ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, MUSICA, TECNOLOGIA

Per un rapporto più sano con la tecnologia

Il fatto che la nostra relazione con la tecnologia sia spesso problematica, in bilico tra i poli della frustrazione e della dipendenza, ha molto a che fare con una scarsa consapevolezza e padronanza degli strumenti che essa ci offre. Benché computer e smartphone siano una presenza costante e ormai “naturale” nella nostra vita, spesso non riusciamo a usarli per quel che sono, cioè strumenti al nostro servizio. Al contrario, nonostante la loro pervasività, essi restano presenze estranee e opache da cui finiamo paradossalmente per essere dominati.

Questa è la tesi dello studioso Alex Soojungkim Pang, che nel suo The Distraction Addiction (2013) – di prossima traduzione in italiano – propone come antidoto l’approccio del “contemplative computing”. Questo consiste nel volgersi agli strumenti tecnologici in modo che diventino un’estensione “naturale” del corpo, al fine di usarli in maniera più efficace e non restare vittima di un loro uso compulsivo e distratto.

Poiché la chiave di questo traguardo è, secondo Soojungkim Pang, un approccio consapevole e trasparente alla tecnologia, egli instaura un raffronto con la pratica di uno strumento musicale:

«A clumsy awareness of strings and valves and chord positions eventually gives way to a sense that the instrument effectively becomes a natural extension of yourself, as one jazz musician put it».

L’idea dello strumento musicale come estensione del corpo parte da uno studio approfondito dello strumento stesso, che culmina nel far sì che il suo utilizzo diventi del tutto automatico e trasparente. Quando un musicista – soprattutto un jazzista – suona una nota sul suo strumento, non ha bisogno di pensare all’azione che permette al suo corpo di farlo. Possiamo dire lo stesso del modo in cui usiamo i computer? Finché non conosceremo a fondo gli hardware e i software che utilizziamo (per esempio: quanti di noi sanno digitare al computer con due mani e senza guardare la tastiera?), difficilmente raggiungeremo il rapporto sano con la tecnologia cui tanto aspiriamo.

[ illustrazione: fotogramma da 2001. Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, 1968 ]

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APPRENDIMENTO, DIVULGAZIONE, MUSICA, SCRITTURA

Scrivere di musica: la lezione di Lester Bangs

Lester Bangs (1948-1982) è stato il critico musicale più eterodosso che si possa immaginare. Se è vero che “scrivere di musica è come ballare di architettura”, di certo Bangs, con i suoi articoli difficilmente definibili come recensioni (anche perché spesso incentrati su dischi inesistenti…), ha inventato passi e coreografie mai più replicati. Vale la pena di recuperare il lavoro di scrittura di Bangs, anche perché Minimum Fax ha di recente dato alle stampe in italiano le raccolte Impubblicabile!, Guida ragionevole al frastuono più atroce, Deliri, desideri e distorsioni.

In un articolo pubblicato dal «New Yorker», la giornalista Maria Bustillos descrive quel che di più importante ha imparato da Bangs:

«He understood that what young people wanted was something still more than to break free of parental bonds. We wanted to know exactly what was being hidden from us. Bangs’s great gift to the kids who formed his most passionate following was the news that this information was available to us; it could be found in books».

Il lavoro di Bangs si dimostra in questo senso rivoluzionario: prendendo le mosse da una nicchia giornalistica spesso davvero asfittica e conformista, è riuscito non solo a trasformare la scrittura musicale in letteratura, ma anche a fornire ai suoi lettori una serie di rimandi interculturali in grado di costruire un sincero e veritiero romanzo di formazione. Il tutto, come si evince da queste sue parole, senza mai prendersi mai troppo sul serio:

«The first mistake of Art is to assume that it’s serious. I could even be an asshole here and say that “Nothing is true; everything is permitted,” which is true as a matter of fact, but people might get the wrong idea. What’s truest is that you cannot enslave a fool».

