ANTROPOLOGIA, COMUNICAZIONE, LAVORO, TECNOLOGIA

Le app come modello di pensiero

Un testo del “padre” delle intelligenze multiple Howard Gardner – scritto insieme a Katie Davis e intitolato The App Generation (2013) – traccia le abitudini comunicative dei più giovani, con particolare riferimento all’influenza delle nuove tecnologie.

Al di là di temi noti quali la preferenza per una comunicazione privata in forma scritta (in cui l’emotività è più gestibile) e l’ostentazione pubblica dello status sociale (la bacheca di Facebook in cui esporre come trofeo il numero di amici o di invitati a una festa), dell’analisi di Gardner e Davis colpisce soprattutto un tema, vale a dire quello dell’approccio alla pianificazione della propria vita.

Una delle principali attività svolte dai teenager tramite le app comunicative installate sui loro smartphone è quella di organizzare incontri con i propri amici. Il fattore novità legato a questa attività è quello di un approccio cosiddetto “on-the-fly”, che permette in pochi istanti di condividere un programma, cambiarlo, cancellarlo. La dinamica dell’incontro e dell’appuntamento, che prima dell’avvento dei cellulari viveva di una sua preparazione, di un accordo e poi della fiducia affidata al vedersi con qualcuno in un dato luogo a una data ora, è ora sconvolta da un’indecisione elevata a sistema che fa sì che tutto si giochi e rigiochi nell’istante.

Secondo Gardner e Davis la “mentalità delle app”, abituata ad avere informazioni, beni e servizi sempre disponibili on-line, porterebbe a trattare con la stessa pretesa di accessibilità anche le persone. Questo fenomeno, etichettato da alcuni studiosi anche come “microcoordination”, ha un forte impatto sulla percezione della presenza altrui e, evidentemente, delle aspettative e dei sentimenti legati a un cambiamento di idea o a un rifiuto. Provando a leggere questa nuova dinamica in proiezione rispetto all’età adulta e alla sfera lavorativa, è facile immaginare che il tema della pianificazione – a livello di singolo lavoratore o più in generale su un piano aziendale – sarà necessariamente impattato da questa inattesa svolta antropologica.

[ illustrazione: fotogramma dal film Bling Ring di Sofia Coppola, 2013 ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, LETTERATURA, LIBRI

Leggere in digitale: quali novità?

All’interno del dibattito riguardo vita, morte e risurrezione del libro, un aspetto sembra continuare a sfuggire: la dimensione antropologica della lettura. Parlando di come trasmettiamo conoscenza e narriamo storie in forma scritta, ci si continua a focalizzare sulla smaterializzazione dell’oggetto libro favorita da internet, senza indagare con cura le nuove modalità di lettura introdotte dal medium digitale.

In termini di fruizione individuale e sociale, l’esperienza della lettura resta oggi sorprendentemente simile a quella che poteva vivere chi nel 1455 avesse ordinato una copia della Bibbia stampata da Johann Gutenberg. A conti fatti, i più efficaci “e-book reader” sono quelli che cercano di somigliare maggiormente a un libro tradizionale riproducendone la natura di oggetto monofunzionale (a differenza dei tablet, sui cui si naviga, si gioca o più genericamente ci si intrattiene).

Quanto ai tentativi di rendere il libro più tecnologico e “social”, un curioso articolo del «New York Times» si cimenta nello stilare un elenco. Il tratto comune di questi esperimenti sembra essere soprattutto quello di mettere in pratica le opportunità che la tecnologia oggi offre, e non tanto quello di rispondere alle esigenze dei lettori. E i risultati sono, nella maggior parte dei casi, fallimentari.

Il tema che pare più rilevante per il futuro della lettura è quello della progressiva frammentazione delle porzioni di testo che siamo in grado di “digerire” continuativamente. Senza dubbio, la gran mole di dati e la velocità di distribuzione di internet – nonché strumenti di scrittura e lettura “minimalista” come Twitter – hanno influito pesantemente su questo aspetto. Ma, anche in questo caso: rendere disponibili i contenuti di libri in forma più leggera e di rapida assimilazione non risale forse a esperimenti ormai vecchi di quasi cent’anni come il Reader’s Digest?

