CITTÀ, COMPLESSITÀ, CONCETTI, LAVORO

La “manhattanizzazione” come frattura del benessere urbano

Il sostantivo “Manhattanization” è difficilmente traducibile in italiano ma compare sul vocabolario anglo/americano come neologismo dal significato ben preciso: trasformare l’apparenza e il carattere di una città costruendovi un denso agglomerato di grattacieli. Questo significato – con evidente riferimento al ricco distretto newyorkese di Manhattan – ha preso piede negli anni ’60-70, periodo durante il quale la città di San Francisco è stata criticamente descritta come in preda a un aggressivo processo di urbanizzazione, detto anche “manhattanizzazione”.

Il termine è oggi usato – almeno secondo il «New Yorker» – con una nuova funzione, cioè quella di stigmatizzare la trasformazione di una città in mero “campo gioco” per le classi abbienti. Il riferimento è di nuovo Manhattan, ora intesa come esempio negativo di concentrazione del benessere urbano (circa il 39% della ricchezza cittadina coincide conl’1% dei residenti). Altre città americane, fra cui Boston e di nuovo San Francisco, stanno andando incontro a questo tipo di trasformazione sociale influenzata dalle élite lavorative.

Le disuguaglianze del territorio newyorkese sono state descritte anche dal concetto di “città duale” (dual city), elaborato dalla sociologa Saskia Sassen nei primi anni ’90 per mettere in luce come la polarizzazione relativa al reddito cittadino sia stata causata dall’allontanamento dalle attività manifatturiere e dalla correlata “scomparsa” della classe media. Interpretata in questo senso, la “manhattanizzazione” risulta un fenomeno di proporzioni globali.

[ illustrazione: foto di Manhattan realizzata da Jack Delano, 1941 ]

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LAVORO, LETTERATURA, SOCIETÀ

La schiuma dei giorni e la società dei consumi

Un’intensa e tristissima storia d’amore; un’acuminata quanto ironica critica della società: questo è La schiuma dei giorni (1946) di Boris Vian. Alcune delle più riuscite riflessioni sociologiche offerte da questo romanzo sono quelle rivolte al mondo del lavoro. Se già nelle righe poste in esergo al testo Vian nota come le uniche due cose che davvero contano nella vita siano l’amore e la musica (jazz, fondamentalmente) e non certo il lavoro, le peripezie del protagonista Colin prendono le mosse dal totale rifiuto del lavoro e culminano con la sofferta scelta di affrontarlo per poter prestare le dovute cure all’amata Chloe, afflitta da una rara malattia.

In un dialogo contenuto nella prima parte del testo, Vian fa dire a Colin quanto segue:

«Non è colpa loro. Tutto dipende dal fatto che gli hanno detto: “Il lavoro è sacro, è bello, è buono, è la cosa più importante, e solo chi lavora ha tutti i diritti”. Poi però si fa il possibile per farli lavorare continuamente, così che loro non hanno il tempo di far valere i propri diritti».

A questa pessimistica lettura della consapevolezza del lavoratore medio (e del ruolo paternalistico e coercitivo del sistema lavorativo nel suo complesso) fa eco la parabola di un altro personaggio del libro, Chic. Questi è ingegnere, lavora svogliatamente in una fabbrica da cui verrà cacciato a causa di una divorante passione per gli scritti del letterato Jean-Sol Partre (esplicita moquerie del culto che all’epoca del libro circondava il filosofo Jean-Paul Sartre). Il cieco fanatismo che porta Chic ad acquistare ogni produzione di Partre è metafora della deriva consumistica della cultura che Vian mette sotto accusa con grande anticipo rispetto alla pubblicazione di opere “serie” come La società dei consumi. I suoi miti e le sue strutture (1970) del sociologo Jean Baudrillard.

[ illustrazione: fotogramma dal film di Michel Gondry L’ecume des jours (2013) ]

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LAVORO, MANAGEMENT, PERCEZIONE, SCIENZA, TEORIE

Cervello e lavoro: ecco le ultime novità dalle neuroscienze

Un articolo del Wall Street Journal anticipa la probabile nuova “moda” in tema di studi sul cervello. Il suo assunto di base intende scardinare una delle teorie di maggiore successo in questo campo, quella delle differenze tra pensiero logico e intuitivo attribuite a emisfero sinistro e destro del cervello. Si tratta di una tesi popolare e longeva, nata da esperimenti condotti negli anni ’50 e ’60 dal neuropsicologo americano Roger Sperry (1913-1994). Quel che oggi sostengono gli esperti di neuroscienze è che considerare i due emisferi separatamente sarebbe in realtà artificioso, dato che il cervello lavora in maniera integrata. Ma c’è di più: molto più utile che leggere il cervello in termini di destra/sinistra parrebbe sia distinguere tra la sua parte superiore e quella inferiore.

