APPRENDIMENTO, CULTURA, TECNOLOGIA

“Nativi digitali”: ma siamo sicuri?

I mass media ci raccontano che i “nativi digitali” (la cui identificazione solitamente coincide con le generazioni Y e Z) hanno una naturale disposizione all’uso del computer. Se il fatto che siano venuti al mondo contestualmente alla diffusione di massa del personal computer è indubitabile, molto più discutibili sono i motivi per cui i “nativi digitali” dovrebbero essere in grado di usare questi strumenti con particolare maestria. A ben vedere, tutto sembra mostrare il contrario. Citando un articolo del “disinformatico” Paolo Attivissimo:

«Una recente indagine dell’Università di Milano-Bicocca sull’uso dei nuovi media tra gli studenti delle scuole superiori lombarde indica che due su tre non sanno come funziona Wikipedia, non sanno riconoscere una pagina di login fasulla guardandone l’URL (e non chiamatelo URL, se non volete che vi guardino basiti) e non hanno idea di come si reggano in piedi economicamente i siti commerciali più popolari».

Queste generazioni sono “nate con il computer” ed è proprio per questo motivo, per quanto controintuitivo possa sembrare, che ne hanno così poca padronanza tecnica. Non è una colpa ma un fatto piuttosto logico, riscontrabile anche su altre tecnologie in raffronto a diverse generazioni. Per fare una verifica basterebbe provare a chiedere a un individuo della generazione X se sa come funzionano l’interruttore che dà luce alla sua stanza e il motore della propria automobile. In media la risposta sarebbe negativa, anche se si tratta di strumenti di uso altrettanto quotidiano.

Il tema in gioco è quello della pervasività, immediatezza – e dunque trasparenza – di una tecnologia. La familiarità e quotidianità di uno strumento coincide con il suo essere dato per scontato e diventare “invisibile”. Questo significa, almeno in teoria, che molto più tempo e impegno possono essere dedicati a questioni di contenuto e non di metodo. Il lato negativo della questione riguarda la consapevolezza e padronanza con cui ci volgiamo a questi  strumenti e chiama in causa la relazione tra tecnica e libertà: dipendiamo quotidianamente dall’uso di strumenti che diventano sempre più indispensabili e, al tempo stesso, sempre meno comprensibili e controllabili.

[ illustrazione: il Commodore 64, il personal computer più venduto di sempre ]

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APPRENDIMENTO, ARTE, DIVULGAZIONE, METAFORE, PAROLE, RAPPRESENTAZIONE, SCIENZA

Vesalio e il corpo come metafora

Molto del comune e “figurato” modo di volgersi al corpo umano, per esempio pensando a vene e arterie come a tubature o allo scheletro come alla struttura di un’abitazione, risale a un grande lavoro linguistico compiuto nel XVI secolo dal fiammingo Andrea Vesalio (1514-1564, all’anagrafe Andreas van Wesel).

La sfida che Vesalio decise di affrontare fu quella di riportare su carta – nello specifico, sui manuali dedicati agli studenti di medicina – l’esperienza diretta dell’anatomia che solo in sala chirurgica era possibile vivere. Il principale ostacolo a questo obiettivo era l’astrazione, non solo sotto forma di un uso inadeguato del linguaggio ma anche quanto all’incapacità della rappresentazione a due dimensioni di rendere la ricchezza di movimento e forma implicata dall’esperienza reale.

Con il suo De Humani Corporis Fabrica, pubblicato per la prima volta nel 1543, Vesalio riuscì a far fronte a queste difficoltà, stabilendo al tempo stesso un nuovo standard in grado di superare il suo principale riferimento, cioè il lavoro compiuto dal medico romano Galeno ben tredici secoli prima. Quanto alle illustrazioni, Vesalio si affidò alle splendide incisioni di Jan van Calcar (1499–1546), pittore fiammingo formatosi con Tiziano. Quanto al linguaggio, ricorse alla metafora, usandola come vero e proprio strumento di apprendimento. Riuscì così a parlare agli studenti di medicina in modo nuovo, costruendo un repertorio di analogie che ha a tutti gli effetti rivoluzionato il modo di guardare all’anatomia grazie a un patrimonio di metafore che, come nota un bell’articolo del Public Domain Review, oggi suona molto “post-industriale” e dunque estremamente contemporaneo.

