ARCHITETTURA, BENI CULTURALI, CITTÀ, CULTURA, LETTERATURA, METAFORE

La Sicilia di Vittorini, simbolo di bellezza civile

Pubblicato postumo da Einaudi nel 1969, Le città del Mondo è l’ultimo scritto di Elio Vittorini (1908-1966). Frutto di una stesura frammentaria che si rispecchia nella forma in cui è stato successivamente edito, il romanzo costruisce – come ebbe a definirla Leonardo Sciascia – una “carta della Sicilia da completare a memoria”. Al preciso tratteggio del riferimento toponomastico si sovrappongono in stretto intreccio le vicende di personaggi così rarefatti da diventare simbolici, conferendo all’opera un senso “mitico” che ne rappresenta la principale fonte di interesse e fascino.

Come notato dallo studioso di urbanistica Giancarlo Consonni nel suo La bellezza civile (2013), Vittorini scrive negli anni in cui in Italia si vede sorgere un particolare interesse per il patrimonio artistico e per i centri storici. Come riferimento di contesto, è utile ricordare che la “Commissione Franceschini” per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggio operò fra il 1964 e il 1967.

Il percorso attraverso le città della Sicilia compiuto dai personaggi del libro diventa dunque paradigma di un’attenzione, nuova e insieme antica, al rapporto fra bellezza di un luogo e felicità dei suoi abitanti. Risulta a questo proposito splendido uno dei dialoghi fra i pastori protagonisti del libro:

«Ha belle strade e belle piazze in cui passeggiare, ha magnifici abbeveratoi per abbeverarvi le bestie, ha belle case per tornarvi la sera, e ha tutto il resto che ha, ed è bella gente. Tu lo dici ogni volta che entriamo a Nicosia. Ma che bella gente! È lo stesso ogni volta che entriamo a Enna. Ma che bella gente! Lo stesso ogni volta che entriamo a Ragusa. Ma che bella gente! E se incontriamo un uomo vecchio tu dici ma che bel vecchio. Se incontriamo una donna giovane tu ti volti e dici ma che bella giovane. Vorresti negarlo? Tu dici che dev’essere per l’aria buona, ma più la città è bella e più la gente è bella come se l’aria vi fosse più buona».

[ illustrazione: Ferdinando Scianna, Capizzi, 1982 ]

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BIGDATA, LAVORO, LETTERATURA, SOCIETÀ, TECNOLOGIA

“Il cerchio” di Dave Eggers e il pericoloso potere dei dati

«But my point is, what if we all behaved as if we were being watched? It would lead to a more moral way of life. Who would do something unethical or immoral or illegal if they were being watched?»

Così si esprime uno dei personaggi principali di Il cerchio (2013) di Dave Eggers. Pur non contraddistinto da grande valore letterario, il romanzo rappresenta una puntuale riflessione sulla direzione in cui lo sviluppo delle tecnologie “social” ci sta conducendo, sia dal punto di vista della creazione di monopoli economici (su tutti: Google e Facebook) che da quello della tutela della privacy. Quanto Eggers descrive nel suo libro ha ben poco di fantascientifico e potrebbe tranquillamente realizzarsi nel giro di pochi anni.

Un sotto-tema che emerge con forza dal testo è quello dei “big data”, intesi tanto come strumento di personal tracking quanto come risorsa economica a disposizione dei colossi informatici. Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto, l’enorme potere delle informazioni aggregate rappresenta un inedito strumento di controllo che si sta progressivamente concentrando nelle mani di pochi decisori. Le riflessioni di Eggers qui si avvicinano molto a quelle di uno dei più attenti osservatori dei fenomeni mediatici, cioè Evgeny Morozov.

Sul fronte dell’impatto dei social media sugli individui, Eggers si allinea con quanti sostengono che la tensione a controllare e rendere pubblico praticamente ogni aspetto della propria vita rischi di condurre a pericolose derive dei rapporti sociali e a nuove psicopatologie. Un interessante spunto su questo tema ha a che fare con i cambiamenti delle modalità lavorative: se quasi venti anni fa Jeremy Rifkin parlava di La fine del lavoro (1995), quanto The Circle preconizza è un abbattimento delle barriere tra vita lavorativa e privata in cui la spettacolarizzazione e pubblicità di entrambe le sfere diventa un potentissimo driver di “conversioni economiche” all’interno di qualsiasi momento dell’esistenza.

