Le Sorelle Macaluso
CINEMA, FILOSOFIA, METAFORE, PERCEZIONE

Le sorelle Macaluso e la persistenza della memoria

Il film Le sorelle Macaluso di Emma Dante (pellicola del 2020, adattamento cinematografico dell’omonimo testo teatrale del 2014) è un’incisiva riflessione sul tempo e, in particolare, su quanto intere vite possano essere determinate dall’accadimento di un solo istante. Il valore del film è accresciuto dalla sua capacità di condurre lo spettatore a ragionare sulla persistenza della memoria (il riferimento all’omonima opera di Salvador Dalí è incidentale) all’interno dell’ambiente domestico.

In più momenti lungo la sua durata, il film dedica attenti sguardi alla casa, osservata attraverso luce e suoni in assenza delle protagoniste. È proprio la mancanza dell’elemento umano nella sua forma più tangibile a rendere chiaro quanto ogni ambiente e oggetto finisca col diventare nel tempo un silenzioso portatore della memoria di gesti, sentimenti, storie.

Una simile riflessione sulla “vita delle cose” stabilisce una immediata connessione con il pensiero a riguardo del filosofo Remo Bodei (di cui si è già parlato qui), che distingue la cosa dall’oggetto associando alla prima un investimento emozionale che manca alla pura funzionalità del secondo. Col tempo, sembra suggerire il film di Emma Dante, tutti gli oggetti della nostra casa sono destinati a diventare cose.

Nelle sequenze finali della pellicola è soprattutto un particolare a colpire: nel momento in cui gli spazi si svuotano, oltre che delle persone, delle cose che li hanno riempiti, queste ultime mostrano di aver impresso la loro impronta sui muri della casa. Emerge un’ultima traccia delle cose e delle persone che le hanno utilizzate: una sorta di fantasma di presenza che, come un gioco di ombre cinesi o il materiale fotosensibile di una pellicola fotografica, permette che la memoria continui a manifestarsi all’interno di un luogo.

[ Illustrazione: fotogramma dal film Le sorelle Macaluso di Emma Dante, 2020 ]

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ANTROPOLOGIA, BENI CULTURALI, CONCETTI

I beni culturali: oggetti o cose?

Quando si parla di beni culturali, la questione del rapporto fra substrato materiale e valore simbolico-immateriale è una delle più critiche. I monumenti, così come i quadri, le sculture, gli edifici, sono cose. O sono oggetti? La legislazione italiana definisce i beni culturali come “cose immobili e mobili”, ma purtroppo nelle sue pagine la parola “cosa” è priva di un’adeguata contestualizzazione.

Per disporre la parola “cosa” a un’analisi più accurata, è di aiuto affiancarla al termine “oggetto” e seguire una riflessione del filosofo Remo Bodei dedicata proprio a questa relazione. Nel suo La vita delle cose (2009), Bodei prende le mosse dall’indagine etimologica e sottolinea la natura profondamente diversa delle parole “cosa” e “oggetto”, usate per descrivere differenti modi di relazionarsi a entità di natura fisica.

L’oggetto è, seguendo Bodei, il referente di una relazione funzionale spesso conflittuale (in latino “obicere” significa “gettare contro”), che viene risolta nei termini di un assoggettamento, vale a dire di un piegarsi dell’oggetto al volere imposto dall’uomo.

La cosa è invece il risultato di un investimento emozionale: il soggetto vive con essa una relazione che scaturisce da attribuzioni di significato non funzionali – o, se si preferisce, disinteressate. In questo caso l’etimologia del termine, proveniente dal latino “causa” – che indica qualcosa di così importante da mobilitarci in sua difesa (da cui il detto “combattere per una buona causa”) – , trasmette tutta l’affezione emotiva implicata da questo tipo di rapporto.

Il passaggio dagli “oggetti” alle “cose” descrive bene la trasformazione di un’entità fisica dotata di un valore prettamente funzionale (per esempio un edificio) in una nuova entità, insieme fisica e simbolica, che per convenzione chiamiamo “bene culturale”. Ecco perché, seppur in maniera probabilmente inconsapevole, la legislazione ha ragione a definire i beni culturali come cose.

[ illustrazione: Giovanni Paolo Pannini, Galleria immaginaria di vedute di Roma antica, 1756 ]

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