosi e, come da titolo del testo, spillover. Per zoonosi si intende ogni infezione animale trasmissibile a esseri umani e per spillover il meccanismo per cui un patogeno passa da una specie all’altra. La delucidazione delle due nozioni a opera di Quammen (ricca di esempi, aneddotica di prima mano e approfondimenti su virus quali Sars ed Ebola) ha soprattutto il merito di mettere ogni lettore in guardia rispetto a due oggettività tanto importanti quanto superbamente sottovalutate dall’uomo. Anzitutto, siamo una specie animale fra altre, per natura non superiore a nessuna di esse e parte di un destino comune di cui ogni zoonosi rappresenta un crudo e minaccioso memento. In secondo luogo, la responsabilità della crescente diffusione di zoonosi (e, in particolare, Coronavirus) è imputabile alla scellerata condotta della nostra specie nei confronti delle altre e più in generale del nostro pianeta. Nelle parole di Quammen i virus di cui parliamo:

Sono lo specchio di due crisi planetarie convergenti: una ecologica e una sanitaria […]. Come fanno questi patogeni a compiere il salto dagli animali agli uomini e perché sembra che ciò avvenga con maggiore frequenza negli ultimi tempi? Per metterla nel modo più piano possibile: perché da un lato la devastazione ambientale causata dalla pressione della nostra specie sta creando nuove occasioni di contatto con i patogeni, e dall’altro la nostra tecnologia e i nostri modelli sociali contribuiscono a diffonderli in modo ancor più rapido e generalizzato.

Le parole di Quammen evocano per ogni essere umano un’urgente crescita di responsabilità ecologica, nel senso più ampio del termine. Questo tipo di riflessione, soprattutto poiché inclusa in un libro che è divenuto un best-seller, ha la potenzialità di rimettere in gioco il nostro rapporto con il mondo e la natura a un livello profondo, che ci permetta di comprendere i delicati equilibri di cui siamo parte e imparare a rispettarli.

A fronte degli stimoli del mondo scientifico qui rappresentati dall’opera divulgativa di Quammen, un significativo contributo può essere rinvenuto anche nella riflessione proveniente dal pensiero umanistico e in particolare nel saggio sui generis Pellegrinaggio al Tinker Creek pubblicato nel 1974 da Annie Dillard (e insignito nel 1975 del Premio Pulitzer). Si tratta del resoconto di un anno vissuto dall’autrice – all’età di 27 anni – a stretto contatto con la natura presso il fiume Tinker Creek, nei boschi della Virginia.

Il testo prende le sue mosse come omaggio al capostipite dei memoriali sulla vita solitaria nella natura, Walden di Henry David Thoreau, e pagina dopo pagina costruisce una riflessione coinvolgente ed emozionate che riesce a mescolare osservazioni da entomologo a spunti filosofici e spirituali. A colpire sono soprattutto i passaggi in cui si fa prepotente il concetto prima evocato sulla scorta di Quammen, ovvero la consapevolezza che quella umana è una specie fra altre nella natura. Questo senso di necessaria connessione viene evocato da Dillard in una maniera che valorizza il nostro essere parte inscindibile di un universo che include insieme, in una interrelazione necessariamente complessa, sia dolore che bellezza.

La crudeltà è un mistero, e spreco di dolore. Ma se descriviamo un mondo che abbracci queste cose, un mondo che sia un lungo gioco brutale, allora incappiamo in un altro mistero: l’irruzione della potenza e della luce, il canarino che canta sul cranio. A meno che tutti gli uomini di ogni epoca o razza siano stati ingannati dallo stesso ipnotizzatore di massa (chi?), sembra che la bellezza esista, una grazia del tutto gratuita.

[ Illustrazione: fotografia di Lucas Foglia, Matt-Swinging-between-Trees (particolare), dal libro HumanNature ]

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Fred Herzog
IRONIA, LETTERATURA, SCIENZA, STORIE, TEMPO

Di quella volta che Einstein e Kafka (non) si incontrarono

Atlante occidentale, romanzo del 1985 di Daniele Del Giudice, è un manifesto allo spirito più puro e disinteressato dell’amicizia, quello grazie a cui persone perfettamente estranee e del tutto diverse fra loro possono incontrarsi per caso e scoprire quanto le loro “rotte” possano essere complementari e parallele (quello del volo è tema particolarmente caro a Del Giudice, nonché centrale in questo libro).

