CITTÀ, COMPLESSITÀ, CULTURA, ECONOMIA

La manhattanizzazione di Londra

Un articolo del New York Times descrive un fenomeno preoccupante: la fuga dalla città di Londra. Si tratta di un esodo paradossale, soprattutto se letto alla luce di un dato tangibile: nel corso del 2012, ben 133 miliardi di sterline sono stati investiti in proprietà immobiliari cittadine. La maggior parte di questo denaro non proviene tuttavia da cittadini inglesi, ma da facoltosi investitori stranieri. Ecco svelato il paradosso: i nuovi ricchi, in gran parte stranieri, stanno costringendo la classe media cittadina – ma anche i “vecchi ricchi” – ad abbandonare la città.

Fuggire da Londra diventa per molti l’unica soluzione praticabile, per la difficoltà nel trovare un alloggio e a causa del costo della vita (levitato in proporzione agli standard imposti dagli abitanti più ricchi). A ciò si aggiunge anche una questione meno evidente ma prospetticamente più preoccupante, cioè quella relativa alla tassazione dei nuovi ricchi. Se questi ultimi non hanno residenza in Gran Bretagna, di fatto non vengono tassati; questo significa che i fondi per i servizi pubblici cittadini saranno sempre meno, pur a fronte di una popolazione cresciuta del 14% circa negli ultimi dieci anni. Per le giovani generazioni e per l’istruzione le notizie non sono buone: difficilmente sorgeranno nuove scuole e le classi di quelle esistenti dovranno accogliere sempre più studenti.

Londra sembra seguire, con sue proprie modalità, il processo di “manhattanizzazione” di cui è vittima New York. Se per la città americana è chiaro che l’operato del sindaco deve principalmente confrontarsi con questo tema, mantenere viva la cultura autoctona appare una priorità anche per Londra.

[ illustrazione: Untitled di Dieter Roth ]

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APPRENDIMENTO, CAMBIAMENTO, CITTÀ, COLLABORAZIONE, COMPLESSITÀ, CULTURA, STORIE

L’Olanda, le biciclette e il cambiamento culturale

L’Olanda è la nazione con più ciclisti al mondo e, insieme, quella in cui pedalare risulta probabilmente più sicuro. Benché questa ottimale condizione appaia oggi così pervasiva e strutturale da sembrare “naturale”, sarebbe sufficiente tornare indietro nel tempo di circa quarant’anni per trovare una situazione completamente diversa.

In seguito all’eccezionale boom economico manifestatosi tra gli anni ’50 e ’60, un grandissimo numero di automobili invase le strade olandesi, portando con sé molti lavori legati alla realizzazione di strade e infrastrutture adeguate ad accogliere un grande flusso di traffico. Questa direzione di sviluppo penalizzò il ciclismo, che diminuì con un tasso del 6% annuo. Soprattutto, l’Olanda fu funestata da un inopinato numero di incidenti che causarono, nel solo 1971, ben 3300 morti di cui oltre 400 fra minori. Questa terribile situazione generò violente proteste popolari che portarono a cambiare completamente direzione.

In concomitanza con la crisi petrolifera del 1973, il primo ministro olandese Joop den Uyl decretò una svolta nel sistema di trasporti. La nuova politica si mostrò fin da subito nettamente orientata alla mobilità su due ruote, con pedonalizzazione di centri storici e sperimentazioni di percorsi ciclabili completi e sicuri nelle città di Den Haag e Tilburg, luoghi ove il ciclismo crebbe istantaneamente con un tasso di oltre il 60%.

La felice storia del ciclismo in Olanda, ben riassunta da questo video, mostra che è possibile incontrare condizioni culturali così radicate da sembrare “naturali”, anche se di fatto non lo sono. L’attuale viabilità olandese è frutto di una scelta collettiva e di un processo di cambiamento sostenuto con tenacia ed efficacia a fronte di condizioni di partenza decisamente avverse.

[ illustrazione: Jacques Tati alle prese con la sua bici ]

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CITTÀ, COMPLESSITÀ, ECONOMIA, GEOGRAFIA, LAVORO

La globalizzazione economica secondo Enrico Moretti

L’economista italiano Enrico Moretti, docente presso l’università californiana di Berkeley, ha tracciato con il suo La nuova geografia del lavoro (2013) una precisa mappatura delle trasformazioni dell’attuale mondo del lavoro. Focalizzandosi sugli USA, ove si è trasferito fin dagli anni ’90, Moretti analizza i cambiamenti demografici e sociali che un’economia fortemente basata su innovazione e asset intangibili ha portato con sé negli ultimi 20 anni.

