CONCETTI, CREATIVITÀ, MANAGEMENT

La creatività come slogan

Uno dei più lucidi contributi sul tema della creatività individuale e organizzativa è rappresentato da un testo dal titolo Why No One really Wants Creativity a firma del docente di leadership e comunicazione di Berkeley Barry Staw e pubblicato in Creative Action in Organizations, volume collettivo del 1996.

Un primo aspetto esaminato da Staw è la tendenza celebrativa ed “eroicizzante” con cui mediamente ci si confronta con il riconoscimento della creatività altrui. In breve: siamo tutti molto propensi a magnificare ex post le gesta di creativi di successo; altro discorso è confrontarsi con le loro idee nel momento in cui vengono proposte e appaiono azzardate e destabilizzanti.

Sul tema dei tratti tipici di una condotta creativa, riconoscibili secondo Staw in assunzione di rischi, tenacia, flessibilità e duro impegno, il problema fondamentale è che pochissime persone risultano disposte a praticarli, il che genera un gran numero di “creativi a parole” che si fermano di fronte alla prima difficoltà o comunque prediligono una condotta da “satisficer”.

Organizzativamente parlando, la questione diventa più complessa, poiché le aziende sono organismi fondamentalmente basati su una cultura omologante che stigmatizza i comportamenti ritenuti devianti. Nonostante quello della creatività sia uno slogan organizzativo fra i più usati (e a ben vedere abusati), a conti fatti le aziende sono mediamente portate a rigettare le condotte percepite come disobbedienti, cioè quelle che guardano in modo critico alla catena di controllo e mettono in discussione lo status quo. È esattamente per questo motivo che le aziende disposte a ospitare creatività, soprattutto se generata “dal basso”, sono veramente un’eccezione. Il resto, per seguire le parole di Staw, è ipocrisia.

[ illustrazione: particolare dalla foto Watching Bwana Devil in 3D at the Paramount Theater di J. R. Eyerman, 1952 ]

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CONCETTI, CREATIVITÀ, DIVULGAZIONE, LETTERATURA, MANAGEMENT, PAROLE, TEORIE

Il declino della “creative class”

Un articolo di Thomas Frank fa il punto sulla “moda” della creatività e dell’innovazione. Fenomeno non esattamente recente, dato che le sue origini possono essere rintracciate nei primi testi dedicati al tema da Edward De Bono negli anni ’70. E tuttavia ancora in gran voga, come testimoniato da recenti exploit mediatici come quelli dei TED Talk o dai libri di autori “guru” della creatività e dell’innovazione, quali Steven Johnson o Jonah Lehrer (entrambi citati da Frank).

L’aspetto più puntuale e al tempo stesso crudo della critica di Frank riguarda l’autoreferenzialità dei sedicenti esperti di creatività, che altro non farebbero se non continuare a citare e ri-citare esempi e casi studio a volte vecchi ormai di trent’anni (su tutti il celeberrimo caso dell’invenzione dei foglietti adesivi Post-it). Ecco dunque il paradosso: lungi dall’aprire nuovi orizzonti, la divulgazione della creatività è quanto di più conservatore, autoindulgente e conformista possa esistere.

Ma Frank si spinge oltre: partendo dal titolo di uno dei testi più famosi della recente – non recentissima, in questo caso – letteratura sulla creatività, cioè The Rise of the Creative Class (2002) di Richard Florida, nota come sia proprio l’uso dell’espressione “classe creativa” a spiegare la diffusione e il successo dell’intero fenomeno della creatività. I sui paladini non sono, come si vorrebbe propagandare, coloro i quali la esercitano quotidianamente in maniera tacita ed efficace; a farsene portabandiera  è piuttosto una certa classe professionale e manageriale che si fa vanto di considerare innovazione e creatività proprio patrimonio intellettuale. La letteratura sul tema si manifesta a conti fatti come un vulgata della superstizione, vale a dire una raccolta di testi autocelebrativi in cui le persone giuste giungono sempre a produrre le invenzioni giuste al momento giusto.

La stringente argomentazione di Frank si conclude con una citazione dal celebre testo Flow (1996) dello psicologo Mihaly Csikszentmihalyi:

«Innovation, that is, exists only when the correctly credentialed hivemind agrees that it does. And without such a response, van Gogh would have remained what he was, a disturbed man who painted strange canvases».

Quel che riconosce e legittima la creatività è esattamente ciò contro cui essa dovrebbe lottare, cioè la rassicurante e conforme approvazione messa in atto dell’audience professional-manageriale che di essa si è appropriata.