[ illustrazione: particolare da una tavola del De Humani Corporis Fabrica di Andrea Vesalio, 1543 – silografia di Jan van Calcar ]

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APPRENDIMENTO, EPISTEMOLOGIA, SCIENZA, TEORIE

Ecco perché la scienza gode di cattiva salute

Un recente numero dell’«Economist» ha aperto un’accesa discussione sull’approccio alla scoperta scientifica. Quel che si mette in discussione è uno dei suoi capisaldi, cioè la verifica della bontà di un esperimento tramite la sua ripetizione. In questo ambito “replicabilità” è tradizionalmente inteso come sinonimo di “oggettività”, dunque mettere in discussione questo presupposto significa minare l’intera impalcatura del metodo scientifico. È quello che ha di recente fatto un test condotto dalla farmaceutica americana Amgen: cercando di replicare 53 studi sulla ricerca contro il cancro considerati fondamentali, ha ottenuto successo in soli sei casi. Il che significa che i restanti 47 studi si sono rivelati fallaci.

L’esperimento citato non è che la più manifesta spia di una situazione di difficoltà generalizzata. Secondo l’«Economist» la principale causa di questo fallimento sarebbe da rintracciarsi nel clima estremamente competitivo e forsennato della ricerca scientifica. In termini di produzione di nuovi studi, lo slogan di molti ricercatori è purtroppo diventato “publish or perish” e la conseguente concentrazione su quantità e velocità va evidentemente a scapito della qualità delle pubblicazioni. Insieme a questo problema ne esiste un secondo, altrettanto grave, legato alle modalità di verifica degli studi stessi. È di nuovo un piccolo test, in questo caso condotto da un biologo di Harvard, a mettere in luce il problema. Inviando a 304 riviste scientifiche un paper pieno di errori e mancanze, il suddetto ricercatore è comunque riuscito a vederselo pubblicato da ben 157 testate. È evidente che la fiducia nei confronti di un sistema viziato sia rispetto alle sue modalità di produzione che a quelle di verifica è destinata a calare vertiginosamente. Citando l’Economist:

«Science still commands enormous – if sometimes bemused – respect. But its privileged status is founded on the capacity to be right most of the time and to correct its mistakes when it gets things wrong. And it is not as if the universe is short of genuine mysteries to keep generations of scientists hard at work. The false trails laid down by shoddy research are an unforgivable barrier to understanding».

[ illustrazione: fotogramma da Flesh for Frankenstein di Paul Morrisey, 1973 ]

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APPRENDIMENTO, CAMBIAMENTO, CITTÀ, COLLABORAZIONE, COMPLESSITÀ, CULTURA, STORIE

L’Olanda, le biciclette e il cambiamento culturale

L’Olanda è la nazione con più ciclisti al mondo e, insieme, quella in cui pedalare risulta probabilmente più sicuro. Benché questa ottimale condizione appaia oggi così pervasiva e strutturale da sembrare “naturale”, sarebbe sufficiente tornare indietro nel tempo di circa quarant’anni per trovare una situazione completamente diversa.

In seguito all’eccezionale boom economico manifestatosi tra gli anni ’50 e ’60, un grandissimo numero di automobili invase le strade olandesi, portando con sé molti lavori legati alla realizzazione di strade e infrastrutture adeguate ad accogliere un grande flusso di traffico. Questa direzione di sviluppo penalizzò il ciclismo, che diminuì con un tasso del 6% annuo. Soprattutto, l’Olanda fu funestata da un inopinato numero di incidenti che causarono, nel solo 1971, ben 3300 morti di cui oltre 400 fra minori. Questa terribile situazione generò violente proteste popolari che portarono a cambiare completamente direzione.