Parlare di Lester Bangs, infine, offre un’ottima occasione per riguardare Philip Seymour Hoffman (1967-2014) interpretarlo nel film Almost Famous (2000).

[ illustrazione: Lester Bangs ritratto da Roni Hoffman ]

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APPRENDIMENTO, ARCHITETTURA, UFFICI

Uffici che apprendono

Il “Building 20” del MIT di Cambridge è stato un esempio di ambiente di apprendimento e collaborazione perfettamente riuscito. Progettato come struttura temporanea dedicata alla ricerca accademica, venne costruito a tempo di record nel 1943, utilizzando per i suoi 25.000 metri quadrati una semplice e solida struttura in legno. originariamente destinato a essere dismesso al termine del secondo conflitto mondiale, rimase invece in uso  fino al 1998, anno in cui venne demolito per lasciare posto al permanente – e architettonicamente molto più sofisticato – “Building 32” disegnato dall’architetto Frank Gehry.

Il successo del Building 20 è legato alla sua provvisorietà e “povertà” strutturale, che gli rese possibile essere percepito come ambiente aperto a ogni cambiamento utile ai suoi utilizzatori. Semplice e spartano, l’edificio fu capace di assecondare un uso creativo e flessibile degli spazi che uffici più strutturati normalmente inibiscono. La capacità di apprendere di cui l’edificio diede prova fu apprezzata da moltissimi studiosi, fra i più celebri si ricordano il linguista Noam Chomsky, il padre della fotografia stroboscopica Harold Edgerton, l’ingegnere elettrico Amar Bose (fondatore dell’omonimo brand di case acustiche) e alcuni pionieri della cultura hacker.

Stewart Brand, fondatore del The Whole Earth Catalogue (pubblicazione sulla cui copertina comparve nel 1974 il motto “Stay hungry, stay foolish” in seguito reso celebre da Steve Jobs), ha raccolto in How Buildings Learn: What Happens After They’re Built (1994) queste opinioni da alcuni alumni del MIT che hanno usufruito del Building 20:

« The ability to personalize your space and shape it to various purposes. If you don’t like a wall, just stick your elbow through it […]. We feel our space is really ours. We designed it; we run it. The building is full of small microenvironments, each of which is different and each a creative space».

[ illustrazione: il Building 20 nel momento della sua demolizione nel 1998, autore ignoto ]

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APPRENDIMENTO, ARTE, CONCETTI, CULTURA, PAROLE

Smart vs dumb?

Kenneth Goldsmith, poeta anti-creativo e fondatore dell’archivio dell’avant-garde UbuWeb (nonché  promotore dell’incredibile progetto crowdsourcing Printing out the Internet), è autore di un saggio on-line dal titolo Being Dumb.

Lo scritto gioca sulla contrapposizione fra “smart” e “dumb”. “Smart” è aggettivo obiettivamente stanco e abusato, ormai esteso a praticamente qualsiasi cosa: dai telefoni alle città; dalle reti elettriche alle scatole regalo. Se applicato alle persone, “Smart” è per Goldsmith sinonimo di una condotta competitiva, faticosa, estenuante e in ultima analisi meccanica:

Smart is a star student, flawlessly dotting i’s and crossing t’s […]. Smart is an over-achieving athlete, accomplishing things that mere mortals can only dream of. Complex and deep, exclusive and elite, smart brims with value. Having sweated for what it’s accomplished, smart pays a handsome dividend to those invested […]. But by playing a high stakes game, smart is always paranoid that it might lose hard-won ground […]. Success or failure, win or lose, smart trades in binaries. Smart is exhausting—and exhausted.

Ben diverso è per Goldsmith l’essere “dumb”, interpretato in maniera tutt’altro che negativa e anzi inteso come sinonimo di riconoscibili capacità creative

Dumb is an ill-prepared slacker, riding on hunches and intuition […]. Caring little for progress or narrative, dumb moves laterally, occasionally spiraling back in on itself […]. Dumb favors re—recontextualization, reframing, redoing, remixing, recycling—rather than having to go through the effort of creating something from scratch.