[ illustrazione: fotogramma dal film They Live (1988) di John Carpenter ]

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ANTROPOLOGIA, CONCETTI, LAVORO, SOCIETÀ

Il senso del lavoro e il rischio di diventare ciò che si fa

«An unquenchable passion for work might be a panic-stricken way of concealing the fear of a lack of passion for life itself. If you are what you do, what are you when you stop doing it and you still are? There are people who don’t find this a problem, who have not entirely or even at all identified existence with what they do and how they make a living, but they are evidently a great problem to those – the majority –who do».

Così recita un articolo della scrittrice inglese Jenny Diski significativamente intitolato “Learning how to live”. La massima secondo cui “si diventa ciò che si fa” sembra implicare che quando si termina di “fare” – cioè di lavorare – si smetta anche di essere. Il far niente incute paura perché ci fa sentire colpevoli. Per questo si stigmatizza chi, come i bambini, si occupa con piacere di attività non necessariamente produttive. Oppure si guarda dall’alto in basso chiunque svolga un lavoro “culturale”, dunque non un “vero lavoro”. Salvo poi finire per invidiare, a proposito di parole fra virgolette, chiunque abbia un’occupazione “creativa”:

«Creative work sits uneasily in the fantasy life between dread leisure and the slog of the virtuous, hardworking life. It’s seen as a method of doing something while doing nothing, one that stops you flying away in terror».

In cerca di un più sano rapporto con il lavoro e il post-lavoro può essere salutare, con rimando al testo Stone Age Economics (1974) dell’antropologo Marshall Sahlins, riflettere sulla vita di società “primordiali” nelle quali il lavoro era più direttamente legato a un risultato al quale seguiva, ben prima dell’inizio di una nuova attività, il godimento di quanto ottenuto. Nota Diski:

«Once people had done the few days’ hard work of felling a tree and carving out a canoe, there were large amounts of free time to lie about daydreaming, exploring, telling stories: doing “culture” or just skiving. You’d fish in the canoe you’d made, and by preserving and sharing the catch with others, who also shared theirs with you, you could then take a few days off before you needed to get any more. Decent members of those communities did what they needed to do and then when they didn’t need to do it, they stopped».

[ illustrazione: Emiliano Ponzi ]

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COMUNICAZIONE, CONCETTI, CULTURA, DIVULGAZIONE, STORIE

Sfatare un mito grazie a Braccio di Ferro

Che gli spinaci contengano alte quantità di ferro è cosa nota. Così nota da aver ispirato il tratto caratteristico di uno dei più celebri personaggi dei comics americani: Popeye (dalle nostre parti: Braccio di Ferro). Ma le cose non stanno proprio così.

Nel 1870 il chimico tedesco Erich Von Wolf si cimentò nell’esame del quantitativo di ferro contenuto in diversi vegetali. Quello degli spinaci risultò misurabile in 3.5 milligrammi per 100 grammi, quindi una percentuale non particolarmente alta. Senonché, Von Wolf commise un errore nel trascrivere i suoi risultati e il dato che venne ufficialmente registrato fu quello di ben 35 milligrammi. Dato decisamente spropositato e di fatto equiparabile, quanto a percentuale di ferro, a quello riscontrabile per una piccola clip metallica. A ogni modo, il dato erroneamente indicato da Von Wolf si diffuse in tutto il mondo, generando la leggendaria fama degli spinaci come elemento estremamente ricco di ferro.

L’errore venne riconosciuto e corretto solo nel 1937, ma nel frattempo – per la precisione nel 1929 – prese vita il personaggio di Braccio di Ferro e con lui un popolarissimo e duraturo culto per il potere “energizzante” degli spinaci: benché sia un dato tutt’altro che scientificamente provato, si dice che Braccio di Ferro abbia contribuito a far salire il consumo di spinaci in America di ben un terzo. Questa storia, insieme a molte altre, è contenuta nel libro di Samuel Arbesman The Half-Life of Facts: Why Everything We Know Has an Expiration Date (2012) e offre un’interessante riflessione sul ruolo degli errori nel dar vita a molte nostre credenze.