In concomitanza con la crisi petrolifera del 1973, il primo ministro olandese Joop den Uyl decretò una svolta nel sistema di trasporti. La nuova politica si mostrò fin da subito nettamente orientata alla mobilità su due ruote, con pedonalizzazione di centri storici e sperimentazioni di percorsi ciclabili completi e sicuri nelle città di Den Haag e Tilburg, luoghi ove il ciclismo crebbe istantaneamente con un tasso di oltre il 60%.

La felice storia del ciclismo in Olanda, ben riassunta da questo video, mostra che è possibile incontrare condizioni culturali così radicate da sembrare “naturali”, anche se di fatto non lo sono. L’attuale viabilità olandese è frutto di una scelta collettiva e di un processo di cambiamento sostenuto con tenacia ed efficacia a fronte di condizioni di partenza decisamente avverse.

[ illustrazione: Jacques Tati alle prese con la sua bici ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, CULTURA

Apprendimento e identità

Norbert Wiener (1894-1964), matematico americano considerato il padre fondatore della cibernetica, ha inserito nel suo Introduzione alla cibernetica. L’uso umano degli esseri umani (1958) una delle più efficaci descrizioni della centralità dell’apprendimento per la specie umana.

Anzitutto, l’uomo è una forma neotenica, cioè caratterizzata da un periodo di immaturità indeterminatamente prolungato. Questo fa sì che negli individui adulti si presenti una serie di caratteristiche tipiche delle forme infantili. Per esempio, nota Wiener, se si confronta la specie umana con le grandi scimmie si nota come l’uomo adulto somigli più alla scimmia appena nata che a quella matura. Per nulla a caso, il periodo dell’infanzia umano è relativamente più lungo di quello di qualsiasi animale.

Questo stato di “eterno Peter Pan” ha ripercussioni importanti per il tema dell’apprendimento. Poiché l’uomo non può mai dirsi del tutto adulto, nemmeno può dirsi che egli giunga mai a uno stato di maturazione cognitiva e sedimentazione di conoscenze “definitivo”. Il continuo rielaborare esperienze passate rappresenta il fulcro del nostro altrettanto continuo apprendere, così come della possibilità di emanciparci, in un modo del tutto “culturale”, dalla nostra provenienza più strettamente biologica. Secondo le parole di Wiener:

L’uomo trascorre circa il quaranta per cento della sua vita nella condizione di apprendista, per ragioni che hanno a che fare con la sua struttura biologica. È del tutto naturale che una società umana si fondi sulla capacità di apprendere, come all’opposto una comunità di formiche si basi su un modello ereditario. Essenzialmente apprendere è una forma di retroazione, nella quale il modello del comportamento è modificato dall’esperienza passata».

[ illustrazione: dettaglio da San Gerolamo nello studio di Antonello da Messina,1474-1475 circa ]

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APPRENDIMENTO, ARTE

L’arte fa bene all’attenzione e all’apprendimento

La saggezza popolare ci ricorda che per imparare “ci vuole tempo”, anche se spesso ce ne dimentichiamo. A fronte di una costante pressione sociale e tecnologica che spinge verso immediatezza e velocità, accostarsi con la dovuta attenzione e concentrazione a un’esperienza di apprendimento è sempre più difficile. Così come muovere i nostri occhi verso una cosa non equivale necessariamente a vederla, sarebbe ingannevole considerare il semplice accesso a dati e informazioni come sinonimo di un effettivo apprendimento.