[ illustrazione: particolare dalla copertina di The Circle di Dave Eggers ]

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COMPLESSITÀ, LETTERATURA, STORIE

La forza poietica della narrazione

Montauk (1975) di Max Frisch (1911-1991) è un esempio di letteratura autobiografica che riesce, grazie all’universalità della narrazione e al lavoro sullo stile, a costruire un perfetto incastro tra vita e romanzo, facendo spesso dimenticare al lettore il confine fra i due mondi. Quel che colpisce particolarmente è che la compenetrazione tra finzione e realtà è in queste pagine così forte da essere riuscita a influenzare la successiva vita dello stesso Frisch.

Non ci vuole molto per scoprire che dietro il nome della protagonista Lynn si nasconde quello di Alice Locke-Carey, assistente editoriale effettivamente conosciuta da Frisch durante un week-end trascorso a New York nel 1974. A riprova del fatto che la narrazione può mescolarsi alla realtà, i resoconti d’epoca raccontano che in seguito al primo incontro i due persero contatto e che in un successivo tour americano Frisch cercò inutilmente di mettersi sulle tracce di Alice. Fu quest’ultima, dopo la pubblicazione della traduzione americana di Montauk nel 1976, a riprendere contatto con lo scrittore. In seguito i due vissero insieme per alcuni anni, fra New York e Berzona. Mai come in questo caso, lo strumento della narrazione si rivela in grado di incidere sullo sviluppo di reali percorsi di vita.

[ illustrazione: ritratto di Renate von Mangoldt ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, LETTERATURA, LIBRI

Leggere in digitale: quali novità?

All’interno del dibattito riguardo vita, morte e risurrezione del libro, un aspetto sembra continuare a sfuggire: la dimensione antropologica della lettura. Parlando di come trasmettiamo conoscenza e narriamo storie in forma scritta, ci si continua a focalizzare sulla smaterializzazione dell’oggetto libro favorita da internet, senza indagare con cura le nuove modalità di lettura introdotte dal medium digitale.

In termini di fruizione individuale e sociale, l’esperienza della lettura resta oggi sorprendentemente simile a quella che poteva vivere chi nel 1455 avesse ordinato una copia della Bibbia stampata da Johann Gutenberg. A conti fatti, i più efficaci “e-book reader” sono quelli che cercano di somigliare maggiormente a un libro tradizionale riproducendone la natura di oggetto monofunzionale (a differenza dei tablet, sui cui si naviga, si gioca o più genericamente ci si intrattiene).

Quanto ai tentativi di rendere il libro più tecnologico e “social”, un curioso articolo del «New York Times» si cimenta nello stilare un elenco. Il tratto comune di questi esperimenti sembra essere soprattutto quello di mettere in pratica le opportunità che la tecnologia oggi offre, e non tanto quello di rispondere alle esigenze dei lettori. E i risultati sono, nella maggior parte dei casi, fallimentari.

Il tema che pare più rilevante per il futuro della lettura è quello della progressiva frammentazione delle porzioni di testo che siamo in grado di “digerire” continuativamente. Senza dubbio, la gran mole di dati e la velocità di distribuzione di internet – nonché strumenti di scrittura e lettura “minimalista” come Twitter – hanno influito pesantemente su questo aspetto. Ma, anche in questo caso: rendere disponibili i contenuti di libri in forma più leggera e di rapida assimilazione non risale forse a esperimenti ormai vecchi di quasi cent’anni come il Reader’s Digest?

[ illustrazione: foto di Henri Cartier-Bresson ]

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CONCETTI, CREATIVITÀ, DIVULGAZIONE, LETTERATURA, MANAGEMENT, PAROLE, TEORIE

Il declino della “creative class”

Un articolo di Thomas Frank fa il punto sulla “moda” della creatività e dell’innovazione. Fenomeno non esattamente recente, dato che le sue origini possono essere rintracciate nei primi testi dedicati al tema da Edward De Bono negli anni ’70. E tuttavia ancora in gran voga, come testimoniato da recenti exploit mediatici come quelli dei TED Talk o dai libri di autori “guru” della creatività e dell’innovazione, quali Steven Johnson o Jonah Lehrer (entrambi citati da Frank).