Secondo gli studiosi Stephen Kosslyn e Wayne Miller, autori del testo Top Brain, Bottom Brain: Surprising Insights into How You Think (2013), il cervello “superiore” parte dalla raccolta di informazioni di contesto per pianificare, generare aspettative e mettere in atto verifiche di quanto accade. La parte “inferiore” lavora invece su una logica ancorata a precedenti esperienze e memorie, usate come chiave interpretativa di quanto recepito dall’esterno. Il lavoro delle due parti di cervello è costantemente simultaneo, tuttavia esse possono essere chiamate in causa dal loro proprietario con diversi gradi di coinvolgimento, che generano quattro casistiche e dunque altrettanti profili di condotta: “mover”, “perceiver”, “stimulator”, “adaptor”.

Il profilo “mover” attiva paritariamente cervello superiore e inferiore. Il risultato è una forte abilità sia nel pianificare che nel gestire le conseguenze di quanto progettato. In termini lavorativi, questo profilo viene presentato come quello dei grandi leader. Il “perceiver” è invece un ottimo membro di team: usa la parte inferiore del cervello più di quella superiore, dando prova di grande empatia. Passando alla persona “stimulator”, questa chiama in causa maggiormente la parte superiore del cervello, producendo grandi piani che tuttavia non tengono sufficientemente conto delle loro conseguenze. Il profilo “adaptor”, infine, non richiede stimoli opzionali a nessuna delle due parti di cervello, conformandosi come quello di chi segue soprattutto le spinte del momento. Questo corrisponde – almeno secondo gli autori del testo – a un ruolo lavorativo “backbone”, vale a dire prevalentemente esecutivo.

Solo il tempo potrà dire se gli studi di Kosslyn e Miller otterranno un successo paragonabile a quello della teoria degli emisferi destro e sinistro. Nel frattempo, utile essere aggiornati rispetto a l’ultima neuro-moda.

[ illustrazione: particolare dal fumetto Brian the Brain ]

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INDUSTRIA, LAVORO, MARKETING

Marketing all’indiana: da cheap a cool, è una questione di percezione culturale

La Nano è un modello di vettura introdotto sul mercato nel 2009 dall’indiana Tata con un obiettivo molto chiaro: essere l’auto più economica sul mercato. Con un prezzo di circa 2000$, la Nano si è rivolta alla classe media indiana con l’intento di aiutarla a emanciparsi dal caotico – e pericoloso – trasporto su due ruote grazie a un veicolo semplice, sicuro ed economico. Questa strategia austera e low-profile non ha tuttavia sortito gli effetti desiderati.

In base a quanto ricostruito da un articolo del Wall Street Journal, Tata ha investito circa 400 milioni di dollari per progettare la Nano e almeno altri 200 per sostenerne la produzione agli alti ritmi di 20000 unità al mese. A fronte di questo investimento, Tata vende circa 2500 Nano al mese. Il contrasto tra unità prodotte e vendute ha comportato la messa agli atti, a fine 2013, di un -40% di introiti rispetto all’anno precedente. Interessante affiancare a questi dati quelli relativi alla vendita di auto Jaguar (marchio acquisito da Tata nel Regno Unito): nell’agosto 2013 sono state vendute tante Jaguar XF quante Nano. Con una significativa differenza: con un prezzo base di circa 47000$, una XF costa quanto 19 Nano.

Al di là delle cifre, l’aspetto centrale del “flop” della Nano può essere messo in luce abbozzando un’analisi antropologica dei suoi presunti destinatari. Alla middle class indiana non è piaciuto sentirsi rappresentata da un’auto “povera” che costa quanto un tuk tuk e ha un’apparenza a dir poco ordinaria. Le ambizioni di crescita e riconoscimento globale di una classe media che cerca di spiccare un balzo fuori dalla povertà vanno ben oltre.

