LAVORO, TECNOLOGIA

Siamo proprio sicuri che il multitasking funzioni?

Praticate il multitasking? Forse può interessarvi il punto di vista con cui lo analizza la studiosa americana Sherry Turkle nel suo eccellente Insieme ma soli. Perché ci aspettiamo sempre più dalla tecnologia e sempre meno dagli altri (2012), uno dei migliori testi sul nostro rapporto con computer e affini.

Anche se moltissime persone sono convinte del contrario, gli psicologi cognitivi ci insegnano da tempo che il multitasking, molto semplicemente, non funziona. Su questo tema, uno dei migliori contributi è contenuto in Pensieri lenti e veloci del premio Nobel Daniel Kahneman. Pur allineandosi alle  tesi di Kahneman e altri studiosi, Turkle nota qualcosa di tanto evidente quanto, per certi versi, antiaccademico: anche se non funziona, il multitasking riscuote comunque molto successo, soprattutto nelle frenetiche pratiche d’ufficio quotidiane. Qual è il motivo di questo successo?  Secondo Turkle, le cose stanno così:

«Multitasking feels good because the body rewards it with neurochemicals that induce a multitasking “high.” The high deceives multitaskers into thinking they are being especially productive. In search of the high, they want to do even more. In the years ahead, there will be a lot to sort out. We fell in love with what technology made easy. Our bodies colluded».

I computer fanno molte cose insieme, apparentemente con facilità: perché noi non dovremmo? Il fenomeno del multitasking mostra quanto la frequentazione quotidiana di strumenti informatici possa distorcere la nostra percezione e portarci a sopravvalutare le capacità cognitive di cui disponiamo. L’aspetto più interessante – e insieme paradossale – messo in luce da Turkle è che l’estensione della metafora informatica alle capacità umane, fenomeno del tutto intellettuale, ha finito per generare un illusorio “star bene” del tutto fisico.

[ illustrazione: Wesley Adams ]

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ARTE, LAVORO, MANAGEMENT

Lavoro ed emozioni, attraverso l’arte

L’artista tedesco KP Brehmer (1938–1997) ha realizzato tra il 1978 e il 1980 un’opera dal titolo Soul and Feelings of a Worker, costituita da una serie di collage su carta millimetrata che identificano con diverse aree di colore l’umore dello stesso artista / lavoratore nel corso di un anno.

In tema di lavoratori e stati d’animo, il riferimento più classico è il cosiddetto “progetto Hawthorne”, condotto tra il 1927 e il 1933 dal sociologo Elton Mayo (1880-1949) presso lo stabilimento General Electric di Hawthorne, Chicago. L’esperimento venne attuato per studiare i cali di produttività dei lavoratori in relazione al peggioramento delle condizioni ambientali, con particolare riferimento alle variazioni di illuminazione. Sorprendentemente, la produttività dei lavoratori si mostrò in aumento durante tutto l’esperimento, senza alcuna relazione con ilrelativo miglioramento o peggioramento dell’illuminazione. Questo dimostrò che una possibile crescita di produttività ha più a che fare con la qualità delle relazioni umane – in questo caso l’attenzione prestata dagli osservatori durante l’esperimento – che con fattori di contesto spersonalizzati. L’esperimento alimentò gli studi di Mayo e la conseguente nascita della “scuola delle relazioni umane”.

Tornando all’opera artistica di Brehmer, questa non rimanda direttamente ad Hawthorne, bensì ai decisamente meno noti studi di Rexford B. Hersey (1895-1965), il quale fu tuttavia, per significativa coincidenza, assistente proprio di Elton Mayo.

Dopo aver stilato una originale scala emotiva (da “elated” a “worried”, la stessa che si trova nell’opera di Brehmer), Hersey la sottopose per un intero anno a un gruppo di lavoratori di un’officina di riparazioni meccaniche. Il risultato – pubblicato nell’opera del 1932 Workers’ emotions in shop and home – fu una mappatura dei clicli di umore individuale che aiutò Hersey a dimostrare che ogni individuo tende a essere caratterizzato da un personale ciclo mensile che regolarmente alterna, giorno dopo giorno, i medesimi stati d’umore.

Per darsi una spiegazione di questi cambiamenti mensili, Hersey fece riferimento a uno studioso ancora più oscuro per i nostri canoni di popolarità, un neurofisologo di nome John Fulton (1899–1960). Questi sosteneva che i bioritmi umani potessero essere influenzati da energia solare, pressione atmosferica, fasi lunari e campi magnetici.

[ illustrazione: KP Brehmer, Soul and Feelings of a Worker ]

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CINEMA, LAVORO

L’Italia del boom secondo Ermanno Olmi

Il Posto (1961) di Ermanno Olmi è un disincantato affresco dell’Italia del boom e della nascita nella nostra nazione della classe dei “colletti bianchi”. Il lavoro agricolo non esiste di fatto più e lo spostamento dalla provincia alla città, organismo in grande cambiamento (in una sequenza si intravedono i lavori per la metropolitana a Milano), rappresenta soprattutto un cambio di prospettiva rispetto a bisogni e desideri.