L’aspetto più puntuale e al tempo stesso crudo della critica di Frank riguarda l’autoreferenzialità dei sedicenti esperti di creatività, che altro non farebbero se non continuare a citare e ri-citare esempi e casi studio a volte vecchi ormai di trent’anni (su tutti il celeberrimo caso dell’invenzione dei foglietti adesivi Post-it). Ecco dunque il paradosso: lungi dall’aprire nuovi orizzonti, la divulgazione della creatività è quanto di più conservatore, autoindulgente e conformista possa esistere.

Ma Frank si spinge oltre: partendo dal titolo di uno dei testi più famosi della recente – non recentissima, in questo caso – letteratura sulla creatività, cioè The Rise of the Creative Class (2002) di Richard Florida, nota come sia proprio l’uso dell’espressione “classe creativa” a spiegare la diffusione e il successo dell’intero fenomeno della creatività. I sui paladini non sono, come si vorrebbe propagandare, coloro i quali la esercitano quotidianamente in maniera tacita ed efficace; a farsene portabandiera  è piuttosto una certa classe professionale e manageriale che si fa vanto di considerare innovazione e creatività proprio patrimonio intellettuale. La letteratura sul tema si manifesta a conti fatti come un vulgata della superstizione, vale a dire una raccolta di testi autocelebrativi in cui le persone giuste giungono sempre a produrre le invenzioni giuste al momento giusto.

La stringente argomentazione di Frank si conclude con una citazione dal celebre testo Flow (1996) dello psicologo Mihaly Csikszentmihalyi:

«Innovation, that is, exists only when the correctly credentialed hivemind agrees that it does. And without such a response, van Gogh would have remained what he was, a disturbed man who painted strange canvases».

Quel che riconosce e legittima la creatività è esattamente ciò contro cui essa dovrebbe lottare, cioè la rassicurante e conforme approvazione messa in atto dell’audience professional-manageriale che di essa si è appropriata.

[ illustrazione: fotogramma dal film They Live (1988) di John Carpenter ]

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COMUNICAZIONE, LETTERATURA, PERCEZIONE, RAPPRESENTAZIONE

Il realismo come rottura dello stereotipo

Il realismo è l’impossibile (2013) di Walter Siti è un libriccino che parla di realismo narrativo, in letteratura e più in generale nelle arti. Non è da intendersi come opera esclusivamente per addetti ai lavori, in quanto contiene alcune utili riflessioni sul tema delle abitudini cognitive, dell’attenzione al dettaglio e dell’uso di stereotipi.

Quanto al realismo, Siti mostra come la classica metafora dello specchio – mirata a intendere una narrazione come simulacro del reale – sia ingannevole: il realismo è una anti-abitudine, una trasgressione di codici e stereotipi assodati che permette l’emergere di qualcosa che rompe l’usuale (che è poi l’archetipo della finzione). Quindi è bene fare molta attenzione quando si descrive qualcosa usando categorie come “oggettivo” o “normale”.

Il tema dei dettagli e della loro significanza è cruciale per un approccio che potrebbe dirsi “sistemico” alla narrazione (e prima ancora alla percezione). Il dettaglio è sempre inserito in un contesto e il suo rimandare ad altro costruisce una catena di senso che è leggibile a partire da – e con – ogni suo elemento. Un po’ come ribadire che l’interpretazione di un fenomeno non può mai prescindere dallo spazio da cui esso emerge.

Sul tema degli stereotipi, che ovviamente sono acerrimi nemici del realismo, Siti parla di se stesso e confessa di  farvi ricorso nella scrittura in casi di mancata documentazione (su un tema, un contesto sociale o un luogo). Questo accade, per ammissione dello scrittore, per pigrizia o paura. Non può forse dirsi che siano proprio queste le cause dell’adagiarsi su stereotipi anche in qualsiasi altro contesto?

[ illustrazione: fotogramma da Reality (2012) di Matteo Garrone ]

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APPRENDIMENTO, LETTERATURA, MANAGEMENT

Sulla rivalutazione funzionalista della letteratura

Alcuni recenti studi hanno messo in luce un nuovo, pragmatico interesse per la letteratura. Leggere romanzi costituirebbe un aiuto allo sviluppo di skill relazionali e competenze manageriali soft. Perché dunque non inserire nella lista delle letture, fra gli ultimi best seller del marketing, un bel “classico”?