La storica di Harvard Jennifer Roberts si è inventata un “sadico” esercizio di osservazione cui ha sottoposto i suoi studenti: trascorrere ben tre ore di fronte a un’opera d’arte, sforzandosi di annotare minuto dopo minuto il progressivo evolvere delle proprie percezioni e osservazioni. I risultati, pare, sono stati sorprendenti. Amplificando enormemente il tempo dedicato all’osservazione di un’opera – si calcola che in media i visitatori del Louvre non trascorrano più di 15 secondi nemmeno davanti a capolavori come la Gioconda – Roberts è riuscita a offrire ai suoi studenti un’esperienza in grado di trasmettere il raro e prezioso valore del “tempo debito”.

Nella conferenza in cui ha descritto le motivazioni e gli esiti del suo esperimento, Roberts fa riferimento alle opere d’arte considerandole “batterie temporali” la cui frequentazione aiuta a ricaricare le nostre riserve di concentrazione, attenzione e perseveranza. Questo tipo di fruizione offre un allenamento cognitivo che si estende a ogni genere di apprendimento, diventando una vera e propria competenza:

«This lesson about art, vision, and time goes far beyond art history. It serves as a master lesson in the value of critical attention, patient investigation, and skepticism about immediate surface appearances. I can think of few skills that are more important in academic or civic life in the twenty-first century».

[ illustrazione: foto di Thomas Struth ]

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APPRENDIMENTO, DIVULGAZIONE, TECNOLOGIA

Il destino di Wikipedia (e del sapere on-line?)

Wikipedia, la cui fondazione risale al 2001, ha a lungo rappresentato la più contemporanea incarnazione del progetto enciclopedico illuminista, riletto alla luce dell’aura di democratizzazione conoscitiva che internet ha portato con sé. Pensata come progetto aperto e su base volontaristica, Wikipedia ha raggiunto il suo picco di popolarità nel 2005, anno in cui la sola versione inglese del sito contava 750.000 voci. Lo sviluppo è nel corso degli anni continuato: gli articoli in inglese sono oggi più di 4 milioni, quelli italiani un milione circa.

I contributori sono l’anima di Wikipedia e dunque il fatto che dal 2007 a oggi si sia registrata una loro diminuzione di circa un terzo suona particolarmente strano. A cosa è dovuto questo calo? Per quanto possa sembrare paradossale per uno strumento digitale aperto, immediato e veloce (del resto in hawaiano “wiki” significa “rapido”), la causa del continuo esodo di contributori è l’estrema burocratizzazione del sistema di gestione dei contenuti del sito.

Il rifiuto di un approccio specialistico e la scelta di non dotarsi di una struttura gerarchica di tipo tradizionale hanno fin dall’inizio costretto i fondatori di Wikipedia a sviluppare un sistema di linee guida e strumenti di controllo estremamente complesso. Come conseguenza di queste scelte, inserire nuovi contenuti in Wikipedia è diventato tanto lento quanto faticoso; d’altro canto, vederseli cancellare da un anonimo “bot” perché non idonei risulta estremamente rapido (e frustrante).

Il calo del numero di contributori non sta a ogni modo avendo un impatto diretto sulla fruizione dello strumento. Nel corso degli anni Wikipedia ha sbaragliato la concorrenza e può oggi far conto su una stretta rete di partner software e hardware che fa sì che la maggior parte delle nostre ricerche via computer e smartphone finisca per essere indirizzata proprio a Wikipedia. Anche sul fronte economico il bilancio è molto positivo: Wikimedia Foundation è arrivata a raccogliere nell’ultimo anno ben 45 milioni di dollari per supportare l’attività del sito. A fronte di questi elementi di sicurezza, Wikipedia di sicuro continuerà a sopravvivere. Le perplessità riguardo la reale apertura dello strumento e la bontà dei suoi contenuti sono tuttavia molte. Come sintetizza un articolo del MIT Technology Review:

«Wikipedia’s community built a system and resource unique in the history of civilization. It proved a worthy, perhaps fatal, match for conventional ways of building encyclopedias. But that community also constructed barriers that deter the newcomers needed to finish the job. Perhaps it was too much to expect that a crowd of Internet strangers would truly democratize knowledge. Today’s Wikipedia, even with its middling quality and poor representation of the world’s diversity, could be the best encyclopedia we will get».

