APPRENDIMENTO, EPISTEMOLOGIA, SCIENZA, TEORIE

Ecco perché la scienza gode di cattiva salute

Un recente numero dell’«Economist» ha aperto un’accesa discussione sull’approccio alla scoperta scientifica. Quel che si mette in discussione è uno dei suoi capisaldi, cioè la verifica della bontà di un esperimento tramite la sua ripetizione. In questo ambito “replicabilità” è tradizionalmente inteso come sinonimo di “oggettività”, dunque mettere in discussione questo presupposto significa minare l’intera impalcatura del metodo scientifico. È quello che ha di recente fatto un test condotto dalla farmaceutica americana Amgen: cercando di replicare 53 studi sulla ricerca contro il cancro considerati fondamentali, ha ottenuto successo in soli sei casi. Il che significa che i restanti 47 studi si sono rivelati fallaci.

L’esperimento citato non è che la più manifesta spia di una situazione di difficoltà generalizzata. Secondo l’«Economist» la principale causa di questo fallimento sarebbe da rintracciarsi nel clima estremamente competitivo e forsennato della ricerca scientifica. In termini di produzione di nuovi studi, lo slogan di molti ricercatori è purtroppo diventato “publish or perish” e la conseguente concentrazione su quantità e velocità va evidentemente a scapito della qualità delle pubblicazioni. Insieme a questo problema ne esiste un secondo, altrettanto grave, legato alle modalità di verifica degli studi stessi. È di nuovo un piccolo test, in questo caso condotto da un biologo di Harvard, a mettere in luce il problema. Inviando a 304 riviste scientifiche un paper pieno di errori e mancanze, il suddetto ricercatore è comunque riuscito a vederselo pubblicato da ben 157 testate. È evidente che la fiducia nei confronti di un sistema viziato sia rispetto alle sue modalità di produzione che a quelle di verifica è destinata a calare vertiginosamente. Citando l’Economist:

«Science still commands enormous – if sometimes bemused – respect. But its privileged status is founded on the capacity to be right most of the time and to correct its mistakes when it gets things wrong. And it is not as if the universe is short of genuine mysteries to keep generations of scientists hard at work. The false trails laid down by shoddy research are an unforgivable barrier to understanding».

[ illustrazione: fotogramma da Flesh for Frankenstein di Paul Morrisey, 1973 ]

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LAVORO, MANAGEMENT, PERCEZIONE, SCIENZA, TEORIE

Cervello e lavoro: ecco le ultime novità dalle neuroscienze

Un articolo del Wall Street Journal anticipa la probabile nuova “moda” in tema di studi sul cervello. Il suo assunto di base intende scardinare una delle teorie di maggiore successo in questo campo, quella delle differenze tra pensiero logico e intuitivo attribuite a emisfero sinistro e destro del cervello. Si tratta di una tesi popolare e longeva, nata da esperimenti condotti negli anni ’50 e ’60 dal neuropsicologo americano Roger Sperry (1913-1994). Quel che oggi sostengono gli esperti di neuroscienze è che considerare i due emisferi separatamente sarebbe in realtà artificioso, dato che il cervello lavora in maniera integrata. Ma c’è di più: molto più utile che leggere il cervello in termini di destra/sinistra parrebbe sia distinguere tra la sua parte superiore e quella inferiore.

Secondo gli studiosi Stephen Kosslyn e Wayne Miller, autori del testo Top Brain, Bottom Brain: Surprising Insights into How You Think (2013), il cervello “superiore” parte dalla raccolta di informazioni di contesto per pianificare, generare aspettative e mettere in atto verifiche di quanto accade. La parte “inferiore” lavora invece su una logica ancorata a precedenti esperienze e memorie, usate come chiave interpretativa di quanto recepito dall’esterno. Il lavoro delle due parti di cervello è costantemente simultaneo, tuttavia esse possono essere chiamate in causa dal loro proprietario con diversi gradi di coinvolgimento, che generano quattro casistiche e dunque altrettanti profili di condotta: “mover”, “perceiver”, “stimulator”, “adaptor”.

Il profilo “mover” attiva paritariamente cervello superiore e inferiore. Il risultato è una forte abilità sia nel pianificare che nel gestire le conseguenze di quanto progettato. In termini lavorativi, questo profilo viene presentato come quello dei grandi leader. Il “perceiver” è invece un ottimo membro di team: usa la parte inferiore del cervello più di quella superiore, dando prova di grande empatia. Passando alla persona “stimulator”, questa chiama in causa maggiormente la parte superiore del cervello, producendo grandi piani che tuttavia non tengono sufficientemente conto delle loro conseguenze. Il profilo “adaptor”, infine, non richiede stimoli opzionali a nessuna delle due parti di cervello, conformandosi come quello di chi segue soprattutto le spinte del momento. Questo corrisponde – almeno secondo gli autori del testo – a un ruolo lavorativo “backbone”, vale a dire prevalentemente esecutivo.

Solo il tempo potrà dire se gli studi di Kosslyn e Miller otterranno un successo paragonabile a quello della teoria degli emisferi destro e sinistro. Nel frattempo, utile essere aggiornati rispetto a l’ultima neuro-moda.

[ illustrazione: particolare dal fumetto Brian the Brain ]

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