Questa riscoperta merita di essere esaminata con calma e senza farsi prendere da facili entusiasmi, soprattutto in tempi di crisi editoriali e di continui cali della lettura (non scordiamo che un italiano su due non legge neppure un libro all’anno e che per “lettore forte” si intende chi arriva appena a dodici, uno al mese). È quello che fa il ««New Yorker», notando come il punto chiave della rivalutazione funzionalista della letteratura sia riconducibile a una categoria fondamentale dell’etica lavorativa di stampo americano: i risultati. È infatti solo nel momento in cui la letteratura viene riconosciuta in grado di portare a un risultato misurabile – cioè allo sviluppo delle sopra dette skill relazionali – che essa viene ammessa nell’empireo del pragmatismo organizzativo.

Nessuna rivincita dell’umanesimo, quindi. Al contrario, un monito a vigilare perché l’asettico mondo delle “competenze” e delle “skill” non riduca l’esperienza della lettura a mera acquisizione di risultati misurabili. La letteratura è un ricchissimo strumento per la vita e dunque anche per il lavoro, a patto di non trattarla come un corso di aggiornamento su Excel.

[ illustrazione: foto di André Kertész dal volume On Reading, 1971 ]

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LAVORO, LETTERATURA, SOCIETÀ

Il paternalismo organizzativo secondo Goffredo Parise

Nel romanzo di Goffredo Parise Il padrone (1964), grottesco bozzetto del paternalismo organizzativo, i due termini più ricorrenti sono “possesso” e “morale”. Sull’irrisolto rapporto tra essi si costruisce il percorso di assimilazione del protagonista all’identità aziendale, fondamentalmente corrispondente, come il titolo del libro chiaramente indica, con quella del padrone.

Il percorso del giovane protagonista, punteggiato da personaggi con nomi da fumetto, malattie di origine nervosa e punizioni corporali, è di allontanamento dalla realtà e progressiva spersonalizzazione. La forza simbolica dell’ideologia aziendale è talmente prepotente da scardinare in un battibaleno il pur concreto passato del protagonista, fatto di famiglia, affetti e ricordi che vengono sostituiti in toto dall’astrazione organizzativa. In uno dei passaggi centrali del testo, il quasi mistico inabissarsi nell’uniformità aziendale viene descritto da queste parole del protagonista:

«C’è in questa sensazione di spersonalizzazione e di anonimia qualche cosa di naturale e di religioso, la stessa inconsapevole ebbrezza che devono provare le formiche quando si aggirano frenetiche in lunghe file, una di andata e una di ritorno, dalla tana al luogo del cibo. Mi sento come una di quelle formiche e proprio come una formica sarei tentato di salutare tutti, di riconoscermi negli altri, e così vorrei che gli altri facessero con me. Credo che anche le religioni accomunino in questo modo gli uomini ma non c’è paragone tra la religiosità che respira nelle chiese e quella che sprigiona invece dai grandi agglomerati urbani, soprattutto dalle ditte, dalle officine e, in generale, dai luoghi dove si lavora. Perché la prima è una religiosità che si rivolge sempre alla morte, cioè a qualcosa di immobile e anche astratto, la seconda invece appartiene alla vita e alla realtà».

[ illustrazione: ritratto di Alfried Krupp, Arnold Newman – 1963 ]

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LAVORO, LETTERATURA, SOCIETÀ

La schiuma dei giorni e la società dei consumi

Un’intensa e tristissima storia d’amore; un’acuminata quanto ironica critica della società: questo è La schiuma dei giorni (1946) di Boris Vian. Alcune delle più riuscite riflessioni sociologiche offerte da questo romanzo sono quelle rivolte al mondo del lavoro. Se già nelle righe poste in esergo al testo Vian nota come le uniche due cose che davvero contano nella vita siano l’amore e la musica (jazz, fondamentalmente) e non certo il lavoro, le peripezie del protagonista Colin prendono le mosse dal totale rifiuto del lavoro e culminano con la sofferta scelta di affrontarlo per poter prestare le dovute cure all’amata Chloe, afflitta da una rara malattia.