Uno degli aspetti che rendono particolarmente credibile il testo è la capacità di sfatare alcuni miti sorti nel corso dei primi anni 2000 riguardo la globalizzazione e il ruolo delle nuove tecnologie. In particolare, Moretti mostra come le previsioni di un libro celebre come The World Is Flat (2005) del giornalista Thomas Friedman, incentrate sulla “morte delle distanze” e sul passaggio in secondo piano della variabile geografica, siano state ampiamente sfatate. Al di là del fatto che strumenti come videoconferenze e Skype sono ben lontani dall’incidere a livello davvero significativo sulla collaborazione a livello globale, resta indubbio che la prossimità geografica continua a essere il più efficace catalizzatore di attività lavorative.

Analizzando i casi di alcuni “hub” legati all’innovazione (su tutti, prevedibilmente, spicca Silicon Valley), quanto emerge è che questi distretti lavorano come veri e propri ecosistemi che, oltre a reggersi sulla forza di un concreto co-working basato sulla prossimità, sono in grado di dar vita a positive esternalità economiche che si estendono ad attività appartenenti ad altri ambiti. Molto prosaicamente: per ogni nuovo posto di lavoro legato all’innovazione, si creano mediamente cinque altri posti in diversi ambiti professionali del medesimo ecosistema.

Il principale limite del libro di Moretti è quello di focalizzarsi quasi esclusivamente sul contesto americano. Per un’integrazione rispetto all’ambito europeo e italiano può essere utile accompagnare questa lettura a quella di Futuro artigiano (2011) di Stefano Micelli, testo dal taglio diverso ma proficuamente complementare.

[ illustrazione: mappa dal testo Kort begrip der waereld – Historie voor de jeugd di J.F. Martinet, 1789 ]

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CITTÀ, COMPLESSITÀ, CONCETTI, LAVORO

La “manhattanizzazione” come frattura del benessere urbano

Il sostantivo “Manhattanization” è difficilmente traducibile in italiano ma compare sul vocabolario anglo/americano come neologismo dal significato ben preciso: trasformare l’apparenza e il carattere di una città costruendovi un denso agglomerato di grattacieli. Questo significato – con evidente riferimento al ricco distretto newyorkese di Manhattan – ha preso piede negli anni ’60-70, periodo durante il quale la città di San Francisco è stata criticamente descritta come in preda a un aggressivo processo di urbanizzazione, detto anche “manhattanizzazione”.

Il termine è oggi usato – almeno secondo il «New Yorker» – con una nuova funzione, cioè quella di stigmatizzare la trasformazione di una città in mero “campo gioco” per le classi abbienti. Il riferimento è di nuovo Manhattan, ora intesa come esempio negativo di concentrazione del benessere urbano (circa il 39% della ricchezza cittadina coincide conl’1% dei residenti). Altre città americane, fra cui Boston e di nuovo San Francisco, stanno andando incontro a questo tipo di trasformazione sociale influenzata dalle élite lavorative.

Le disuguaglianze del territorio newyorkese sono state descritte anche dal concetto di “città duale” (dual city), elaborato dalla sociologa Saskia Sassen nei primi anni ’90 per mettere in luce come la polarizzazione relativa al reddito cittadino sia stata causata dall’allontanamento dalle attività manifatturiere e dalla correlata “scomparsa” della classe media. Interpretata in questo senso, la “manhattanizzazione” risulta un fenomeno di proporzioni globali.

[ illustrazione: foto di Manhattan realizzata da Jack Delano, 1941 ]

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ARCHITETTURA, COMPLESSITÀ, DECISIONE, EPISTEMOLOGIA, MANAGEMENT

Satisfacing: quando il “buono abbastanza” è sufficiente per le nostre decisioni

Tra gli anni ’40 e ’50 l’economista e filosofo della scienza Herbert Simon (1916-2001) ha messo a punto il concetto di “satisfacing”. Neologismo basato sulla combinazione dei verbi inglesi “satisfy” (soddisfare) e “suffice” (essere adeguato), il termine sta a indicare un’idea di “buono abbastanza” che Simon ha applicato alle logiche di decision making.