Tata pare averlo compreso. Oggi il claim che campeggia nel sito web della Nano è “celebrate awesomeness”, slogan che introduce una vettura che raggiunge il costo di 3500$ circa e presenta un make-up del suo esterno e interno, oltre a nuove ruote e a un potente impianto stereo. Tutto questo per rendere l’auto più attrattiva per un pubblico under 35 in cerca di un’affermazione di status. Mutare la percezione del veicolo da “cheap” a “cool” non sarà tuttavia semplice. Come nota con saggezza Ankush Arora, responsabile della gamma dei veicoli per passeggeri Tata:

«Perceptions are hard to change overnight. It’s going to take us a while».

[ illustrazione: Paperino e la sua 313 – © Disney Company ]

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LAVORO

L’influenza del clima sull’umore e la produttività

Che esista una stretta relazione tra condizioni climatiche e umore, in grado di influire anche su lucidità e produttività, è cosa nota. Un articolo del New Yorker fa il punto della situazione.

Anzitutto, tra temperature estive e buon umore esiste un’effettiva correlazione. Questa non è tuttavia assoluta, ma relativa, il che significa che chi vive in California non è in generale più felice di un cittadino del Nebraska. Entrambi, tuttavia, saranno mediamente più di buono spirito con l’approssimarsi del solstizio estivo e l’allungarsi delle giornate.

In tema di umore, estate e caldo ci rendono in genere più felici, ma questo non gioca necessariamente a vantaggio delle nostre capacità cognitive. Il troppo caldo annebbia le capacità di ragionamento, rendendo le persone più esposte a tranelli cognitivi e opere di persuasione più o meno occulta. In queste condizioni, inoltre, le persone agiscono seguendo l’impulso di “scorciatoie mentali” piuttosto che mettendo in pratica un pensiero analitico. Al contrario, le giornate nuvolose, piovose, fredde e uggiose acuiscono la nostra capacità critica e di giudizio. Questo influisce anche anche su una motivazione lavorativa che potrebbe definirsi “fisiologica”: pare che nelle giornate di cattivo tempo le persone siano in media disposte a passare in ufficio circa mezz’ora in più rispetto a quelle di sole.

[ illustrazione: Couple Showering at the Copacabana Beach, Martin Parr – 2007 ]

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ARCHITETTURA, LAVORO, TECNOLOGIA, UFFICI

Alle origini dell’open space: il Larkin Building

Il Larkin Administrative Building venne edificato nel 1906 a Buffalo (stato di New York) su progetto di Frank Lloyd Wright (1867-1959). L’edificio – dalla struttura introversa a cinque piani – nacque di fianco alla fabbrica di saponi fondata da John Larkin (1845-1926) per assumerne il ruolo di quartier generale amministrativo, con una particolare focalizzazione sui sistemi di mail-order rispetto ai quali l’azienda rivestì un ruolo pionieristico.

Si trattò di un edificio per molti versi rivoluzionario, completamente a prova di incendio e dotato di un tecnologico impianto di aria condizionata. L’innovazione dell’edificio riguardò anche il suo dichiarato valore simbolico rispetto all’etica del lavoro. Sui parapetti delle sue gallerie erano incisi trittici di parole quali: “generosity altruism sacrifice; integrity loyalty fidelity; imagination judgement initiative; intelligence enthusiasm control; co-operation economy industry”.

L’aspetto più interessante del Larkin Administrative Building, nonché dell’organizzazione del lavoro da esso ospitata, fu l’eliminazione del concetto di stanza privata in favore di un’ottica di “open space” decisamente all’avanguardia. La valenza del progetto messo in atto da Wright fu, ancor prima che architettonica, ideologica. Come nota in proposito Imma Forino nel suo eccellente testo Uffici. Interni arredi oggetti (2011):

«La stanza non ha più senso: cristallizzerebbe le persone in assetti senza via d’uscita, limiterebbe l’autentico scambio, visualizzerebbe con evidenza i rapporti di subordinazione. Se libero, lo sguardo deve invece poter riandare al cielo, sotto la cui comune ala ogni impiegato può sentirsi a proprio agio con il datore di lavoro».

Durante gli anni ’40 l’azienda Larkin subì una progressiva decadenza che portò anche, nel 1950, alla demolizione del proprio edificio amministrativo.