[ illustrazione: foto di Henri Cartier-Bresson ]

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ANTROPOLOGIA, LAVORO, TECNOLOGIA, TEMPO

L’orologio da polso e la nascita del tempo lavorativo

Quella dell’orologio da polso è un’invenzione relativamente recente, posteriore per esempio rispetto a quella della fotografia. Se l’arte del far foto inizia a essere praticata tra gli anni ’20 e ’30 del XIX secolo, è solo nel 1868 che l’azienda svizzera Patek Philippe mette a punto il primo “montre au poignet”, confezionandolo per una contessa ungherese. Per gli uomini l’orologio da taschino rimane scelta d’elezione ancora per qualche decennio, finché le crude esigenze della prima guerra mondiale non convincono i più a passare alla praticità dell’orologio da polso.

Un fondamentale fenomeno legato alla diffusione dell’orologio da polso è l’invenzione del tempo del lavoro, o meglio di un tempo lavorativo coincidente con l’organizzazione industriale e con lo scientific management tayloristico, filosofia lavorativa che inizia a diffondersi proprio nei primi decenni del XX secolo. Non si tratta più, come avveniva nel caso del lavoro pre-industriale e agricolo, di una scansione temporale legata a cicli naturali, ma di una parcellizzazione della giornata che corrisponde all’organizzazione specialistica di compiti e mansioni. Il nuovo lavoro industriale definisce un nuovo tempo e genera perfino il concetto del “tempo libero” (cioè liberato dal lavoro).

Non a caso, il sociologo americano Lewis Mumford (1895-1990) ha definito l’orologio lo strumento chiave dell’era industriale. Il suo diventare portatile e addirittura indossato ha contribuito all’interiorizzazione di questo ruolo simbolico. Grazie all’orologio da polso, il tempo del lavoro diventa accessorio personale, non abbandonando mai chi lo indossa.

[ illustrazione: fotografia di Josef Koudelka scattata il 21 agosto 1968 mentre le truppe sovietiche invadono Praga ]

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ANTROPOLOGIA, CONCETTI, LAVORO, SOCIETÀ

Il senso del lavoro e il rischio di diventare ciò che si fa

«An unquenchable passion for work might be a panic-stricken way of concealing the fear of a lack of passion for life itself. If you are what you do, what are you when you stop doing it and you still are? There are people who don’t find this a problem, who have not entirely or even at all identified existence with what they do and how they make a living, but they are evidently a great problem to those – the majority –who do».

Così recita un articolo della scrittrice inglese Jenny Diski significativamente intitolato “Learning how to live”. La massima secondo cui “si diventa ciò che si fa” sembra implicare che quando si termina di “fare” – cioè di lavorare – si smetta anche di essere. Il far niente incute paura perché ci fa sentire colpevoli. Per questo si stigmatizza chi, come i bambini, si occupa con piacere di attività non necessariamente produttive. Oppure si guarda dall’alto in basso chiunque svolga un lavoro “culturale”, dunque non un “vero lavoro”. Salvo poi finire per invidiare, a proposito di parole fra virgolette, chiunque abbia un’occupazione “creativa”:

«Creative work sits uneasily in the fantasy life between dread leisure and the slog of the virtuous, hardworking life. It’s seen as a method of doing something while doing nothing, one that stops you flying away in terror».

In cerca di un più sano rapporto con il lavoro e il post-lavoro può essere salutare, con rimando al testo Stone Age Economics (1974) dell’antropologo Marshall Sahlins, riflettere sulla vita di società “primordiali” nelle quali il lavoro era più direttamente legato a un risultato al quale seguiva, ben prima dell’inizio di una nuova attività, il godimento di quanto ottenuto. Nota Diski:

«Once people had done the few days’ hard work of felling a tree and carving out a canoe, there were large amounts of free time to lie about daydreaming, exploring, telling stories: doing “culture” or just skiving. You’d fish in the canoe you’d made, and by preserving and sharing the catch with others, who also shared theirs with you, you could then take a few days off before you needed to get any more. Decent members of those communities did what they needed to do and then when they didn’t need to do it, they stopped».

[ illustrazione: Emiliano Ponzi ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, CULTURA

Apprendimento e identità

Norbert Wiener (1894-1964), matematico americano considerato il padre fondatore della cibernetica, ha inserito nel suo Introduzione alla cibernetica. L’uso umano degli esseri umani (1958) una delle più efficaci descrizioni della centralità dell’apprendimento per la specie umana.