L’abbandono del paese natale – per assurdo reso ancora più forte dal pendolarismo – racconta la perdita di una cultura aggregante e insieme oppressiva (la famiglia) e la conquista di una libertà che pare portare con sé una necessaria dose di estraneità.

Il Posto descrive l’impersonalità dell’istituzione lavorativa, la sua seriosità e l’approccio scientifico, perfettamente rappresentati dal”ironica resa dei test d’ingresso psico-attitudinali, nonché l’ineluttabilità del destino della carriera professionale.

Alcune sequenze del film riescono perfettamente, nel loro freddo verismo, a mettere in scena alcuni vizi della declinazione italiana del lavoro d’ufficio – in particolare l’ipocrisia dei rapporti e la frustrata brama di carriera – che a distanza di un decennio esatto torneranno in chiave grottesca in Fantozzi (il libro di Paolo Villaggio è del 1971, il film di Luciano Salce del 1975).

[ illustrazione: fotogramma dal film Il Posto di Ermanno Olmi, 1961 ]

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CITTÀ, INDUSTRIA, LAVORO

Crespi d’Adda, company town all’italiana

Crespi d’Adda è una frazione del Comune di Capriate San Gervasio, in provincia di Bergamo. Qui, nel 1878, l’industriale varesotto Cristoforo Benigno Crespi acquistò 85 ettari di terra per portarvi dalla natia Busto Arsizio la sua industria tessile e fondare attorno al suo opificio un villaggio operaio ispirato alle prime company town europee.

La fabbrica, che nel momento di massima attività contò ben 4000 lavoratori, fu soggetta a più momenti di difficoltà gestionali che causarono un progressivo distacco tra opificio e villaggio. Ai Crespi succedette già negli anni ’30 la STI (Stabilimenti Tessili Italiani), poi la famiglia Legler, che fu costretta alla chiusura nel 2003, e infine il Gruppo Polli. Gli immobili della fabbrica sono oggi di proprietà del Gruppo Percassi, holding fondata dall’ex-calciatore Antonio Percassi, che ne farà il proprio quartier generale in tempo utile per l’Expo 2015.

Chi visita oggi Crespi d’Adda, dal 1995 riconosciuta come patrimonio Unesco, viene accolto da un’atmosfera surreale. Passeggiare fra le casette operaie, mantenute dai discendenti dei lavoratori in uno stato di perfetta conservazione e valorizzate da colori vivaci e sculture floreali, ricorda la dimensione di sogno della città di Edward Scissorhands di Tim Burton (1990).

Negli anni del suo fiorire, il villaggio è stato teatro di un altro genere di sogno, quello del capitalismo paternalistico. Ogni lavoratore riceveva in affidamento un alloggio, insieme all’opportunità di usufruire gratuitamente dei diversi servizi collegati ai luoghi istituzionali del villaggio, fra cui una scuola, un ospedale, una chiesa (costruita sul modello di quella di Busto Arsizio), un teatro, un dopolavoro e perfino una piscina. Visitando il monumentale cimitero del villaggio si ha l’impressione che il monumento funebre della famiglia Crespi, una curiosa piramide di stile eclettico, continui ad abbracciare e proteggere la memoria di tutti i lavoratori che si sono mossi ai suoi piedi.

Il progetto utopistico delle company town non potrebbe risultare più lontano dalle attuali condizioni antropologiche del lavoro, nelle quali l’ideologia spersonalizzante e astratta del “capitalismo delle corporation” ha cancellato quasi ogni traccia di rapporto personale fra padroni e lavoratori. Queste parole di Cristoforo Benigno Crespi hanno la capacità di evocare tanto le ragioni che hanno dato vita al suo progetto utopico quanto i motivi che l’hanno portato al fallimento:

«Ultimata la giornata di lavoro, l’operaio deve rientrare con piacere sotto il suo tetto: curi dunque l’imprenditore che egli vi si trovi comodo, tranquillo ed in pace; adoperi ogni mezzo per far germogliare nel cuore di lui l’affezione, l’amore alla casa. Chi ama la propria casa ama anche la famiglia e la patria, e non sarà mai la vittima del vizio e della neghittosità. I più bei momenti della giornata per l’industriale previdente sono quelli in cui vede i robusti bambini dei suoi operai scorrazzare per fioriti giardini, correndo incontro ai padri che tornano contenti dal lavoro; sono quelli in cui vede l’operaio svagarsi e ornare il campicello o la casa linda e ordinata; sono quelli in cui scopre un idillio o un quadro di domestica felicità; in cui fra l’occhio del padrone e quello del dipendente, scorre un raggio di simpatia, di fratellanza schietta e sincera. Allora svaniscono le preoccupazioni di assurde lotte di classe e il cuore si apre ad ideali sempre più alti di pace e d’amore universale».

[ illustrazione: il cimitero di Crespi D’Adda, luglio 2013, foto di Dario Villa ]

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