[ illustrazione: particolare di una tavola astronomica tratta dalla Cyclopaedia di Ephraim Chambers, 1728 ]

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APPRENDIMENTO, BIGDATA, TECNOLOGIA

Gordon Bell e l’arte di ricordare tutto con la tecnologia

Gordon Bell è un signore americano ottantenne. Come ingegnere elettrico e imprenditore riveste, da cinquant’anni a questa parte, un ruolo centrale nello sviluppo di tecnologie informatiche. A partire dagli anni ’90, Bell è protagonista di MyLifeBits, progetto promosso da Microsoft e orientato alla completa digitalizzazione di esperienze e memorie. L’ispirazione di MyLifeBits risale a Vannevar Bush (1890-1974), scienziato americano che in un articolo del 1945 per «The Atlantic» immaginò che in futuro potesse essere realizzato uno strumento – da lui chiamato “memex” (abbreviazione di memory expansion) – in grado di immagazzinare tutta la conoscenza raccolta da un individuo.

Come testimoniato dalla centralità di computer e smartphone nella nostra quotidianità – e  in particolare dai fenomeni big data e personal tracking –  quanto immaginato da Vannevar Bush è ormai parte del presente. Per comprenderlo, le riflessioni messe in atto da Gordon Bell nel corso dei suoi esperimenti sono estremamente utili. C’è in particolare una frase di Bell, posta in chiusura a un articolo lui dedicato dal New Yorker nel 2007, che ben esprime la sua – e forse anche nostra – tensione all’accrescimento di conoscenze tramite strumenti tecnologici:

«Your aspirations go up with every new tool. You’ve got all this content there and you want to use it, but there’s always this problem of wanting more».

A queste parole ben si relaziona un’osservazione della studiosa americana Sherry Turkle (dal testo Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri2012) riferita a un incontro con lo stesso Bell:

«One senses a new dynamic: when you depend on the computer to remember the past, you focus on whatever past is kept on the computer. And you learn to favor whatever past is easiest to find».

Il “volere di più” di cui parla Bell è alimentato dalle crescenti potenzialità delle memorie artificiali, che ci obbligano tuttavia a una scelta: a chi vogliamo attribuire la responsabilità di quel che ricordiamo, alla nostra memoria o a quella della tecnologia? Posto in questi termini, il tema non è per nulla nuovo, è anzi uno dei più antichi in assoluto. Facendo un salto indietro nel tempo fino al IV secolo a.C., nel Fedro di Platone si trovano queste considerazioni sul rapporto tra memoria e scrittura:

«Essi cesseranno di esercitarsi la memoria perché fidandosi dello scritto richiameranno le cose alla mente non più dall’interno di se stessi, ma dal di fuori, attraverso segni estranei: ciò che tu hai trovato non è una ricetta per la memoria ma per richiamare alla mente. Né tu offri vera sapienza ai tuoi scolari, ma ne dai solo l’apparenza».

[ illustrazione: fotogramma tratto dal film Tron di Steven Lisberger, 1982 ]

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APPRENDIMENTO, VIDEOGIOCHI

I videogiochi allenano al fallimento?

Nel suo The Art of Failure (2013) il ludologista Jesper Juul riflette su un aspetto poco studiato dei videogiochi – e di ogni altro gioco in generale – , vale a dire il senso di fallimento che ogni “game over” porta con sé.

In maniera diversa dalla catarsi che possono offrire opere di finzione come drammi teatrali, romanzi o film, il videogioco non lascia mai al giocatore l’opportunità di tirarsi fuori. Questo significa che quando in un videogioco si perde non è possibile agire il tipico sguardo distaccato e critico che viene assunto di fronte a un fallimento narrato. Al contrario, si è obbligati a vivere in prima persona l’intera onta legata al fallimento. Pur essendo quello del videogioco un dominio simbolico esistente solo in relazione alle sue regole, le sensazioni di sconfitta che proviamo al suo interno risultano estremamente reali.