Anzitutto, l’uomo è una forma neotenica, cioè caratterizzata da un periodo di immaturità indeterminatamente prolungato. Questo fa sì che negli individui adulti si presenti una serie di caratteristiche tipiche delle forme infantili. Per esempio, nota Wiener, se si confronta la specie umana con le grandi scimmie si nota come l’uomo adulto somigli più alla scimmia appena nata che a quella matura. Per nulla a caso, il periodo dell’infanzia umano è relativamente più lungo di quello di qualsiasi animale.

Questo stato di “eterno Peter Pan” ha ripercussioni importanti per il tema dell’apprendimento. Poiché l’uomo non può mai dirsi del tutto adulto, nemmeno può dirsi che egli giunga mai a uno stato di maturazione cognitiva e sedimentazione di conoscenze “definitivo”. Il continuo rielaborare esperienze passate rappresenta il fulcro del nostro altrettanto continuo apprendere, così come della possibilità di emanciparci, in un modo del tutto “culturale”, dalla nostra provenienza più strettamente biologica. Secondo le parole di Wiener:

L’uomo trascorre circa il quaranta per cento della sua vita nella condizione di apprendista, per ragioni che hanno a che fare con la sua struttura biologica. È del tutto naturale che una società umana si fondi sulla capacità di apprendere, come all’opposto una comunità di formiche si basi su un modello ereditario. Essenzialmente apprendere è una forma di retroazione, nella quale il modello del comportamento è modificato dall’esperienza passata».

[ illustrazione: dettaglio da San Gerolamo nello studio di Antonello da Messina,1474-1475 circa ]

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ANTROPOLOGIA, CONCETTI, CULTURA, TECNOLOGIA

Intellettuali e “teste d’uovo” in America, dal 1900 a oggi

In Inventing the Egghead: The Battle over Brainpower in American Culture (2013), lo storico Aaron Lecklider ricostruisce la curiosa evoluzione del termine “egghead” all’interno del contesto culturale americano. Questa espressione, che letteralmente significa “testa d’uovo”, inizia a essere usata a partire dagli anni ’50 per stigmatizzare – e sostanzialmente deridere – un’attitudine intellettuale estremamente tecnica e scientifica che oggi definiremmo da “nerd”.

Il racconto di Lecklider prende le mosse dall’inizio del Novecento, quando in America essere intellettuali non era affatto considerato “nerd”. Un buon esempio della considerazione popolare e democratizzata di cui in quegli anni godeva la cura dell’intelletto è rappresentato dal circolo Chautauqua, una sorta di equivalente ante litteram degli odierni TED Talks. Una visione “dispregiativa” dell’intellettuale tuttavia esisteva anche allora e faceva riferimento all’uso del termine “long-hair”, che può forse tradursi, senza cogliere particolarmente nel segno, con “capellone”. Questo tipo di intellettuale era criticato per un certo narcisismo e un’attitudine alla cultura di stampo prettamente umanistico, dunque lontana dal pragmatismo dell’uomo comune. Quando si arriva agli anni ’50 e al termine “egghead”, una significativa inversione di rotta viene compiuta, perché l’approccio intellettuale preso di mira diviene, come detto, quello scientifico.

Come mette bene in luce un articolo della rivista «The Point» a firma di Evan Kindley , questo passaggio è fondamentale per capire la reale portata critica espressa dai sostantivi “long-hair” e “egghead”. Se è vero che in entrambi i casi stigmatizzazione e derisione nascono da una mancata comprensione da parte degli “incolti”, la critica agli umanisti ha luogo proprio nel momento in cui questi passano loro malgrado agli scienziati il testimone di una corsa particolarmente importante, quella che guida lo sviluppo del sapere – e dell’economia – occidentale. In mezzo ci sono stati l’emergere e l’affermarsi dello Scientific Management ideato da Frederick Taylor e il ruolo centrale rivestito dal sapere scientifico tanto nell’uscire dalla Grande Depressione del 1919 quanto nel determinare le sorti della Seconda Guerra Mondiale. Quando la massa inizia a deridere gli “egghead”, lo fa dunque con una più o meno esplicita consapevolezza del loro strapotere nel determinare le sorti del progresso (a questo proposito, utile anche ricordare che il celebre Le due culture di C.P. Snow è del 1959).

Tutto ciò ci conduce all’oggi e a leggere prospetticamente un percorso che allinea i termini “long-hair” e “egghead” con il più neutro e contemporaneo “geek”. Secondo Kindley infatti:

«If the paradigmatic intellectual of the 20s was the artist and of the 50s the scientist, today it’s the tech CEO (it seems worth noting that, in our own time, there has been little to no populist resentment of Silicon Valley or the tech industry)».