Opponendosi alla classica teoria economica della massimizzazione dell’utilità individuale in un contesto di scelta, Simon ha sostenuto che le nostre limitate capacità cognitive non ci permettono né di raccogliere tutte le informazioni di cui avremmo bisogno per decidere, né di processare adeguatamente quelle di cui riusciamo a entrare in possesso. Ecco perché finiamo per accontentarci del “buono abbastanza”. La razionalità limitata di cui facciamo uso è evidentemente influenzata dalla complessità del contesto nel quale prendiamo decisioni. Non è dunque casuale che una delle applicazioni più fortunate della teoria di Simon sia stata l’ambiente lavorativo.

Un’interessante interpretazione del “satisfacing” è rinvenibile nelle pagine dell’eterodosso testo di architettura How Buildings Learn: What Happens After They’re Built (1994) di Stewart Brand. Il “buono abbastanza” viene qui riletto in una positiva ottica di adattamento che somiglia più alle funzionali approssimazioni dell’evoluzione biologica che alla spesso piatta prospettiva di alcune scelte organizzative “good enough”. Il “satisfacing” può dunque anche essere inteso, secondo le parole di Brand, come una dinamica che programmaticamente “riduce” i problemi invece di pretendere di risolverli. Punto di vista assai utile anche in ambito organizzativo.

[ illustrazione: Cornered by Mike Baldwin ]

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COMPLESSITÀ, PERCEZIONE, TECNOLOGIA, UFFICI

Semafori, termostati, bancomat. Ovvero: gli effetti placebo intorno a noi

Un articolo del blog di David McRaney, specialista di tranelli cognitivi e autore di You Are Not So Smart (2012) e You Are Now Less Dumb (2013), riflette sul cosiddetto “effetto placebo” osservandolo da un particolare punto di vista.

Fra le esperienze comuni ai pedoni di tutto il mondo rientra quella dei pulsanti che permettono, quando si aspetta che il semaforo diventi verde, di rendere l’attesa meno lunga. Ogni qual volta premiamo con fiducia uno di questi bottoni, stiamo facendo – almeno secondo McrRaney – una cosa probabilmente inutile. In quasi tutto il mondo i semafori stradali sono infatti gestiti da sistemi computerizzati e nella maggior parte dei casi i pulsanti per “chiamare il verde” si trovano ancora al loro posto – ormai inattivi – semplicemente per via degli alti costi legati alla loro disintallazione.

Sempre secondo McRaney, l’effetto generato da questi bottoni sarebbe quello di rassicurarci e farci sentire padroni della situazione, arrivando a credere in relazioni causa-effetto che sono in realtà inesistenti:

«Your brain doesn’t like randomness, and so it tries to connect a cause to every effect; when it can’t, you make one up».

Forse ancor più interessante è il caso di pulsanti il cui effetto placebo non è casuale ma deliberatamente indotto. Fra questi rientrerebbero i falsi termostati presenti in molti uffici americani. Come è noto, la percezione del calore ambientale è estremamente soggettiva e in un ufficio mediamente numeroso è molto probabile che la temperatura venga alzata e abbassata più volte nell’arco della giornata. I cambiamenti frequenti, oltre a essere fonte di possibili discordie, comportano per le aziende un significativo costo di gestione. Da qui sarebbe nata l’idea di falsi termostati – in certi casi accompagnati da suoni operativi altrettanto fasulli – capaci di accontentare le esigenze di ognuno senza in realtà modificare mai la temperatura ambientale. In tema di effetti placebo indotti, simile è il caso dei rumori prodotti dai distributori di denaro bancomat (ATM nel resto del mondo). Più fonti sostengono che anche questi suoni sarebbero studiati ad arte e finalizzati a rassicurare l’utente del fatto che il suo denaro è “in arrivo”.

La veridicità di questi esempi – o quantomeno la loro applicazione su larga scala e al di fuori dagli USA, contesto cui McRaney fa riferimento – resta tutta da verificare. Indubbia è la loro capacità di farci riflettere su quanto la presenza o assenza di un risposta positiva a un’azione sia in grado di influenzare la nostra soddisfazione. In secondo luogo, questi esempi mettono bene in luce quanto la mediazione di una “macchina” (categoria che include tanto semafori quanto termostati e bancomat) rispetto a un processo di feedback renda quest’ultimo ambiguo, opaco e altamente manipolabile.

[ illustrazione: foto di Berni Andrew ]

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