Con riferimento al popolare tema della gamification, Juul si domanda se la logica di fallimento / successo su cui si basano i videogiochi possa servire da allenamento ai reali fallimenti della vita. Sembra difficile rispondere positivamente, perché mentre i videogiochi sono frutto di una programmazione che bilancia perfettamente sconfitte e vittorie aiutando il giocatore a trovarsi in un motivante stato di “flow”, i fallimenti della vita reale – Juul usa l’esempio della crisi finanziaria esplosa nel 2008 – sono caratterizzati da imprevedibilità e mancanza di schemi riconoscibili. Tutto ciò rende impossibile trovarsi nel flow.

Juul riflette anche sul tema dei “bias” che ci influenzano quando dobbiamo decidere a chi o a cosa attribuire la responsabilità di un fallimento. Avvicinandosi alle riflessioni sul cosiddetto locus of control reso celebre dalla psicologia del lavoro, Juul nota come il videogiocatore medio sia tanto propenso a riconoscersi i meriti di una vittoria quanto, prevedibilmente, ad attribuire a “bug” del sistema la responsabilità del proprio fallimento. Efficace è a questo proposito un esempio riportato da Juul: quando ai mondiali di calcio del 2010 la squadra americana venne eliminata dalla competizione, il «New York Post» pubblicò un articolo dal titolo “Comunque, questo gioco è stupido”.

[ illustrazione: fotogramma dal film Scott Pilgrim VS the World di Edgar Wright, 2010 ]

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APPRENDIMENTO, COMUNICAZIONE, CONCETTI, EPISTEMOLOGIA

L’egemonia logico-scientifica nel pensiero occidentale

Benché meno noto di Zenone di Elea (489 a.C. – 431 a.C.), cui sono attribuiti i celebri paradossi relativi al movimento e al pluralismo, Zenone di Cizio (333 a.C. – 263 a.C) occupa un posto di tutto rispetto nella storia del pensiero occidentale, soprattutto per quel che riguarda le nostre modalità di conoscenza e comunicazione.

Gli stoici – di cui Zenone di Cizio è considerato il capostipite – distinguevano la logica dalla retorica (o eloquenza). La prima era considerata arte della dimostrazione, la seconda della persuasione. In altri termini, laddove la logica cerca di convincere in base alle caratteristiche oggettive del discorso, la retorica lavora sulle qualità soggettive dell’oratore e sulla sua capacità di coinvolgere ed emozionare i suoi interlocutori.

Proprio a Zenone di Cizio si deve un’efficace metafora visiva in grado di rappresentare la natura di queste due arti. Si dice che Zenone, per rispondere alla domanda sulla loro differenza, usasse indicare con un pugno chiuso la logica, con una mano aperta la retorica/eloquenza. Questa immagine evoca con forza l’univocità e la definizione della logica, opposte all’apertura e alla disposizione creativa proprie della retorica.

Con un ottimo esercizio proiettivo, lo studioso di management Pasquale Gagliardi (nella sua raccolta di saggi del 2001 intitolata Il gusto dell’organizzazione) riconduce al prevalere del “pugno chiuso” la progressiva affermazione del pensiero scientifico nella cultura occidentale:

«A partire da Newton, i saggi furono sempre più identificati con gli scienziati e le loro affermazioni dovevano essere il risultato di fredde osservazioni, prive di qualsiasi stratagemma stilistico e spogliate del fascino dell’immaginazione. La modernità ha così ereditato dalla rivoluzione scientifica del diciottesimo secolo un pugno chiuso – o almeno l’idea della superiorità del pugno chiuso sulla mano aperta».

[ illustrazione: particolare dalla Scuola di Atene (1509-1510) di Raffaello – Zenone di Cizio è l’uomo anziano con la barba nell’angolo in alto a sinistra ]

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