Un giovane fisico e un anziano scrittore stringono un’amicizia insieme estemporanea e profonda, che riesce a evocare simbolicamente anche un difficile – ma non impossibile – incontro a metà strada fra il campo scientifico e quello umanistico. In questo senso Del Giudice rende in forma di romanzo la stretta di mano fra i due mondi auspicata da Charles Percy Snow nel suo Le due culture (1959), saggio dedicato a denunciare la mancata integrazione fra cultura scientifica e umanistica. A rafforzare questa tesi, che rende ancor più importante un racconto di per sé già bellissimo, è lo spunto di uno dei due personaggi messi in scena da Del Giudice, che evoca i possibili incontri – o mancati incontri – fra un altro scienziato e un altro scrittore:

Forse ci sono tempi diversi dal nostro in cui Einstein e Kafka escono ogni giorno di casa, stanno per incontrarsi, tornano indietro; escono di nuovo, sono sul punto di farcela, ritornano a casa. O tempi ciclici in cui Einstein e Kafka si incontrano ogni tanti anni e dicono “Ancora lei!”, tempi dell’attesa in cui passano la vita aspettando d’incontrarsi e ogni istante potrebbe essere quello buono, ma non si incontrano perché in realtà si sono già incontrati senza che nessuno dei due se ne accorgesse; o tempi biforcuti in cui si incontrano e contemporaneamente non si incontrano, e il fatto è del tutto equivalente».

In realtà è possibile che almeno qualche fugace incontro fra i due ci sia stato, perché Albert Einstein – come scrive anche Del Giudice – insegnò fra il 1911 e 1912 all’Università di Praga ed era uso frequentare il Cafè Louvre, all’epoca ritrovo bisettimanale delle cerchie intellettuali della città (come approfondito in Praga al tempo di Kafka di Patrizia Runfola). Franz Kafka di certo conobbe la teoria della relatività, che forse arrivò a influenzare alcuni suoi scritti. È per esempio curioso ritrovare nel suo racconto di una pagina Una confusione che succede ogni giorno (1917), contenuto nella raccolta Il messaggio dell’imperatore, l’ironica narrazione di un incontro ostacolato da strani sfasamenti spazio-temporali (il tempo non più assoluto di Einstein?). Ecco l’incipit del racconto (cui Del Giudice, piace pensare, non può non essersi ispirato):

Un caso che succede ogni giorno: il risultato, una confusione che succede ogni giorno. A deve concludere un importante affare con B, che abita a X. Per prendere gli accordi preliminari si reca X, fa la strada di andata e ritorno in dieci minuti e si vanta, giunto a casa, di questa eccezionale velocità. Il giorno dopo torna X per concludere definitivamente l’affare. Poiché prevede che ciò esigerà parecchie ore, A si mette in istrada di mattina presto. Sebbene tutte le circostanze, almeno secondo l’opinione di A, siano perfettamente le stesse che il giorno prima, questa volta per giungere a X egli impiega 10 ore. Quando arriva là, stanco, a tarda sera, gli dicono che B irritato per l’assenza di A, mezz’ora prima s’è recato a cercare A al suo villaggio e avrebbero assolutamente dovuto incontrarsi per via. Consigliano A di aspettare. Ma A, inquieto per il suo affare, se ne va e s’affretta verso casa.

[ Illustrazione: fotografia di Fred Herzog, Two Men in Fog (1958) ]

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Candida Höfer
CONOSCENZA, LETTURA, LIBRI

Del comprare troppi libri (o del filo della lettura)

Essenziale è comprare molti libri che non si leggono subito. Poi, a distanza di un anno, o di due anni, o di cinque, dieci, venti, trenta, quaranta, potrà venire il momento in cui si penserà di aver bisogno esattamente di quel libro – e magari lo si troverà in uno scaffale poco frequentato della propria biblioteca. Nel frattempo, può darsi che quel libro sia diventato irreperibile, e difficile da trovare anche in antiquariato, perché di scarso valore commerciale (certi paperback sembrano sapersi dissolvere rapidamente nell’aria) anche perché è diventato una rarità e vale molto di più. L’importante è che ora si possa leggere subito.