[ illustrazione: Popeye, l’uso della cui immagine è ormai libero da copyright (almeno in Europa) ]

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CITTÀ, COMPLESSITÀ, CONCETTI, LAVORO

La “manhattanizzazione” come frattura del benessere urbano

Il sostantivo “Manhattanization” è difficilmente traducibile in italiano ma compare sul vocabolario anglo/americano come neologismo dal significato ben preciso: trasformare l’apparenza e il carattere di una città costruendovi un denso agglomerato di grattacieli. Questo significato – con evidente riferimento al ricco distretto newyorkese di Manhattan – ha preso piede negli anni ’60-70, periodo durante il quale la città di San Francisco è stata criticamente descritta come in preda a un aggressivo processo di urbanizzazione, detto anche “manhattanizzazione”.

Il termine è oggi usato – almeno secondo il «New Yorker» – con una nuova funzione, cioè quella di stigmatizzare la trasformazione di una città in mero “campo gioco” per le classi abbienti. Il riferimento è di nuovo Manhattan, ora intesa come esempio negativo di concentrazione del benessere urbano (circa il 39% della ricchezza cittadina coincide conl’1% dei residenti). Altre città americane, fra cui Boston e di nuovo San Francisco, stanno andando incontro a questo tipo di trasformazione sociale influenzata dalle élite lavorative.

Le disuguaglianze del territorio newyorkese sono state descritte anche dal concetto di “città duale” (dual city), elaborato dalla sociologa Saskia Sassen nei primi anni ’90 per mettere in luce come la polarizzazione relativa al reddito cittadino sia stata causata dall’allontanamento dalle attività manifatturiere e dalla correlata “scomparsa” della classe media. Interpretata in questo senso, la “manhattanizzazione” risulta un fenomeno di proporzioni globali.

[ illustrazione: foto di Manhattan realizzata da Jack Delano, 1941 ]

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ANTROPOLOGIA, CONCETTI, CULTURA, TECNOLOGIA

Intellettuali e “teste d’uovo” in America, dal 1900 a oggi

In Inventing the Egghead: The Battle over Brainpower in American Culture (2013), lo storico Aaron Lecklider ricostruisce la curiosa evoluzione del termine “egghead” all’interno del contesto culturale americano. Questa espressione, che letteralmente significa “testa d’uovo”, inizia a essere usata a partire dagli anni ’50 per stigmatizzare – e sostanzialmente deridere – un’attitudine intellettuale estremamente tecnica e scientifica che oggi definiremmo da “nerd”.

Il racconto di Lecklider prende le mosse dall’inizio del Novecento, quando in America essere intellettuali non era affatto considerato “nerd”. Un buon esempio della considerazione popolare e democratizzata di cui in quegli anni godeva la cura dell’intelletto è rappresentato dal circolo Chautauqua, una sorta di equivalente ante litteram degli odierni TED Talks. Una visione “dispregiativa” dell’intellettuale tuttavia esisteva anche allora e faceva riferimento all’uso del termine “long-hair”, che può forse tradursi, senza cogliere particolarmente nel segno, con “capellone”. Questo tipo di intellettuale era criticato per un certo narcisismo e un’attitudine alla cultura di stampo prettamente umanistico, dunque lontana dal pragmatismo dell’uomo comune. Quando si arriva agli anni ’50 e al termine “egghead”, una significativa inversione di rotta viene compiuta, perché l’approccio intellettuale preso di mira diviene, come detto, quello scientifico.

Come mette bene in luce un articolo della rivista «The Point» a firma di Evan Kindley , questo passaggio è fondamentale per capire la reale portata critica espressa dai sostantivi “long-hair” e “egghead”. Se è vero che in entrambi i casi stigmatizzazione e derisione nascono da una mancata comprensione da parte degli “incolti”, la critica agli umanisti ha luogo proprio nel momento in cui questi passano loro malgrado agli scienziati il testimone di una corsa particolarmente importante, quella che guida lo sviluppo del sapere – e dell’economia – occidentale. In mezzo ci sono stati l’emergere e l’affermarsi dello Scientific Management ideato da Frederick Taylor e il ruolo centrale rivestito dal sapere scientifico tanto nell’uscire dalla Grande Depressione del 1919 quanto nel determinare le sorti della Seconda Guerra Mondiale. Quando la massa inizia a deridere gli “egghead”, lo fa dunque con una più o meno esplicita consapevolezza del loro strapotere nel determinare le sorti del progresso (a questo proposito, utile anche ricordare che il celebre Le due culture di C.P. Snow è del 1959).