Giocando con le parole, Goldsmith costruisce alcune combinazioni (“dumb dumb”, “smart smart”, “smart dumb”) e le identifica con personaggi, aziende e istituzioni:

Dumb dumb is rednecks and racists, football hooligans, gum-snapping marketing girls, and thick-necked office boys. Dumb dumb is Microsoft, Disney, and Spielberg.

Smart smart is TED talks, think tanks, NPR news, Ivy League universities, The New Yorker, and expensive five-star restaurants. By trying so hard, smart smart really misses the point.

Smart dumb is The Fugs, punk rock, art schools, Gertrude Stein, Vito Acconci, Marcel Duchamp, Samuel Beckett, Seth Price, Tao Lin, Martin Margiela, Mike Kelley, and Sofia Coppola. Smart dumb plays at being dumb dumb but knows better.

L’essere “smart dumb” è  per Golsmith l’esito più sensato e utile del percorso fra “smartness” e “dumbness”. Ma attenzione, il percorso è lungo:

Dumb is not an inborn condition. You get to dumb after going through smart. Smart is stupid because it stops at smart. Smart is a phase. Dumb is post-smart. Smart is finite, well-trod, formulaic, known. The world runs on smart. It’s clearly not working.

[ illustrazione: Dumb Ways to Die ]

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APPRENDIMENTO, MANAGEMENT, PAROLE

Think outside the box

Da dove nasce l’espressione, tanto cara al mondo aziendale, “think outside the box”, da noi tradotta come “pensare fuori dagli schemi”?

In Change: la formazione e la soluzione dei problemi (1973) Paul Watzlawick utilizza il gioco dei “nove punti” (che consiste nell’attraversare tutti i punti con quattro linee rette senza staccare la matita dal foglio) per mostrare che mettere in atto un effettivo – e non superficiale – cambiamento significa uscire dagli schemi e cambiare le regole del gioco. “Think outside the box”, appunto.

Per la verità, seppur popolarizzato da psicologi e “guru” del management durante gli anni ’70, il gioco dei nove punti è ben più antico. La sua prima apparizione risale al 1914, sulle pagine della Sam Loyd’s Cyclopedia of 5000 Puzzles Tricks and Conundrums (with Answers), opera postuma del grande enigmista americano Sam Lloyd (1841-1911).

In questa sua prima edizione il gioco ha una declinazione molto meno astratta, nella quale cui i nove punti diventano uova su un tavolo. Ironicamente, Lloyd immagina che a proporre il gioco agli abitanti dell’immaginaria “Puzzleland” sia Cristoforo Colombo in persona (per associazione, date le uova, con il celebre aneddoto dell’uovo di Colombo).

[ illustrazione: la tavola della Cyclopedia of 5000 Puzzles che contiene – a destra – il “Christopher Columbus famous eggs trick” ]

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APPRENDIMENTO, TECNOLOGIA

Del prendere appunti, dagli amanuensi a oggi

Dalla nascita della scrittura a oggi, prendere appunti continua a confermarsi la pratica di costruzione e preservazione di conoscenze più capace di relazionare mano, occhio e mente. La più estesa formalizzazione dell’arte del prendere appunti risale al 1700, tramite la pratica del “commonplace book” diffusasi in territorio inglese. Charles Darwin, i filosofi Francis Bacon, John Milton e, soprattutto, John Locke – che nel 1706 pubblicò il testo A New Method of Making a Common Place Book – erano soliti compilare un taccuino in cui alle note di studio si mescolavano osservazioni tratte dalla vita quotidiana.

L’utilità del commonplace book era rafforzata dall’abitudine quotidiana alla scrittura, ma non soggetta a regole troppo vincolanti. Per esempio, leggere più testi in parallelo e in maniera apparentemente frammentaria era considerato tutt’altro che controproducente, il che mette in luce la non-linearità di pensiero praticata da questi intellettuali. Lo storico americano Robert Darnton in Il futuro del libro (2000) nota quanto segue:

«Unlike modern readers, who follow the flow of a narrative from beginning to end, early modern Englishmen read in fits and starts and jumped from book to book. They broke texts into fragments and assembled them into new patterns by transcribing them in different sections of their notebooks. Then they reread the copies and rearranged the patterns while adding more excerpts. Reading and writing were therefore inseparable activities».