[ illustrazione: esterno e interni del Larkin Administrative Building nel 1906 ]

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ARCHITETTURA, LAVORO

Architettura e lavoro: mettere alla prova la forma

Vitra è un’azienda svizzera produttrice di mobili e oggetti di design con sede a Weil am Rhein, a poca distanza da Basilea. In seguito a un incendio verificatosi nel 1981, l’azienda ha coinvolto una serie di celebri architetti nella riprogettazione della propria fabbrica e di alcuni edifici correlati che hanno ridefinito l’estetica del “campus” Vitra.

Fra gli architetti e i progettisti coinvolti spiccano i nomi di Frank Gehry, Buckminster Fuller, Claes Oldenburg & Coosje van Bruggen, Renzo Piano, Zaha Hadid. Quest’ultima, nota in Italia soprattutto per l’edificio che ospita il MAXXI di Roma, ricevette nel 1993 l’incarico di progettare un edificio dalla funzionalità particolare, cioè una caserma dei pompieri.

Benché la “fire station” sia considerata il primo successo architettonico di Hadid – nonché una delle opere più significative del “decostruttivismo” – il suo effettivo utilizzo da parte dei pompieri si è rivelato alquanto problematico. Costruita principalmente in calcestruzzo e caratterizzata da superfici accuminate e significative inclinazioni strutturali, la struttura venne ben presto considerata dai pompieri un ostacolo alle loro attività più basilari, tanto da convincerli a tornare in una precedente sede. Riconvertita a una funziona civile, la struttura ospita oggi il Design Museum di Vitra.

[ illustrazione: Christian Richter ]

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LAVORO, LETTERATURA, SOCIETÀ

Distopia e taylorismo in “Noi” di Evgenij Zamjatin

Nell’ampio filone della letteratura distopica un posto importante è occupato, al fianco dei celebri Mondo nuovo (Aldous Huxley, 1932), 1984 (George Orwell, 1948) e Fahrenheit 451 (Ray Bradbury, 1953), da un testo poco conosciuto ma non meno importante: Noi, opera del 1921 dello scrittore russo Evgenij Zamjatin (1884-1937).

Il contesto storico e sociale da cui emerge l’anti-utopia di Zamjatin è quello della dittatura stalinista, da lui trasposta in romanzo come un’organizzazione sociale in cui l’oppressione della libertà individuale agita dalla collettività spersonalizzata del “noi” giunge alla sua esasperazione tramite la totale negazione di ogni moto di libero pensiero.

Zamjatin – che di formazione era ingegnere – riconduce la disciplina meccanica e priva di emozioni del regime che descrive niente meno che ai precetti di Frederick Winslow Taylor (1856-1915), facendo di Noi uno dei primi esempi di letteratura esplicitamente critica dei confronti dello Scientific Management e dunque dell’ideologia dell’organizzazione moderna del lavoro nel suo complesso.

Uno dei passaggi chiave del romanzo contiene la descrizione, pubblicata sul “Giornale di Stato” che è organo del regime oppressivo, di un’operazione in grado di rendere felici eliminando il principale nemico della razionalità, cioè la fantasia:

«La bellezza di un meccanismo sta nel suo ritmo incessante ed esatto, simile a quello di un pendolo. Ma voi, allevati fin dall’infanzia al sistema di Taylor, non siete forse diventati esatti come un pendolo? Il fatto è che: un meccanismo è privo di fantasia! […] La colpa non è vostra, siete afflitti da una malattia il cui nome è: fantasia. È un verme che solca la fronte di righe scure. È una febbre che vi spinge a correre sempre oltre, sebbene questo “oltre” inizi là, dove termina la felicità. È l’ultima barricata sulla via che conduce alla felicità. Ma rallegratevi: essa è già stata fatta saltare! La via è sgombra! L’ultima scoperta della Scienza di Stato è la sede della fantasia […]. Una volta che il suddetto plesso venga bombardato a tre riprese con i raggi x, la fantasia non vi affliggerà più. Per sempre! Sarete perfetti, equivarrete a delle macchine, la via che conduce al 100% della felicità è sgombra».

[ illustrazione: particolare della copertina di Noi dall’edizione Garzanti del 1972 ]

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CINEMA, LAVORO

Il lavoro nel cinema americano, anni ’90 e 2000

The Company Men (John Wells, 2010) è il film simbolo della crisi del capitalismo finanziario. Meccanico, privo di ironia e ancora pienamente legato ai valori del “sogno americano”, racconta una parabola di caduta e redenzione molto diversa da quelle descritte – con ben altra scrittura cinematografica e diverse finalità – dal francese Laurent Cantet nei suoi film “lavorativi”, cioè Risorse Umane e A tempo pieno, rispettivamente del 1999 e 2001.