Tutto ciò ci conduce all’oggi e a leggere prospetticamente un percorso che allinea i termini “long-hair” e “egghead” con il più neutro e contemporaneo “geek”. Secondo Kindley infatti:

«If the paradigmatic intellectual of the 20s was the artist and of the 50s the scientist, today it’s the tech CEO (it seems worth noting that, in our own time, there has been little to no populist resentment of Silicon Valley or the tech industry)».

[ illustrazione: Bill Gates in una foto del 1985 ]

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CONCETTI, PAROLE

Tornare a bomba

Da cosa deriva la comune espressione “tornare a bomba”? La sua menzione scritta più antica risale al trattato di linguistica del 1570 Ercolano, opera postuma dell’umanista fiorentino Benedetto Varchi (1503-1565):

«Avea cominciato alcun ragionamento; poi entrato in un altro, non si ricordava più di ritornare a bomba, e fornire il primo».

Il modo di dire nasce in epoca rinascimentale in ambiente fiorentino, con riferimento a un antico gioco di ragazzi detto del Pome o Toccapomo. Simile al classico “guardie e ladri”, il gioco prevedeva una sorta di zona franca detta “bom” o “bomba”, usata come punto di partenza e arrivo da chi impersonava la parte del ladro.

Nel corso del tempo il “tornare a bomba” si stacca dalla sua origine ludica – e molto legata a uno spazio fisico – per assumere un significato metaforico incentrato sul ragionamento. Questo percorso conduce l’espressione all’attuale senso di “tornare a un argomento principale in seguito a una divagazione”.

[ illustrazione: particolare di Explosion (1956) di Roy Lichtenstein ]

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APPRENDIMENTO, COMUNICAZIONE, CONCETTI, EPISTEMOLOGIA

L’egemonia logico-scientifica nel pensiero occidentale

Benché meno noto di Zenone di Elea (489 a.C. – 431 a.C.), cui sono attribuiti i celebri paradossi relativi al movimento e al pluralismo, Zenone di Cizio (333 a.C. – 263 a.C) occupa un posto di tutto rispetto nella storia del pensiero occidentale, soprattutto per quel che riguarda le nostre modalità di conoscenza e comunicazione.

Gli stoici – di cui Zenone di Cizio è considerato il capostipite – distinguevano la logica dalla retorica (o eloquenza). La prima era considerata arte della dimostrazione, la seconda della persuasione. In altri termini, laddove la logica cerca di convincere in base alle caratteristiche oggettive del discorso, la retorica lavora sulle qualità soggettive dell’oratore e sulla sua capacità di coinvolgere ed emozionare i suoi interlocutori.

Proprio a Zenone di Cizio si deve un’efficace metafora visiva in grado di rappresentare la natura di queste due arti. Si dice che Zenone, per rispondere alla domanda sulla loro differenza, usasse indicare con un pugno chiuso la logica, con una mano aperta la retorica/eloquenza. Questa immagine evoca con forza l’univocità e la definizione della logica, opposte all’apertura e alla disposizione creativa proprie della retorica.

Con un ottimo esercizio proiettivo, lo studioso di management Pasquale Gagliardi (nella sua raccolta di saggi del 2001 intitolata Il gusto dell’organizzazione) riconduce al prevalere del “pugno chiuso” la progressiva affermazione del pensiero scientifico nella cultura occidentale:

«A partire da Newton, i saggi furono sempre più identificati con gli scienziati e le loro affermazioni dovevano essere il risultato di fredde osservazioni, prive di qualsiasi stratagemma stilistico e spogliate del fascino dell’immaginazione. La modernità ha così ereditato dalla rivoluzione scientifica del diciottesimo secolo un pugno chiuso – o almeno l’idea della superiorità del pugno chiuso sulla mano aperta».

[ illustrazione: particolare dalla Scuola di Atene (1509-1510) di Raffaello – Zenone di Cizio è l’uomo anziano con la barba nell’angolo in alto a sinistra ]

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ANTROPOLOGIA, CONCETTI, LETTERATURA, PAROLE

L’invenzione della nostalgia

Nelle peregrinazioni letterarie del suo affascinante Carte false (2013), la scrittrice messicana Valeria Luiselli ricostruisce, passando attraverso saudade e malinconia, l’origine della parola e del concetto di nostalgia.