La consustanzialità tra lettura e scrittura praticata dagli intellettuali inglesi del Settecento ricorda da vicino il “rimasticare testi” dei monaci benedettini del XII secolo descritta dal filosofo Ivan Illich in Nella vigna del testo (1994). In tempi precedenti alla nascita della stampa, la lettura ad alta voce dei monaci permetteva di far proprio un testo per poi copiarlo per iscritto impartendogli leggere modificazioni di forma e sostanza.

Pensando all’impatto sulla cultura dell’invenzione di Gutenberg, che da molti punti di vista ha standardizzato la conoscenza tramite la sua fissazione in una forma scritta “definitiva”, la pratica del prendere appunti, che prima dei commonplace book inglese troviamo nello Zibaldone italiano del XV secolo e che oggi mutatis mutandis sopravvive tanto nei taccuini  Moleskine quanto in software come Evernote, porta con sé un piacevole senso di eversione legato all’opportunità di continuare a potersi riappropriare di qualsiasi contenuto in modi del tutto personali.

[ illustrazione: Harvey Cushing, Harvard Medical School – 1891 ]

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APPRENDIMENTO, EPISTEMOLOGIA, SCIENZA

Perché cerchiamo solo dove c’è luce? Una riflessione sul nostro modo di conoscere

Il tranello percettivo noto come “effetto lampione” è di solito raccontato tramite questo aneddoto:

«Un poliziotto vede un uomo ubriaco cercare qualcosa sotto un lampione e gli chiede cosa abbia perso. L’uomo risponde di essere in cerca delle sue chiavi, dunque il poliziotto decide di aiutarlo. Dopo qualche minuto, il poliziotto chiede all’ubriaco se è sicuro di aver perso le chiavi proprio lì. L’ubriaco risponde di no: in realtà ha perso le chiavi al parco. Il poliziotto gli domanda allora per quale motivo le sta cercando proprio sotto al lampione. L’ubriaco risponde: qui c’è luce».

L’aneddoto – la cui origine risale al filosofo behaviorista americano Abraham Kaplan e al suo testo del 1964 The Conduct of Inquiry – è riportato da molte fonti in diverse forme e dà addirittura titolo al recente libro Il teorema del lampione (2013) dell’economista francese Jean-Paul Fitoussi. In quasi tutti i casi, l’aneddoto è mostrato per mettere in luce una fallacia del modo di accostarsi alla ricerca del nostro cervello, che tende a cedere alla pigrizia privandosi dell’opportunità di scoprire qualcosa di nuovo nelle “zone d’ombra” della conoscenza.

Una lettura particolarmente interessante del tranello percettivo è contenuta nell’ottimo libro dello studioso americano Stuart Firestein dal titolo Ignorance, in italiano tradotto come Viva l’ignoranza! Il motore perpetuo della scienza (2012). Firestein sostituisce l’ubriaco con uno scienziato, al fine di analizzare le modalità di indagine e ricerca proprie del metodo scientifico. L’aspetto cruciale – per certi versi controintuitivo – della sua interpretazione è una valutazione positiva del “cercare dove c’è luce”. Come è possibile apprezzare questa condotta, soprattutto da parte di uno scienziato? Per il semplice motivo – secondo Firestein – che “cercare dove c’è luce” significa concentrare le propria attenzione anzitutto sugli aspetti osservabili e lasciare da parte quel che non è misurabile. Il “buio” dell’ignoranza viene rischiarato per progressivi affinamenti e non procedendo per ipotesi. Procedere secondo la guida di queste ultime può essere spesso, secondo Firestein, fonte di pregiudizi e discriminazioni.

[ illustrazione: foto del 1926 , autore e luogo ignoti ]

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