The Company Men suscita un parallelismo, seppur indiretto, anche con Office Space di Mike Judge (1999). Quest’ultimo è un film poco noto in Italia (dove è stato tradotto come Impiegati… male!) ma di culto in America. Si tratta di una pellicola che usa il tono della commedia per raccontare la burocratizzazione lavorativa e quella che Richard Sennett ha definito in L’uomo flessibile (1998) la “corrosione del carattere” dell’impiegato medio.

Il punto di incontro tra Office Space e The Company Men va ricercato nel lavoro manuale – e in entrambi i casi curiosamente si tratta di edilizia – in cui a un certo punto del plot entrambi i protagonisti si rifugiano. Per Peter, il programmatore frustrato e “luddista” di Office Space, la scelta di fare il muratore è volontaria e rappresenta la felice e definitiva alternativa a una pessima esperienza d’ufficio. Per Bobby, il manager rampante di The Company Men licenziato a causa della spregiudicatezza finanziaria dei vertici della sua azienda, fare il muratore è un ripiego faticoso e umiliante, abbandonato non appena si prospetta, dopo diverse peripezie, l’opportunità di un nuovo lavoro d’ufficio all’altezza del precedente.

Quel che differenzia i due casi è dunque sia la motivazione che spinge alla nuova scelta lavorativa che l’effettivo esito di quest’ultima. La visione dei due film offre quindi un ricco raffronto: nell’arco di dieci anni, facendosi specchio di un contesto economico e sociale che cambia drasticamente, il cinema americano racconta il mutamento delle dinamiche di attaccamento al lavoro e il loro ruolo nel dar forma alla personalità individuale e collettiva.

[ illustrazione: fotogramma dal film The Company MenJohn Wells, 2010 ]

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BIGDATA, EPISTEMOLOGIA, LAVORO, TECNOLOGIA

Big data: di che diavolo si tratta?

Big data (2013) di Viktor Mayer-Schönberger e Kenneth Cukier fa chiarezza su un tema tanto chiacchierato quanto di fatto poco conosciuto. Che si voglia o meno descriverlo con la parola “rivoluzione” usata nel sottotitolo del libro, il fenomeno big data sta influenzando il nostro rapporto con la tecnologia. Sul fronte individuale, questo è testimoniato dalla grande diffusione di dispositivi e app di “personal tracking”; su quello business, dalla potenza dell’aggregazione di dati sfoderata da colossi come Google o Facebook e ora in corso di diffusione a più livelli in un insieme di imprese più ampio e diversificato.

Come Mayer-Schönberger e Cukier mettono in luce, l’efficacia predittiva dei big data rispetto a sistemi di indagine più tradizionali pare essere oggettivamente provata. Altrettanto certa pare la loro incapacità di dotare le previsioni di una motivazione. In altri termini, i big data danno risposte sul “cosa” ma non sul “perché” di quel che sta per accadere. Se confrontato con il classico paradigma causa-effetto, che guida tanto il decision-making più ponderato quanto le nostre scelte più intuitive – cioè i “blink”, come li definisce l’americano Malcolm Gladwell nel suo In un batter di ciglia – , un simile approccio risulta davvero sconvolgente.

La direzione verso cui l’uso dei big data sembra spingerci è quella in cui la certezza del poter dar ragione di un fenomeno analizzandone le evidenze e studiandone le cause viene sostituita da una piena – e spesso cieca – fiducia nelle capacità della tecnologia di prevedere quel che sta per accadere. Come Mayer-Schönberger e Cukier spesso ripetono nel loro libro, sapere “cosa” (e non “perché”) è il più delle volte sufficiente per prendere la decisione giusta al momento giusto. Ma quando la posta in gioco riguarda anche temi di innovazione, il discorso si fa diverso:

«Se Henry Ford si fosse affidato agli algoritmi di ricerca per sapere cosa voleva la gente, probabilmente avrebbe scoperto che tutti desideravano solo ‘un cavallo più veloce’ […]. In un mondo di dati dovranno essere incoraggiati gli aspetti più umani: la creatività, l’intuizione e l’ambizione intellettuale, perché la principale fonte di progresso è l’ingegno umano».

[ illustrazione: composizione grafica di autore ignoto ]

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