CONCETTI, CREATIVITÀ, DIVULGAZIONE, LETTERATURA, MANAGEMENT, PAROLE, TEORIE

Il declino della “creative class”

Un articolo di Thomas Frank fa il punto sulla “moda” della creatività e dell’innovazione. Fenomeno non esattamente recente, dato che le sue origini possono essere rintracciate nei primi testi dedicati al tema da Edward De Bono negli anni ’70. E tuttavia ancora in gran voga, come testimoniato da recenti exploit mediatici come quelli dei TED Talk o dai libri di autori “guru” della creatività e dell’innovazione, quali Steven Johnson o Jonah Lehrer (entrambi citati da Frank).

L’aspetto più puntuale e al tempo stesso crudo della critica di Frank riguarda l’autoreferenzialità dei sedicenti esperti di creatività, che altro non farebbero se non continuare a citare e ri-citare esempi e casi studio a volte vecchi ormai di trent’anni (su tutti il celeberrimo caso dell’invenzione dei foglietti adesivi Post-it). Ecco dunque il paradosso: lungi dall’aprire nuovi orizzonti, la divulgazione della creatività è quanto di più conservatore, autoindulgente e conformista possa esistere.

Ma Frank si spinge oltre: partendo dal titolo di uno dei testi più famosi della recente – non recentissima, in questo caso – letteratura sulla creatività, cioè The Rise of the Creative Class (2002) di Richard Florida, nota come sia proprio l’uso dell’espressione “classe creativa” a spiegare la diffusione e il successo dell’intero fenomeno della creatività. I sui paladini non sono, come si vorrebbe propagandare, coloro i quali la esercitano quotidianamente in maniera tacita ed efficace; a farsene portabandiera  è piuttosto una certa classe professionale e manageriale che si fa vanto di considerare innovazione e creatività proprio patrimonio intellettuale. La letteratura sul tema si manifesta a conti fatti come un vulgata della superstizione, vale a dire una raccolta di testi autocelebrativi in cui le persone giuste giungono sempre a produrre le invenzioni giuste al momento giusto.

La stringente argomentazione di Frank si conclude con una citazione dal celebre testo Flow (1996) dello psicologo Mihaly Csikszentmihalyi:

«Innovation, that is, exists only when the correctly credentialed hivemind agrees that it does. And without such a response, van Gogh would have remained what he was, a disturbed man who painted strange canvases».

Quel che riconosce e legittima la creatività è esattamente ciò contro cui essa dovrebbe lottare, cioè la rassicurante e conforme approvazione messa in atto dell’audience professional-manageriale che di essa si è appropriata.

[ illustrazione: fotogramma dal film They Live (1988) di John Carpenter ]

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CONCETTI, CREATIVITÀ, PAROLE

Quale creatività?

Nel suo Il falò delle novità. La creatività al tempo dei cellulari intelligenti (2013) Stefano Bartezzaghi riflette sull’attuale diffusione – e indubbio abuso – del concetto di creatività. Ne ripercorre le origini, scovandovi un curioso caso di mutazione di significato generatorsi atraverso la traduzione da una lingua all’altra.

Uno dei testi cui più si deve la popolarizzazione del concetto di creatività è un’antologia intitolata The Creative Process: Reflections on the Invention of Art (1952) curata dall’inglese Brewster Ghiselin (1903-2002). Fra le fonti da questi raccolte figura un capitolo tratto da Science et Méthode (1908) del matematico francese Henri Poincaré (1854-1912). Ghiselin ne estrae il capitolo “L’invention Mathématique”, che recupera in una traduzione del 1915 in cui esso è titolato “Mathematical Creation”.

Lo slittamento dal francese inventer all’inglese to create è applicato a tutto il testo, producendo una significativa distorsione del significato originario. Tra l’inventare – che tanto in francese quanto in italiano rimanda al verbo latino invenire, che significa trovare – e il “divino” creare c’è evidentemente una grande differenza. Ed è anche su fraintendimenti linguistici come questo che si è basato, come argomenta Bartezzaghi, il successo della “mitologia della creatività”.

[ illustrazione: viruscomix.com ]

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