Il saggio Come ordinare una biblioteca, contenuto nell’omonima raccolta di Roberto Calasso, è una gemma preziosa per ogni lettore. Fra suggerimenti su come disporre sugli scaffali i propri testi coltivando la regola del “buon vicino” (suggerita all’autore da Aby Warburg) e spunti di “etichetta” per annotare un libro (suggerita la matita, sconsigliata la penna – ma soprattutto mai lasciar un volume intonso: sarebbe una prova della nostra indifferenza), Calasso condensa in poche, dense pagine una vita di abitudini legate al leggere e al maneggiare quell’oggetto perfetto che chiamiamo libro.

La citazione qui riportata in apertura contiene uno degli stimoli più interessanti offerti da Calasso al lettore, che non può non provare una certa ebrezza nel relazionare alla propria esperienza il piacere della ricerca, dell’acquisto, dell’oblio e infine del rinvenimento di un libro nella propria biblioteca, ovviamente al momento giusto. Ogni vero lettore apparentemente acquista sempre troppi libri e le parole di Calasso aiutano a interpretare questa condotta come una sorta di preparazione all’imprevedibile evolversi dei nostri interessi di lettura. Al di là del mettersi al sicuro rispetto all’eventuale futura irreperibilità di un testo (ché cercare libri considerati introvabili è un altro grande piacere), è soprattutto proficuo pensare al fatto che ogni libro arricchisce il percorso di lettura di una vita, il cui “filo” (altra immagine evocata da Calasso) può diventare molto complesso e ingarbugliato, con un decisivo ruolo dell’occasione e del caso nel guidare quale sarà la successiva trama da costruire.

Non a caso, proprio dopo aver citato il piacere di poter leggere un libro che ci ha attesi per lungo tempo nella nostra biblioteca, Calasso continua così, elevando l’attitudine al riscoprire libri a stile di vita:

Strana sensazione, quando si aprirà quel libro. Da una parte il sospetto di aver anticipato, senza saperlo, la propria vita […] dall’altra un senso di frustrazione, come se non fossimo capaci di riconoscere ciò che ci riguarda se non con un grande ritardo. Poi ci si accorge che quella doppia sensazione si applica anche a molti altri momenti della nostra vita.

[ Illustrazione: fotografia di Candida Höfer – Trinity College Library Dublin IX, 2004 ]

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Stefano Misesti
APPRENDIMENTO, CULTURA, FUMETTO, IRONIA, LINGUAGGIO

我说中文!

«Per me parla cinese!» è un’espressione paradigmatica della cultura italiana, legata alla difficoltà di destreggiarsi con una lingua percepita come ostica sia dal punto di vista della pronuncia che della grafia. C’è da chiedersi se il detto continui oggi a conservare il suo senso in relazione alla crescita di importanza economica, politica e culturale della Cina di fronte al resto del mondo e al conseguente aumento del numero di studenti che, anche in Italia, si cimentano con il cinese.

Pensando a chi studia questa lingua, la divulgazione del cinese sta assumendo prospettive molto interessanti dal punto di vista dell’apprendimento, con app per smartphone come Hello Chinese o ChineseSkill, carte da studio (stile flash card) come quelle di Chineasy  e, in generale, moltissima letteratura didattica.

In Italia uno degli approcci più curiosi – anche se del tutto idiosincratico e senza pretese di completezza – è quello del libro Il Cinese a Fumetti (2017) dell’illustratore Stefano Misesti, che da diversi anni vive fra l’Italia e Taiwan e ha deciso di dar forma, prima sul web e poi su carta, a una serie di sorprendenti lezioni dedicate ad apprendere il cinese tradizionale.

Ogni lezione si concentra su una o più parole cinesi, approfondendone il senso sia grazie al disegno di forme che rendono più “leggibile” l’ideogramma che all’analisi di suoni – onomatopee o forme apparentemente irrelate prese dall’italiano – che costruiscono relazioni inaspettate. È dunque soprattutto l’ironia a diventare motore per la memorizzazione delle parole e la crescita dei curiosità per una lingua e una cultura piene di fascino.

[ Illustrazione tratta dal blog di Stefano Misesti  – nota: l’espressione cinese del titolo è “wǒ shuō zhōng wén!”, vale a dire “io parlo cinese!”]

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