COLORI, FOTOGRAFIA, INNOVAZIONE, STORIE

Keld Helmer-Petersen: il colore in fotografia, prima della fotografia a colori

La fotografia a colori può dirsi un’invenzione del 1976, anno in cui le immagini del libro William Eggleston’s Guide (1974) vengono messe in mostra al MoMA di New York. Fino a quel momento il mondo dell’arte (al contrario di quello della moda e della pubblicità) rifiuta la fotografia a colori, per pregiudizio culturale e a causa dell’oggettiva inferiorità tecnica delle pellicole a colore. William Eggleston rappresenta lo spartiacque per la fotografia americana prima e dopo il colore. Altri fotografi americani hanno usato prima di lui la fotografia a colori – su tutti, Saul Leiter (1923-2013, attivo come fotografo dal 1948) – ma a Eggleston spetta il merito di avere legittimizzato con la rivoluzionaria esposizione al MoMA il (relativamente) nuovo medium fotografico, senza avere paura di proporlo in modo provocatorio.

Fra i precursori di Eggleston fuori dal territorio americano spicca, insieme al tedesco Fred Herzog, il danese Keld Helmer-Petersen (1920-2013). Il suo libro del 1948 dal titolo 122 Farvefotografier raccoglie una serie di immagini raccolte in Danimarca tra il 1941 e il 1947 usando una macchina fotografica Leica e pellicola Agfacolor. A quasi settant’anni di distanza, le fotografie di Petersen colpiscono per vari motivi: per il gusto del dettaglio e della semplicità compositiva quasi “a due dimensioni”; per la concentrazione su un mondo di oggetti e l’ispirazione surrealista; per la quasi totale decontestualizzazione temporale, tale da conferire alle immagini una sorta di astrazione metafisica. E infine ci sono i colori, ovviamente, usati come strumento per dar forma ed espressione al mondo, senza nessuna pretesa di reportage.

Petersen fu fotografo di grande modestia e poca fortuna. Se la visibilità ottenuta dal libro del 1948 gli permise di trasferirsi per alcuni anni a Chicago e di lavorare per «Life», di ritorno in Danimarca ritrovò un ambiente culturale non pronto ad accogliere la sua fotografia come arte. Intenzionato a restare in ogni caso legato al suo medium, trovò modo di condurre una soddisfacente carriera come fotografo di architettura.

[ illustrazione: fotografia di Keld Helmer-Petersen tratta dal libro 122 Farvefotografier, 1948 ]

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CITTÀ, COLORI, FOTOGRAFIA, STORIE, TECNOLOGIA

Il colore della street photography di Fred Herzog

Fred Herzog, classe 1930, è uno dei pionieri dell’uso del colore nella street photography. Prima di lui, per appena una manciata d’anni, solo Saul Leiter (1923-2013): se quest’ultimo iniziò a scattare a colori nel 1948, Herzog lo fece dal 1953, quando si trasferì dalla Germania al Canada. Alla fine degli anni ’40 il bianco e nero era considerato l’unico strumento “serio” di cui un fotografo di strada potesse avvalersi, il che rende rivoluzionario il lavoro di questi autori.

La peculiarità dell’opera fotografica di Herzog si lega anche allo strumento da lui scelto per registrare il colore del Canada (in particolare Vancouver), cioè la pellicola per diapositive Kodachrome ISO10. La sigla ISO10 rappresenta una sensibilità particolarmente restrittiva in termini di luce richiesta per impressionare la pellicola. Per comprenderlo è sufficiente pensare che la maggior parte delle macchine digitali ha oggi una gamma ISO che parte da 100 o 200 per arrivare a valori di 6400 e oltre. Questo significa che con le fotocamere attuali è possibile scattare con tempi di posa relativamente rapidi e a mano libera anche di sera (o in ogni caso con poca luce ambientale). Per converso, chi come Herzog utilizzava la Kodachrome ISO10 aveva bisogno di molta, molta luce. In cambio, otteneva un’altissima qualità e una quasi totale assenza di “grana” dell’immagine.

Se Herzog scelse una pellicola per diapositive – e per di più di così difficile utilizzo – fu  per un semplice motivo economico: non poteva permettersi i costi della realizzazione di stampe. In quanto diapositive, alle sue immagini fu negato l’accesso alle gallerie e conseguentemente la diffusione presso un vasto pubblico. Questa scelta inizialmente penalizzante si è tuttavia rivelata vincente sul lungo periodo: in anni recenti, sull’onda di una riscoperta dell’opera del fotografo, le sue immagini sono state scansionate e stampate grazie alle più recenti tecnologie. In questo processo la qualità e la “longevità” della pellicola Kodachrome (doti quasi uniche e per esempio del tutto opposte a quelle di pellicole come le Ektachrome) sono state fondamentali per donare una seconda giovinezza – e una meritata fama – al colore delle immagini di Herzog.

[ illustrazione: Fred Herzog, Man with bandage – 1968 ]

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