ANTROPOLOGIA, CAMBIAMENTO, COLORI, FOTOGRAFIA, SOCIETÀ

Il colore dell’estate italiana degli anni ’80

«Siccome ogni secolo e ogni popolo ha avuto la propria bellezza, noi dobbiamo avere per forza la nostra. E ciò è nell’ordine delle cose».
Charles Baudelaire, Salon del 1846

Dolce Via, nuovo libro del fotografo americano Charles Traub, raccoglie le immagini da lui scattate in Italia nei primi anni ’80. La “dolce via” è ovviamente un gioco di parole felliniano, apparentemente irrinunciabile per un americano in Italia. Ma la dolce via è soprattutto quella percorsa da Traub lungo l’Italia, da Milano a Marsala. È infatti una serie di foto di “via”, di strada, che restituiscono un’immagine degli anni ’80 italiani molto più antica, quotidiana, popolare – e per molti versi povera – di quello che ci si potrebbe aspettare. E calda, ché le immagini di Traub sembrano tutte prese durante sue vacanze estive.

A Traub non interessa l’Italia da cartolina: i “landmark” sono quasi sempre assenti o comunque in secondo piano – salvo, di nuovo per probabili ascendenze felliniane, un ricorrere della Fontana di Trevi. Gli interessa piuttosto cercare il particolare all’interno del quotidiano e per questo gioca molto col colore. Lontano da quello desaturato e “instagrammato” di molta fotografia contemporanea – di cui uno dei principali ispiratori, Luigi Ghirri, è stato amico e mentore di Traub – , il tono di queste immagini è vivido e acceso, soprattutto quando cerca il rosso, colore che emerge fortissimo da molte di esse. Uno dei meriti di questa serie è dunque quello di costruire un’estetica della nostalgia per niente sbiadita ma piuttosto “satura”, che valeva decisamente la pena, a distanza di trent’anni, di tirare fuori dal cassetto.

[ illustrazione: Charles Traub, Roma, 1982 ]

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APPRENDIMENTO, EPISTEMOLOGIA, FOTOGRAFIA, MEDIA, TECNOLOGIA

Luigi Ghirri e la giusta velocità della fotografia

«Il grande ruolo che ha oggi la fotografia, da un punto di vista comunicativo, è quello di rallentare la velocizzazione dei processi di lettura dell’immagine».

Questa frase di Luigi Ghirri (1943-1922), contenuta nella raccolta Lezioni di fotografia (2011) e risalente al biennio 1989-1990, assume un senso particolare se relazionata allo sviluppo della fotografia negli ultimissimi anni.

I due eventi cruciali che hanno determinato l’attuale svolta comunicativa e sociale della fotografia sono stati l’avvento degli smartphone (il primo cellulare capace di scattare foto risale al 2000) e la nascita di “app” specificamente dedicate alla condivisione di fotografie (Instagram esordisce nel 2010). Come effetto di questi eventi, oggi scattare fotografie implica per la maggior parte di noi condividerle. Non significa più stamparle per fruirle con calma nel corso del tempo, ma inviarle istantaneamente e consumarle nel giro di un paio di commenti o “like”.

Assumendo una prospettiva storica, si può tranquillamente affermare che sia stata proprio la fotografia, aggiungendo alla stampa qualcosa che ancora le mancava, ad aver reso più veloci i processi comunicativi, spostandoli dal contenuto alla forma e dalla razionalità all’emotività. Le parole pronunciate da Ghirri 25 anni fa suonano dunque come un tentativo mosso dall’interno – cioè da parte di un professionista del mezzo fotografico – di invertire la rotta. Quel che va riscontrato è che le cose non sono andate proprio così. La stessa fortuna postuma dell’estetica di Ghirri – suo malgrado annoverabile tra le fonti di ispirazione per i filtri “anticati” di software come Instagram – è purtroppo prova lampante del generale fallimento del suo progetto.

Ecco perché, per chi ancora ritenga opportuno farle proprie, le parole di Ghirri continuano a suonare oggi importanti per sostenere il ruolo conoscitivo – e non solo comunicativo – della fotografia.

[ illustrazione: Luigi Ghirri, Rifugio Grostè, 1983 ]

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