In un dialogo contenuto nella prima parte del testo, Vian fa dire a Colin quanto segue:

«Non è colpa loro. Tutto dipende dal fatto che gli hanno detto: “Il lavoro è sacro, è bello, è buono, è la cosa più importante, e solo chi lavora ha tutti i diritti”. Poi però si fa il possibile per farli lavorare continuamente, così che loro non hanno il tempo di far valere i propri diritti».

A questa pessimistica lettura della consapevolezza del lavoratore medio (e del ruolo paternalistico e coercitivo del sistema lavorativo nel suo complesso) fa eco la parabola di un altro personaggio del libro, Chic. Questi è ingegnere, lavora svogliatamente in una fabbrica da cui verrà cacciato a causa di una divorante passione per gli scritti del letterato Jean-Sol Partre (esplicita moquerie del culto che all’epoca del libro circondava il filosofo Jean-Paul Sartre). Il cieco fanatismo che porta Chic ad acquistare ogni produzione di Partre è metafora della deriva consumistica della cultura che Vian mette sotto accusa con grande anticipo rispetto alla pubblicazione di opere “serie” come La società dei consumi. I suoi miti e le sue strutture (1970) del sociologo Jean Baudrillard.

[ illustrazione: fotogramma dal film di Michel Gondry L’ecume des jours (2013) ]

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CINEMA, COLORI, LETTERATURA, SOCIETÀ

Il rosa è un colore femminile?

Le ultime pagine del romanzo di Francis Scott Fitzgerald Il grande Gatsby (1925) contengono un curioso dialogo che riguarda il colore del vestito del protagonista. Gatsby indossa un completo rosa e il suo antagonista Buchanan sottolinea questa scelta cromatica con disprezzo. Per un lettore di oggi, la situazione è ambigua: perché Buchanan critica il rosa di Gatsby? Nessuna delle due versioni cinematografiche del romanzo (1974 e 2013) aiuta a svelare il mistero. E chi pensa che Buchanan voglia deridere una scelta poco mascolina fatta da Gatsby, si sbaglia di grosso. Ecco la verità: negli anni ’20 e ’30 vestire di rosa era considerato perfettamente virile, ma questo colore era associato alle classi sociali più basse. Buchanan intende dunque mettere alla berlina le origini di Gatsby, smascherando tutte le sue menzogne.

Questo esempio mostra quanto l’interpretazione di un colore possa essere soggetta a mutamenti legati a diverse epoche e contesti culturali. Un articolo del «The Atlantic» ricostruisce un’articolata storia del legame tra rosa e vestiario, dal XVIII secolo a oggi. Se, come già notato, il rosa è considerato colore maschile fino agli anni ’30, in realtà esso porta con sé soprattutto una connotazione di salute e giovinezza. Era dunque normale vederlo indossato da bambini, giovani uomini e donne, ma non da persone anziane. Rispetto ai più piccolo, in queste epoche la scelta dei colori era intesa più per differenziare gli infanti dagli adulti che non per distinguere i due sessi. I classici rosa e azzurro erano quindi entrambi legati ai bambini, ma in modo perfettamente interscambiabile rispetto al loro sesso. I primi segnali di differenziazione in questo senso nascono verso la fine dell’Ottocento, sulla spinta delle teorie sullo sviluppo infantile di Freud. Parallelamente, in un romanzo come Piccole donne (1880) di Louisa May Alcott si attribuisce a un’usanza francese la preferenza del rosa per le bambine.

È solo dopo la metà del Novecento che si arriva ad associare il rosa prettamente con la femminilità, in relazione a una conformità di codici – non solo vestiari – messa in atto a partire dagli anni ’50. Quel che segue nella seconda metà del XX secolo è uno spostamento verso una lettura “unisex” dell’abbigliamento dei bambini – coincidente con la fine degli anni ’70 – che ha poi condotto, probabilmente per semplice reazione, al ritorno “tradizionalista” che oggi viviamo.

Questa breve storia dell’abbigliamento rosa aiuta a comprendere quanto molte usanze che si sembrano date, immutabili o perfino naturali siano in realtà del tutto dipendenti da un’interpretazione culturale legata a un ambiente e a un momento storico. Quanto vale per il rosa è applicabile a moltissime altri apparenti “dati di fatto” della vita personale e lavorativa.

[ illustrazione: fotogramma dal film Il Grande Gatsby di Baz Luhrmann, 2013 ]

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