[ illustrazione: Bill Gates in una foto del 1985 ]

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ANTROPOLOGIA, APPRENDIMENTO, MUSICA, TECNOLOGIA

Per un rapporto più sano con la tecnologia

Il fatto che la nostra relazione con la tecnologia sia spesso problematica, in bilico tra i poli della frustrazione e della dipendenza, ha molto a che fare con una scarsa consapevolezza e padronanza degli strumenti che essa ci offre. Benché computer e smartphone siano una presenza costante e ormai “naturale” nella nostra vita, spesso non riusciamo a usarli per quel che sono, cioè strumenti al nostro servizio. Al contrario, nonostante la loro pervasività, essi restano presenze estranee e opache da cui finiamo paradossalmente per essere dominati.

Questa è la tesi dello studioso Alex Soojungkim Pang, che nel suo The Distraction Addiction (2013) – di prossima traduzione in italiano – propone come antidoto l’approccio del “contemplative computing”. Questo consiste nel volgersi agli strumenti tecnologici in modo che diventino un’estensione “naturale” del corpo, al fine di usarli in maniera più efficace e non restare vittima di un loro uso compulsivo e distratto.

Poiché la chiave di questo traguardo è, secondo Soojungkim Pang, un approccio consapevole e trasparente alla tecnologia, egli instaura un raffronto con la pratica di uno strumento musicale:

«A clumsy awareness of strings and valves and chord positions eventually gives way to a sense that the instrument effectively becomes a natural extension of yourself, as one jazz musician put it».

L’idea dello strumento musicale come estensione del corpo parte da uno studio approfondito dello strumento stesso, che culmina nel far sì che il suo utilizzo diventi del tutto automatico e trasparente. Quando un musicista – soprattutto un jazzista – suona una nota sul suo strumento, non ha bisogno di pensare all’azione che permette al suo corpo di farlo. Possiamo dire lo stesso del modo in cui usiamo i computer? Finché non conosceremo a fondo gli hardware e i software che utilizziamo (per esempio: quanti di noi sanno digitare al computer con due mani e senza guardare la tastiera?), difficilmente raggiungeremo il rapporto sano con la tecnologia cui tanto aspiriamo.

[ illustrazione: fotogramma da 2001. Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, 1968 ]

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ANTROPOLOGIA, CONCETTI, LETTERATURA, PAROLE

L’invenzione della nostalgia

Nelle peregrinazioni letterarie del suo affascinante Carte false (2013), la scrittrice messicana Valeria Luiselli ricostruisce, passando attraverso saudade e malinconia, l’origine della parola e del concetto di nostalgia.

Il medico alsaziano Johannes Hofer (1669–1752) condusse nel 1688 uno studio su alcuni soldati che, dopo lunghe permanenze in terra straniera, presentavano al loro ritorno sintomi come mal di testa, insonnia, allucinazioni. Identificò il malanno nella “tristezza ingenerata dall’ardente brama di tornare in patria” e diede al suo resoconto di ricerca il titolo Dissertatio medica de nostalgia, coniando un neologimo tramite la combinazione delle parole greche νόστος (nóstos, ritorno) e άλγος (algòs, dolore). L’invenzione linguistica di Hofner risulta particolarmente felice grazie al rimando all’antica cultura greca, che con l’Odissea di Omero generò lo stereotipo del νόστος e del suo correlato malessere.

Se la storia della nostalgia inizia alla fine del XVII secolo, i suoi più significativi sviluppi hanno luogo nei secoli successi. Nel saggio Ipocondria del cuore: nostalgia, storia e memoria (in Nostalgia. Saggi sul rimpianto del comunismo, 2003), la studiosa russa Svetlana Boym nota quanto segue:

«La nostalgia come emozione storica raggiunse la maggiore età in epoca romantica ed è contemporanea alla nascita della cultura di massa. Ebbe inizio con l’affermarsi del ricordo dell’inizio del XIX secolo, che trasformò la cultura da salotto degli abitanti delle città e dei proprietari terrieri istruiti in una commemorazione rituale della giovinezza perduta, delle primavere perdute, delle danze perdute, delle occasioni perdute […]. Il malinconico senso di perdita si trasformò in uno stile, una moda di fine Ottocento».

[ illustrazione: Francesco Hayez, Ulisse alla corte di Alcinoo (1813-15), Museo di Capodimonte, Napoli ]

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