Il medico alsaziano Johannes Hofer (1669–1752) condusse nel 1688 uno studio su alcuni soldati che, dopo lunghe permanenze in terra straniera, presentavano al loro ritorno sintomi come mal di testa, insonnia, allucinazioni. Identificò il malanno nella “tristezza ingenerata dall’ardente brama di tornare in patria” e diede al suo resoconto di ricerca il titolo Dissertatio medica de nostalgia, coniando un neologimo tramite la combinazione delle parole greche νόστος (nóstos, ritorno) e άλγος (algòs, dolore). L’invenzione linguistica di Hofner risulta particolarmente felice grazie al rimando all’antica cultura greca, che con l’Odissea di Omero generò lo stereotipo del νόστος e del suo correlato malessere.

Se la storia della nostalgia inizia alla fine del XVII secolo, i suoi più significativi sviluppi hanno luogo nei secoli successi. Nel saggio Ipocondria del cuore: nostalgia, storia e memoria (in Nostalgia. Saggi sul rimpianto del comunismo, 2003), la studiosa russa Svetlana Boym nota quanto segue:

«La nostalgia come emozione storica raggiunse la maggiore età in epoca romantica ed è contemporanea alla nascita della cultura di massa. Ebbe inizio con l’affermarsi del ricordo dell’inizio del XIX secolo, che trasformò la cultura da salotto degli abitanti delle città e dei proprietari terrieri istruiti in una commemorazione rituale della giovinezza perduta, delle primavere perdute, delle danze perdute, delle occasioni perdute […]. Il malinconico senso di perdita si trasformò in uno stile, una moda di fine Ottocento».

[ illustrazione: Francesco Hayez, Ulisse alla corte di Alcinoo (1813-15), Museo di Capodimonte, Napoli ]

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APPRENDIMENTO, ARTE, CONCETTI, CULTURA, PAROLE

Smart vs dumb?

Kenneth Goldsmith, poeta anti-creativo e fondatore dell’archivio dell’avant-garde UbuWeb (nonché  promotore dell’incredibile progetto crowdsourcing Printing out the Internet), è autore di un saggio on-line dal titolo Being Dumb.

Lo scritto gioca sulla contrapposizione fra “smart” e “dumb”. “Smart” è aggettivo obiettivamente stanco e abusato, ormai esteso a praticamente qualsiasi cosa: dai telefoni alle città; dalle reti elettriche alle scatole regalo. Se applicato alle persone, “Smart” è per Goldsmith sinonimo di una condotta competitiva, faticosa, estenuante e in ultima analisi meccanica:

Smart is a star student, flawlessly dotting i’s and crossing t’s […]. Smart is an over-achieving athlete, accomplishing things that mere mortals can only dream of. Complex and deep, exclusive and elite, smart brims with value. Having sweated for what it’s accomplished, smart pays a handsome dividend to those invested […]. But by playing a high stakes game, smart is always paranoid that it might lose hard-won ground […]. Success or failure, win or lose, smart trades in binaries. Smart is exhausting—and exhausted.

Ben diverso è per Goldsmith l’essere “dumb”, interpretato in maniera tutt’altro che negativa e anzi inteso come sinonimo di riconoscibili capacità creative

Dumb is an ill-prepared slacker, riding on hunches and intuition […]. Caring little for progress or narrative, dumb moves laterally, occasionally spiraling back in on itself […]. Dumb favors re—recontextualization, reframing, redoing, remixing, recycling—rather than having to go through the effort of creating something from scratch.

Giocando con le parole, Goldsmith costruisce alcune combinazioni (“dumb dumb”, “smart smart”, “smart dumb”) e le identifica con personaggi, aziende e istituzioni:

Dumb dumb is rednecks and racists, football hooligans, gum-snapping marketing girls, and thick-necked office boys. Dumb dumb is Microsoft, Disney, and Spielberg.

Smart smart is TED talks, think tanks, NPR news, Ivy League universities, The New Yorker, and expensive five-star restaurants. By trying so hard, smart smart really misses the point.

Smart dumb is The Fugs, punk rock, art schools, Gertrude Stein, Vito Acconci, Marcel Duchamp, Samuel Beckett, Seth Price, Tao Lin, Martin Margiela, Mike Kelley, and Sofia Coppola. Smart dumb plays at being dumb dumb but knows better.

L’essere “smart dumb” è  per Golsmith l’esito più sensato e utile del percorso fra “smartness” e “dumbness”. Ma attenzione, il percorso è lungo:

Dumb is not an inborn condition. You get to dumb after going through smart. Smart is stupid because it stops at smart. Smart is a phase. Dumb is post-smart. Smart is finite, well-trod, formulaic, known. The world runs on smart. It’s clearly not working.

[ illustrazione: Dumb Ways to Die ]

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